Accordo sul nucleare iraniano: a che punto siamo?

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Passato in secondo piano dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino, il dossier sul nucleare iraniano è tornato sotto i riflettori dopo che l’International Atomic Energy Agency (IAEA) ha richiamato il paese mediorientale a causa della mancanza di spiegazioni circa il ritrovamento di tracce di uranio in tre siti non dichiarati. Per tutta risposta, la Repubblica Islamica ha deciso di spegnere 27 telecamere della stessa IAEA, cui scopo è quello di sorvegliare il programma nucleare iraniano.

Dal JCPOA a Trump

I negoziati tra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, piu la Germania (P5+1) sono ripresi lo scorso novembre a Vienna, dopo che la decisione unilaterale dell’amministrazione Trump del 2018 di uscire dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – facendo seguito alla strategia della “massima pressione” – ha spazzato via tutti i risultati precedentemente raggiunti. Rispetto al 2015, sono cambiate molte delle condizioni con le quali gli attori coinvolti si sono (ri)seduti al tavolo dei negoziati.

Sette anni fa gli USA, principali sostenitori dell’accordo, hanno fatto gioco di sponda, potendo contare sull’appoggio non solo dei propri alleati tradizionali (Gran Bretagna, Francia, Germania), bensì anche su quello cinese. Altra fondamentale premessa che aveva facilitato il raggiungimento di un’intesa era stata la posizione assunta dall’Iran stesso.

Al tempo della firma del JCPOA, infatti, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran era Hassan Rouhani, considerato un moderato all’interno del panorama politico iraniano, anche se comunque appartenente all’élite del paese, cosa che gli ha permesso di superare la selezione da parte del Consiglio dei Guardiani della Costituzione[1]. Ciò aveva consentito, in materia di politica estera, di mantenere una posizione più conciliante, staccandosi così da quella dei conservatori e della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamene’i.

Condizioni attuali

Stando a quanto è noto, un accordo sulle questioni tecniche sarebbe stato raggiunto. Tuttavia, è presto per cantare vittoria. Esistono ancora numerosi ostacoli al raggiungimento della firma, essenzialmente di natura politica, che hanno portato allo stallo attuale. Anzitutto, a Teheran sono cambiati gli interlocutori, con il governo conservatore di Raisi che lo scorso giugno ha vinto le elezioni; il che significa una posizione meno conciliante rispetto al passato, poiché più vicina a quella di Khamene’i. 

Nei fatti, ciò si è tramutato nella richiesta da parte del paese mediorientale di rimuovere l’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) dalla lista delle organizzazioni terroristiche internazionali stilata dagli Stati Uniti, ricevendo però un secco rifiuto da parte di Washington. Nonostante ciò, esistono altre leve su cui puntare al fine di giungere ad un più rapido closing dell’accordo. 

La situazione economica e sociale interna all’Iran rimane molto precaria: a maggio, l’inflazione rispetto al mese precedente è passata dal 35.6% al 39.3%mentre dal 2017 ad oggi il PIL pro capite si è dimezzato. La società chiede cambiamenti, e lo scollamento sempre più ampio tra il paese e le élite, interessate esclusivamente ad accumulare ricchezze e potere, ha portato i cittadini all’esasperazione, tanto che da mesi le proteste di piazza si sono intensificate.

Anche sul fonte americano vi è però una certa urgenza nel chiudere i negoziati. Secondo alcuni esperti  – funzionari, accademici e diplomatici – Teheran sarebbe ormai in grado di produrre in appena due settimane quantità di uranio arricchito sufficienti ad armare un ordigno atomico. È chiaro che se ciò dovesse avvenire, la stabilità dell’intera regione verrebbe notevolmente compromessa.

Per questa ragione, nel viaggio in Medio Oriente del prossimo luglio, Biden avrà il difficile compito di tranquillizzare gli alleati circa la propria sicurezza e, al contempo, evitare un’eccessiva pressione di questi nei confronti dell’Iran stesso (cosa assai probabile nel caso in cui, per esempio, in Israele dovesse tornare al potere un governo a guida Likud).

È necessario considerare, inoltre, la situazione in Ucraina. Il governo iraniano ha formalmente sostenuto l’invasione russa, fatto abbastanza scontato considerata l’alleanza tra i due paesi in materia di cooperazione militare. Tuttavia, Raisi deve stare attento a non alienarsi troppo il campo occidentale, se non vuole allontanare la prospettiva di un accordo, oltre che la possibilità futura di raggiungere accordi commerciali.

La guerra ha provocato un’impennata del costo delle materie prime, e un accordo sul nucleare garantirebbe l’immissione sul mercato di una grande quantità di barili di petrolio che andrebbero a mitigare notevolmente il prezzo del greggio, garantendo all’Iran notevoli entrare. Si stima infatti che, a pieno regime, l’export di petrolio sia pari al 25% del PIL; una boccata d’aria di cui le casse dello stato hanno estremo bisogno, considerato che la Cina, grande importatore di petrolio iraniano, ha iniziato ad acquistarne sempre più da Mosca e meno da Teheran, complici i prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.

L’importanza dei fattori esogeni per il raggiungimento dell’accordo:

Con la situazione economica e sociale interna al paese, in stato estremamente precario, negli ultimi mesi le proteste di piazza sono aumentate di intensità. Rimane tuttavia utopico pensare che un accordo sul nucleare – e, più in generale, una diversa posizione dell’Iran nello scenario internazionale – possa essere a breve raggiunto grazie ad input interni. Il regime, infatti, controlla strettamente la società civile, grazie alla presenza di pasdaran e bassij e al controllo del sistema giudiziario.

Saranno dunque i fattori esterni quelli in grado di determinare maggiormente il successo o meno dei negoziati. Anzitutto, l’atteggiamento che assumeranno Arabia Saudita ed Israele nel contesto regionale dopo la visita di Biden delle prossime settimane. Se la politica estera di questi due paesi dovesse avere come perno il contrasto all’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente, allora Teheran, sentendosi minacciata, avrebbe sempre più “buoni” motivi per produrre un ordigno nucleare.

Altro ago della bilancia sarà la tenuta delle relazioni con Cina e Russia, che più di una volta si sono dichiarate contrarie alle sanzioni contro il paese persiano. Tuttavia, un Iran con l’arma atomica sarebbe fortemente destabilizzante per la regione e nessuno, Pechino e Mosca compresi, è interessato a che ciò avvenga, poiché i danni sarebbero maggiori dei benefici. Dunque, anche il ruolo che le due superpotenze asiatiche avranno sarà decisivo nel convincere Teheran a firmare l’accordo.


[1] Redaelli Riccardo, L’Iran contemporaneo, Carocci Editore, Roma, 2011, pp.75-76

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