Aumenta il malcontento in Egitto. Al-Sisi gioca la carta dell’Islām

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Con il peggioramento delle condizioni economiche del Paese, già fortemente provato dalla pandemia globale e dal perdurare del conflitto in Ucraina, il tessuto sociale egiziano rischia lo strappo. Il Presidente Al-Sisi fa appello all’Islām

Da mesi ormai la situazione in Egitto va peggiorando. Più volte si è sottolineata l’urgenza di una crisi alimentare alle porte, esito negativo della guerra in Ucraina in corso dal mese di febbraio, del conseguente aumento dei prezzi delle materie prime e del blocco delle importazioni di cereali che – uniti a due anni di pandemia globale e a una serie di problemi sistemici – hanno portato l’Egitto a porre in essere una serie di misure mirate anzitutto all’aumento della produzione di grano, con l’ambizioso quanto utopico obiettivo dell’autosufficienza. 

Le politiche adottate dal Governo egiziano incontrano non solo quella che rappresenta la più importante sfida globale nel breve e medio termine, l’acqua, ma fanno anche i conti con una pressione demografica di difficile gestione. Parliamo di una crescita per lo più incontrollata che ha messo progressivamente a dura prova la vivibilità degli spazi urbani, portando al deterioramento di infrastrutture e trasporti, a un innalzamento del tasso di inquinamento e, non meno importante, alla nascita di interi quartieri abusivi. 

Da due anni si parla di “una crisi economica senza precedenti” e con le aggravanti sopra descritte il Governo del Cairo non ha grande spazio di manovra per rispondere alle esigenze di una larga fetta della popolazione (oltre il 60%) che vive in condizioni di povertà. Lo stesso Presidente ha recentemente riconosciuto che oggi «le sfide in Egitto sono le più grandi di qualsiasi presidente e di qualunque governo» e ha invitato gli egiziani a «sopportare senza lamentarsi» la difficile congiuntura che il Paese attraversa. In che modo?

Seguendo l’esempio del Profeta Muhammad, al-insān al-kāmil, l’essere umano perfetto, l’esempio supremo da imitare nella vita quotidiana[1]. Al-Sisi si appella e fa leva sul comune senso di appartenenza religiosa richiamando alcuni versetti coranici, la Sunna del Profeta e facendo inoltre preciso riferimento al racconto di Giuseppe. Secondo il racconto coranico, Giuseppe profetizzò sette anni di abbondanza (di raccolto) seguiti da sette anni di carestia, (simboleggiati da sette vacche grasse e sette vacche magre): «Dopo di ciò verrà un’annata in cui gli uomini saranno soccorsi e andranno al frantoio», cioè raccoglieranno i frutti (Cor. Sura 12, 48-49). L’Egitto è invitato, dunque, a seguire l’esempio di Giuseppe[2]: non è la prima volta che il Governo cerca di richiamare gli egiziani a un senso di responsabilità collettivo per la salvezza dell’intero Paese, quando movimenti sussultori fanno temere un terremoto imminente.

Da qualche giorno l’hashtag “Sisi Leave”, mai del tutto scomparso, è tornato a fare tendenza sui social network in occasione dell’anniversario del rovesciamento del primo presidente democraticamente eletto nella storia del Paese: «hanno rubato la rivoluzione e il sogno del popolo» –  si legge su Twitter  il sogno di libertà e di giustizia sociale. 

Se a livello internazionale il ruolo di Al-Sisi è andato consolidandosi, come dimostrano i vari dossier in cui l’Egitto è impegnato, che mandano il chiaro messaggio Egypt is back – rivolto soprattutto all’Occidente – all’interno il consenso è sempre più fragile. Il ricorso al linguaggio religioso nei discorsi politici è il segno evidente non solo della consapevolezza ma anche della difficoltà di Al-Sisi di offrire risposte concrete alle richieste degli egiziani: più pane, più benessere, più libertà. Appellarsi a quel sentimento di appartenenza alla umma che ancora accomuna gli egiziani e che è parte integrante della loro identità personale e collettiva, sembra al momento l’unica carta spendibile.


[1] Massimo Campanini, Maometto. La vita e il messaggio del Profeta dell’Islam, Salerno Editrice, Roma 2020, p. 136.

[2] Giuseppe rappresenta un fulgido esempio delle virtù che la fede suscita nel credente: la purezza che desta l’invidia, la castità che suscita il disappunto, la lealtà che non viene riconosciuta, il coraggio di fronte all’ingiustizia, la sopportazione delle difficoltà e la coerenza personale (negli anni del carcere), l’intelligenza e l’equilibrio (nella gestione della sua liberazione e riabilitazione), la chiaroveggenza e l’accortezza (nella funzione pubblica), la grandezza d’animo e la misericordia (nei confronti dei fratelli), la pietà filiale.

Laurea in Governance e Sistema Globale conseguita presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Cagliari con una tesi intitolata "Essere musulmani europei. Un'identità plurale e in divenire". Il suo principale ambito di ricerca riguarda la presenza musulmana in Europa, con particolare attenzione ai rapporti tra le comunità islamiche e gli Stati. Particolare attenzione è rivolta altresì all'area Vicino e Medio Orientale, nello specifico all'Egitto.

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