Agenda green di Biden a rischio dopo la sentenza della Corte Suprema?

9 mins read
Fonte Immagine: Asia Times

Secondo i giudici l’Agenzia Federale per la protezione ambientale “non ha i poteri per regolare le emissioni delle centrali elettriche”. La decisione rischia di limitare il raggio d’azione della Casa Bianca in politica energetica contro il riscaldamento climatico.

Un passo indietro nella lotta contro il surriscaldamento globale?

La sentenza West Virginia v Environmental Protection Agency restringe le opzioni dell’Epa di poter limitare l’inquinamento da CO2 proveniente dalle centrali elettriche. La causa è stata intentata contro l’Epa dallo Stato del West Virginia per conto di altri Stati a guida repubblicana e diverse grandi compagnie produttrici di carbone, ribaltando una precedente sentenza della Corte d’Appello del Distretto della Columbia che garantiva all’Epa la prerogativa di indirizzare in maniera cogente la politica ambientale statunitense in tema di CO2.

Il procuratore generale del West Virginia Patrick Morrisey è stato il principale querelante, insieme ai procuratori generali repubblicani di più di una dozzina di altri stati, affiancato da avvocati che rappresentano due società carboniereThe North American Coal Corporation e Westmoreland Mining Holdings.

Il motivo del contendere era se l’EPA possedesse il diritto di regolare le emissioni di CO2 a livello statale nei confronti di ogni singola impresa. La maggioranza della Corte si è schierata con gli Stati e gli interessi dei combustibili fossili che sostenevano di essere minacciati da una regolamentazione eccessiva. Il provvedimento renderà più difficile la transizione dal sistema industriale fondato sui combustibili fossili alle energie rinnovabili. 

Secondo il parere della Corte l’EPA non ha il potere di regolare gli standard di emissione delle centrali elettriche già esistenti. Potere che invece spetterebbe soltanto al CongressoLa decisione colpisce una direttiva di sette anni fa quando fu proprio l’EPA ad aver imposto alle centrali elettriche a carbone di ridurre la produzione o finanziare forme alternative di energia.

Nel corso degli anni Sessanta l’ambientalismo americano incrociò la sua strada con altre due rivoluzioni valoriali e di costume: il consumerismo, ovvero la tutela dei diritti dei consumatori, e il salutismo, che prendeva ispirazione dai nuovi stili di vita tipici della New Age.

A fare da collante tra gli impulsi provenienti “dal basso”, compresa la spinta del mondo scientifico, per trasformarli in riforme politiche, nuove regole e istituzioni fu il presidente Richard Nixon che nel 1970 istituì proprio la Environmental Protection Agency, l’authority per la tutela dell’ambiente. Una premessa era stata l’approvazione da parte del Congresso del Clean Power Plan (CPP) durante la presidenza di J.F. Kennedy (1963) che rappresentava la prima legislazione per il controllo dell’inquinamento atmosferico. Ma sarà soltanto con la creazione dell’EPA che il CPP acquisterà la forza, l’autorità per vigilare sul rispetto delle norme, sanzionando le violazioni.

La scelta di concentrare poteri di regolazione e controllo in capo ad un’istituzione tecnocratica, dotata di una forte cultura scientifica e mantenuta al riparo da eventuali ingerenze politiche si rilevò lungimirante nel lungo periodo consentendo delle avanzate importanti. Una su tutte: la riduzione dello smog da traffico automobilistico grazie alle marmitte catalitiche.

Il 2015 fu l’anno del Piano per l’energia pulita, varato durante la presidenza di Barack Obama: ad ogni stato veniva assegnato un obiettivo per la riduzione delle emissioni di carbonio, lasciando però il potere all’EPA di intervenire qualora lo stato fosse risultato inadempiente e si fosse rifiutato di presentare un piano. Questo meccanismo è andato avanti fino alla sentenza della Corte Suprema di pochi giorni fa la quale ha ritenuto che il Clean Air Act non autorizzi l’EPA a regolamentare il settore energetico.

Una battuta d’arresto per l’agenda green della Casa Bianca?

Nei piani di Biden è presente quella che è possibile definire una “sostenibilità sociale”: negli intenti del leader democratico, la transizione post-carbonica non deve gravare soltanto sulle spalle di operai e ceti medio-bassi. A spianare la strada di Trump verso la Casa Bianca nel 2016 fu anche il messaggio ambientalista radical chic dei suoi avversari: la candidata democratica Hillary Clinton “invitava” i minatori della West Virginia o i siderurgici della Pennsylvania a “convertirsi” nella produzione di app e videogame, trovandosi magari già a fine carriera, con un mutuo sulle spalle e i figli da mandare all’università.

Un quadro della lotta all’emergenza climatica è stato fornito dal summit convocato da Biden nell’Earth Day 2021, aperto dal presidente americano con il lancio di un nuovo impegno: entro la fine di questo decennio, il governo a stelle e strisce punta a tagliare le emissioni carboniche del 50 per cento rispetto al livello che avevano raggiunto nel 2005.

Ma il raggiungimento dell’obiettivo dipenderà da molte condizioni: primo fra tutti, gli Stati Uniti saranno davvero in grado di raggiungere l’obiettivo indicato dal Capo della Casa Bianca? In casa propria, Biden deve affrontare numerosi ostacoli per raggiungere il traguardo che ha proclamato. I costi dell’eolico e del solare continuano a scendere e questo aiuta senza dubbio la riduzione delle emissioni carboniche.

Ma il nucleare, annoverato negli Stati Uniti nella categoria delle “rinnovabili” è sceso al 20 per cento del fabbisogno energetico americano e appare difficile ipotizzare che riesca a recuperare un ruolo maggiore. D’altra parte costruire nuove centrali risulta essere quasi impossibile per l’ostilità della popolazione.

Sviluppare le fonti alternative sembra non essere sufficiente: occorrerà che gli Stati Uniti investano nella riconversione della rete distributiva, per trasportare l’elettricità nelle aree dove si concentra la nuova capacità eolica e solare. Sarà necessario incentivare la ricerca sulle tecnologie di stoccaggio ed immagazzinamento, in quanto tanto l’energia solare tanto quella eolica hanno cicli di produzione discontinui, a differenza delle fossili. Infine, investire nel potenziamento capillare dei centri di distribuzione di corrente per le ricariche delle auto elettriche.

Tutto questo fa parte dei piani di investimenti in infrastrutture, nei quali rientra il Green New Deal di Biden. Ma sorge qui un altro grattacapo per il leader democratico. Ed è quello che è possibile chiamare come “paradosso della sostenibilità”: maggiore sarà l’investimento degli Stati Uniti in energie rinnovabili, maggiori saranno i guadagni per la grande rivale, ovvero la Cina. Almeno nel breve termine sarà difficile per Washington cercare di “dribblare” questa contraddizione.

Pechino si è conquistata una supremazia schiacciante nella produzione di panelli solari low cost e nella fabbricazione di materiali e componenti essenziali per assemblarli. Per esempio, proviene dalla Cina l’80 per cento del polisilicio, materiale usato in molti pannelli solari per assorbire l’energia. Nel corso dell’ultimo ventennio il governo cinese ha sovvenzionato i suoi produttori nazionali nel solare e nell’eolico, permettendo loro di vendere sottocosto nel resto del mondo, mentre molte aziende americane operanti nei medesimi settori sono fallite o hanno ridotto la loro capacità produttiva.

Ma se Biden vorrà raggiungere l’obiettivo di generare tutta l’elettricità americana da fonti rinnovabili entro il 2035, partendo dal livello attuale che è soltanto del 40 per cento, gli Stati Uniti dovranno più che raddoppiare il ritmo di installazione dei sistemi fotovoltaici. Il che significa, nel breve periodo, andare a rafforzare l’egemonia cinese in questo settore, riempendo, di fatto, le tasche di Pechino.

Latest from USA E CANADA