Guerra in Ucraina: è tutta colpa dell’Occidente?

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Fonte Immagine: Bbc

La guerra russo-ucraina e il conseguente, prossimo ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato hanno riaperto lo storico, teso dibattito sull’espansione dell’Alleanza Atlantica verso est, giudicata dai critici come la causa primaria se non esclusiva della condotta revisionista russa dall’avvento di Vladimir Putin. Ma è veramente così o esistono delle ragioni altre sia a Washington che a Mosca?

“Chi conosce solo la propria parte della causa, ne sa poco. Le sue ragioni possono essere buone, e nessuno può essere in grado di confutarle. Ma se è altrettanto incapace di confutare le ragioni dalla parte opposta, se non sa nemmeno quali siano, non ha motivo di preferire nessuna delle due opinioni”,

John Stuart Mill

1. Negli anni ’90, all’indomani della disgregazione dell’Unione Sovietica (26 dicembre 1991), l’espansione ad est della Nato per inglobare gli stati dell’ex patto di Varsavia non figurava tra gli obiettivi strategici della superpotenza stars and stripes. Almeno sino al 1994 la principale preoccupazione tra gli strateghi statunitensi rimase il contenimento della proliferazione nucleare a partire dallo spazio post-sovietico. Con l’ammainabandiera al Cremlino la neo-indipendente Ucraina si scoprì d’emblée terzo stato nucleare al mondo dopo Usa e Urss/Russia, dalla quale aveva ereditato 176 missili intercontinentali armati con circa 1.240 testate nucleari e 592 ogive nucleari equipaggiate a bordo di bombardieri strategici, sebbene i centri di comando e controllo e i codici di lancio delle testate rimasero a Mosca.

Con il Memorandum di Budapest, firmato nel 1994 da Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Ucraina, Kiev rinunciava al nucleare militare in cambio dell’impegno delle tre grandi potenze firmatarie a garantire la sua indipendenza, sovranità e integrità territoriale. Per americani e britannici il patto avrebbe dovuto eliminare ogni rimostranza russa per reclamare in futuro il satellite perduto nel 1991. Una fiducia evidentemente mal riposta. Aggravata dalle vuote promesse rivolte a Kiev al Vertice Nato di Bucarest del 2008. Allora l’amministrazione di George W. Bush gettò il cuore oltre l’ostacolo spingendo gli Alleati a dichiarare di accogliere con “favore le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia per l’adesione alla Nato”.

Ma Germania e Francia non erano della stessa opinione perché temevano le ripercussioni sugli equilibri geoeconomici e geostrategici del Vecchio Continente derivanti da una ulteriore espansione atlantica. Il risultato fu una pericolosa dichiarazione di compromesso che apriva le porte dell’Alleanza ad Ucraina e Georgia ma senza fissare una data, prive di garanzie di sicurezza. Errore strategico dirimente che prolungò sine die la collocazione dei due paesi in un pericoloso limbo di ambiguità aizzando il revisionismo russo e creando per gli Stati Uniti nuovi impegni geopolitici senza alcuna credibilità, perché privi della volontà politica e delle capacità di “gestire un conflitto tra un non membro in cerca di adesione e una potenza nucleare decisa a negare tale appartenenza”.

Punto di non ritorno. Da allora il Cremlino rispolverò la c.d. dottrina Breznev della “sovranità limitata” (sviluppata nel 1968 per giustificare l’intervento militare dell’Armata Rossa in Cecoslovacchia) e iniziò ad attuare una tattica di guerra ibrida con azioni di diplomazia coercitiva, operazioni informatiche offensive e guerre per procura a bassa intensità con cui sobillare il separatismo di entità filorusse de facto semi-indipendenti nei paesi ex sovietici in bilico tra est e ovest (Georgia, Ucraina e Moldova), mantenuti in una situazione di guerra congelata per impedirne l’ingresso nella Nato, dal momento che l’Alleanza mai avrebbe ammesso un paese in stato di conflitto. Una tattica che ebbe successo nei confronti degli Usa, il cui già flebile sostegno all’ingresso nell’Alleanza di quei paesi svanì. Ma la tattica putiniana fallì clamorosamente nel rapporto con Chisinau, Tbilisi e Kiev che continuarono a guardare verso ovest. Soprattutto Kiev, il cui parlamento nel 2019 scolpì in costituzione l’obiettivo di entrare nella Nato, fissando “l’orientamento europeo ed euroatlantico” come elemento costitutivo della propria politica estera, della sua stessa esistenza come stato sovrano. 

Fonte: geopoliticalfutures.com

È proprio quest’ultimo fattore che viene omesso da chi analizza e spiega la condotta russa degli ultimi 15 anni sotto l’unica lente della risposta difensiva russa all’espansione della Nato sino alle porte di casa del Cremlino, con Mosca costretta ad osservare impotente il proliferare di “rivoluzioni colorate” in Georgia (2003), Ucraina (2004; 2013-14) e Kirghizistan (2005) e il pericoloso arretrare della prima linea di difesa per migliaia di chilometri. Furono gli stessi paesi dell’Europa centro-orientale ex vassalli dell’impero sovietico a pressare Washington, anche grazie alle potenti lobby delle loro diaspore negli States, per essere accolte nella sua sfera d’influenza. In ossequio alla grammatica strategica che suggerisce ad una nazione di legarsi alla potenza esterna alla regione d’appartenenza per non finire sotto l’influenza della potenza residente dominante. Passaggio ineludibile per sottrarsi alla presa di Mosca, che nel caso ruteno per oltre due secoli aveva impedito la formazione di una specifica identità nazionale ucraina. Insomma, tra l’espansione della Nato e il revanscismo putiniano esiste un rapporto di correlazione di eventi, ma come insegnano gli studi statistici correlazione non vuol dire causalità.

2.  Sino all’annessione russa della Crimea (2014) per non provocare il Cremlino la Nato non schierò truppe da combattimento nei paesi ex sovietici protagonisti dell’allargamento ad est dell’Alleanza (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca nel 1999; Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia e Slovacchia nel 2004). Lo stesso shock del 2014 costituì solo parzialmente uno spartiacque. L’Unione Europea, trainata dalla Germania, aumentò la propria dipendenza dal gas russo a buon mercato mentre gli Usa iniziarono ad investire miliardi di dollari nell’iniziativa di deterrenza europea e la Nato istituì quattro battaglioni tattici rotazionali nei tre paesi baltici e in Polonia, ma più per rassicurare Varsavia, Vilnius, Riga e Tallinn che per concrete capacità di deterrenza.

Gli eventi rivoluzionari ucraini del 2013-14 crearono un pericoloso malinteso tra americani e russi. I primi non avevano alcuna intenzione di accogliere l’Ucraina nella Nato ma, insieme al Regno Unito, cominciarono ad approfondire il rapporto militare e di intelligence con Kiev. Gli americani pensavano che mantenerla fuori dall’Alleanza ma addestrandone contemporaneamente le forze armate alle tecniche della guerriglia secondo dottrine e standard Nato e compiendo esercitazioni militari congiunte (Three SwordsRapid Trident) nel quadro del Partenariato per la Pace non avrebbe provocato la reazione furiosa della Russia. 

Ma per Mosca la crescente cooperazione strategica Usa-Ucraina in materia di difesa ed intelligence risultava pericolosa quanto una sua formale adesione all’Alleanza perché stava trascinando strategicamente il paese verso Occidente rafforzando il nazionalismo ucraino. Traiettoria considerata dalle élite politiche russe come violazione della massima linea rossa, una minaccia “per l’esistenza stessa del nostro Stato e per la sua sovranità”, nelle parole usate da Vladimir Putin per giustificare l’“operazione militare speciale” in Ucraina. Il problema per i russi atteneva alla natura della geopolitica che impone di pianificare sempre sul peggiore scenario e che spesso prescinde dalle reali intenzioni di un avversario, vittima delle percezioni di una collettività, specie in un impero come quello russo segnato da un cronico senso di insicurezza e di accerchiamento cui storicamente i sovrani russi hanno risposto con un “imperialismo difensivo” volto all’acquisizione di nuovi territori per la protezione dello heartland geopolitico rappresentato da Mosca e San Pietroburgo.  

Fonte: Nikkei Asia

Tuttavia, sarebbe errato descrivere il revanscismo putiniano e la guerra in Ucraina soltanto come mere azioni difensive. Vi è anche e soprattutto un atavico sentimento imperiale. Per i russi l’Ucraina ha grande importanza non solo strategica ma altresì storica e pedagogica. Nella storiografia russa Kiev rappresenta il nucleo originario della Moscovia, il luogo dove nel 988 d.C. con la conversione al cristianesimo del principe pagano Vladimiro da parte di missionari bizantini nasce la Rus’ di Kiev, prima formazione proto-statuale degli slavi orientali e della civiltà russa – nonostante Vladimiro fosse di origini norrene, discendente da tribù di predoni e commercianti provenienti dalla Scandinavia.

3. Molti analisti e commentatori hanno sostenuto che una eventuale concessione americana sulle richieste di garanzie di sicurezza che i russi avanzarono nel lungo braccio di ferro con Washington iniziato nella primavera del 2021, quando Putin iniziò a schierare migliaia di truppe ai confini dell’Ucraina, avrebbe potuto evitare una escalation armata. Ma gli Usa non potevano cedere in un negoziato condotto sotto minaccia. Era in gioco la loro credibilità in Europa, stessa ragione sottostante alla politica delle “porte aperte” della Nato. Putin parla il linguaggio della forza e un cedimento americano sarebbe stato interpretato come prova del declino occidentale. Né a Putin poteva bastare uno status di neutralità per l’Ucraina perché un’Ucraina neutrale significava e significherebbe avere un paese pesantemente armato e filo-occidentale sull’uscio di casa. Putin infatti non pretendeva soltanto l’interruzione dell’allargamento ad est della Nato ma anche la rimozione di truppe, assetti militari e missili a medio raggio statunitensi ed atlantici dai paesi dell’Europa centro-orientale che aderirono alla Nato dopo il 1997. In altre parole, la piena revisione dell’intero ordine geopolitico europeo post-guerra fredda.

Fallito il negoziato con Washington la rapida vittoria in Ucraina immaginata da Putin avrebbe dovuto infliggere un colpo mortale all’egemonia americana e al sistema internazionale basato sulle regole, violandone il principio cardine rappresentato dal rispetto della sovranità formale e dell’integrità territoriale degli Stati e dal rifiuto dell’imperialismo territoriale e dell’aggressione militare come mezzo di risoluzione delle controversie. Putin ha promesso ai russi di restituire l’orgoglio della potenza e non una ricchezza mai veramente conosciuta. Il suo obiettivo strategico è sempre stato il recupero nel proprio estero vicino della sfera d’influenza persa con il collasso dell’Unione Sovietica e il ripristino della Russia come grande potenza globale in un mondo multipolare. In questo disegno imperiale l’Ucraina costituisce una vittima sacrificale mentre, come ha recentemente scritto Philip Zelikow, la Nato sta a Putin come Versailles stava a Hitler, utile “risentimento secondario per la teatralità della propaganda” destinata ai russi che avevano bisogno di un chiaro nemico esterno come la Nato e gli Usa per sostenere una guerra contro un popolo considerato “fratello minore”, da guidare o comandare a seconda delle fasi storiche e geopolitiche.

L’Ucraina non è il fine ma il mezzo per ottenere dagli americani la ridiscussione dell’ordine unipolare emerso dalle ceneri dell’impero sovietico. È dal famoso discorso alla Conferenza di Monaco del 2007 che Putin ha eseguito con estremo rigore il piano di tracciare fisicamente una linea rossa priva di democrazie filo-occidentali e di armamenti statunitensi e Nato estesa da Kaliningrad a Tiraspol, pianificando la riespansione dell’influenza imperiale russa nello spazio post-sovietico e dimostrando di essere pronto ad usare la forza per spezzare quel cordone sanitario di democrazie che rischiava di destabilizzare l’autoritario sistema di potere putiniano e per soddisfare l’imperativo di riguadagnare profondità strategica ripristinando il controllo diretto o indiretto degli Stati-cuscinetto che separano il Mondo Russo dall’Occidente. 

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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