Russia e Cina: storia di una difficile amicizia

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La Russia e la Cina hanno da sempre avuto politiche estere estremamente diverse. Votata verso quello che oggi definiremmo l’hard power la prima, più attendista e legata al soft power la seconda. 

I primi incontri fra russi e cinesi risalgono al XIII secolo ma non produssero subito relazioni precise. La caduta dell’impero mongolo nel 1368 e il conseguente inizio dell’espansione russa verso la Siberia, hanno portato per la prima volta a contatto i due imperi, ma agli ambasciatori della delegazione russa arrivata a Pechino nel 1675 fu subito chiaro che difficilmente i sudditi del Celeste Impero si sarebbero piegati al volere dello Zar. 

Le iniziali difficoltà di contatto legate al profondo sinocentrismo che contrassegnava la cultura del popolo cinese furono acuite dall’immediato scontro degli interessi economici e territoriali avvenuto in seguito allo stabilirsi dei cosacchi nei territori tra la Mongolia e la Siberia, considerati dai cinesi di secolare proprietà dell’Impero.

All’epoca lo Zar Pietro I il Grande era impegnato in una (antesignana) doppia guerra sul fronte occidentale per il controllo dell’Ucraina: con la Polonia per la parte orientale e con la Turchia per i territori sud-occidentali e il Mar d’Azov. L’impero russo aveva, quindi, esigenza di incrementare i rapporti commerciali con i territori confinanti per rimpinguare le casse dello stato e la Cina rappresentava il mercato più promettente. 

L’Imperatore cinese, dal canto suo, aveva esigenza di definire i confini, dovendo fronteggiare al tempo stesso i tentativi di riconquista dei mongoli per rimettere in piedi il vecchio Impero e i tentativi espansionistici dei russi.

L’Imperatore Kangxi, a differenza dello Zar, operò una scelta fondamentale che si rivelò essere la marca della politica estera cinese nei secoli seguenti fino ad oggi: scelse di non impegnarsi militarmente ma di usare il commercio per stabilire buoni rapporti con i vicini russi. Usò, cioè, il commercio come arma di difesa preventiva.

Una serie di trattati (fra cui i più importanti quello di Nertčinsk del 1689 e quello di Kyakhta del 1727) portarono ad una definizione più o meno stabile dei confini tra la Russia zarista e la Cina della dinastia Qing. 

(tolto “ma” non iniziare un periodo con un’avversativa)Dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1917, che portò all’abdicazione dello Zar Nicola II e conseguentemente i bolscevichi al potere, con il contestuale  continuo indebolirsi della dinastia Qing, al potere da 300 anni in Cina, le cose cambiarono. 

Per tutto il XX°, la Cina ha dovuto affrontare pesanti conflitti per il controllo del proprio territorio, soprattutto contro le mire espansioniste del Giappone, con il quale iniziò una sanguinosa guerra già dal  1937 e che terminò soltanto con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 che sancì la fine della seconda guerra mondiale. 

Così, nel 1927, la Cina si trovò ad essere teatro anche di un altro importante evento che ha contrassegnato la propria storia: la guerra civile che durò dal 1927 fino al 1950. Questa ha visto contrapposti da una parte  i nazionalisti di Chiang Kai Shek e dall’altra i comunisti di Mao Tze Tung. Dopo l’invasione giapponese le due fazioni collaborarono per sconfiggere l’odiato nemico comune, ma nel 1946, all’indomani della fine conflitto mondiale, la guerra civile riprese.  

Il 4 febbraio del 1950 Stalin e Mao firmarono il nuovo Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza, che si tradusse in consistenti investimenti economici sovietici che aiutarono la Cina a mettere in piedi un apparato industriale innovativo in un paese ancora prevalentemente agricolo e a sviluppare il primo programma nucleare. 

Dopo la morte di Stalin, nel 1953, i rapporti tra i due paesi andarono deteriorandosi fino allo scoppio, nel 1969, della seconda crisi sino-sovietica, che ha inscritto lo scontro tra le due potenze comuniste nell’alveo del più ampio scenario di instabilità che il movimento comunista internazionale stava attraversando in piena Guerra Fredda.  

Dopo una serie di duri scontri, i negoziati si aprirono a Pechino il 20 ottobre del ’69 tra il capo del governo dell’URSS, Aleksej Kosygin e il ministro degli esteri cinese Zhou Enlai, per stabilizzare l’annosa questione delle frontiere orientali e i rapporti diplomatici fra i due più grandi paesi del blocco comunista. Ma gli eventi storici che interessarono i due paesi negli anni ’70-’80, fra cui i più incisivi gli sconvolgimenti di piazza Tian’anmen (1989), la caduta del muro di Berlino (1989) e la fine dell’Unione Sovietica (1 dicembre 1991), ne prolungarono l’iter fino al 1991. 

Il 19 maggio del 1991 Unione Sovietica e Cina, “al fine di rendere le relazioni più proficue per entrambi”, firmarono un accordo sulla frontiera orientale, a cui ha fatto seguito la demarcazione definitiva dei confini nel 1999. 

Gli anni ’90 sono stati all’insegna della normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due paesi, che nel frattempo andavano cambiando la propria rispettiva fisionomia. 

E’ del 25 aprile 1996 la firma congiunta della prima Dichiarazione comune di intenti fra la Russia di Boris Eltsin e la Cina di Jiang Zemin, in cui si parla per la prima volta di una partnership paritetica ai fini di una cooperazione strategica che avrebbe segnato le relazioni fra i due paesi nel XXI secolo. 

Il 16 luglio del 2001 il Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione firmato dal presidente della Federazione russa Vladimir Putin e il suo omologo cinese Jiang Zemin, ha segnato una stretta nei rapporti economici, diplomatici e geopolitici dei due paesi. Il trattato ha definito le relazioni fra i due paesi come “il nuovo modello del XXI secolo” e ha avuto come effetto un incremento immediato delle relazioni di parteneriato, che si è tradotto in un aumento del 167%degli scambi  sia sul piano commerciale che su quello energetico-nucleare. Nel giugno del 2021, allo scadere del ventennale, il patto è stato rinnovato.

Sempre nel 2001 si sono gettate le fondamenta per una nuova cooperazione a livello regionale del gruppo degli Shangai five, che vede impegnati non solo Cina e Russia ma anche i paesi dell’Asia centrale, come Uzbekistan, India e Pakistan, in una nuova organizzazione, la Shangai Cooperation Organization (SCO) per una maggiore stabilità e sicurezza in Asia Centrale. 

L’11 settembre 2001, la guerra al terrorismo lanciata da George W. Bush, la seguente campagna Enduring freedom(2003) e la guerra in Iraq (2005) contro presunte armi di distruzione di massa, hanno improvvisamente sbilanciato gli equilibri geopolitici dell’area e creato un ulteriore motivo di cooperazione, anche militare, fra Russia e Cina, nell’area medio-orientale a causa di una improvvisa concentrazione di forze occidentali in una zona di storico interesse sino-russo.

Nell’ultimo ventennio gli scenari interni ed esterni alle due potenze sono stati  fondamentali passi per la costruzione dell’attuale instabile situazione geopolitica attuale.

La rinnovata assertività della Russia di Putin ha portato ad eventi come la guerra con la Georgia nel 2008 e l’annessione, non riconosciuta dalle Nazioni Unite, della Crimea nel 2014, passando per le proteste di piazza Maidan in Ucraina (2014), fino ad arrivare all’invasione dell’Ucraina il 23 febbraio 2022, ancora in corso. 

Dal canto suo, la Cina ha continuato a tessere il suo filo di perle attraverso l’Asia centrale e l’area MENA (Middle east- Nord Africa) fino ad arrivare in Europa, oltre ad aver continuato ad usare la sua crescente superiorità economica per agganciare i mercati di tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, (di cui è il maggior finanziatore sin dal 2008, anno in cui la Cina si è comprata il debito pubblico statunitense) e l’Afghanistan, dove, dopo la rovinosa ritirata occidentale del 15 agosto 2021, si è profilata come l’unico paese a poter garantire finanziamenti per la costruzione di infrastrutture da inserire nel suo progetto della Belt and road initiative (BRI)e dove potrà procurarsi ingenti quantità di terre rare preziose per la sua competitiva industria delle nanotecnologie.

Fondamentale per comprendere la strategia geopolitica cinese attuale è stata l’astensione di Xi Jinping sulla risoluzione presentata dagli Usa al CdS dell’Onu il marzo 2014 contro l’annessione russa della Crimea. Un’azione di puro balancing of power, poiché astenendosi ha bilanciato gli interessi (quelli economici e geopolitici in comune con l’alleato russo in Asia) con i principi interni (il rischio di avallare interferenze su altri fronti caldi come lo Xinjiang, il Tibet, Taiwan e Hong Kong).

Con lo scoppio della crisi russo-ucraina, il 23 febbraio 2022, si sono accentuate le secolari differenze fra la Cina e la Russia, risvegliando questioni geopolitiche che giacevano e giacciono ancora, come la polvere, sotto il tappeto degli assetti geopolitici mondiali e che potrebbero far traballare l’appena rinnovata illimitata amicizia. Prima fra tutte la contingente invasione dell’Ucraina che è presentata dalla Russia come una operazione speciale per denazificare la nazione, lasciare libertà al popolo ucraino di autodeterminarsi, oltre che per contenere l’espansione arbitraria della NATO.

L’invasione, condannata apertamente da tutte le forze NATO, non ha trovato una denuncia immediata da parte di alcuni stati dell’area come la Turchia, la Bielorussia e soprattutto la Cina. 

La posizione di Xi è stata sin da subito quella del balancing of power. Il presidente cinese ha invitato tutti, potenze NATO comprese, ad “abbassare i toni”, mostrando però enorme disappunto per le sanzioni occidentali comminate alla Federazione russa. La Cina è oggi il primo partner commerciale della Russia che a sua volta, è il primo fornitore mondiale di gas e il secondo di petrolio dopo l’Arabia Saudita. Le sanzioni potrebbero avere pesanti ripercussioni non solo sulla Russia stessa, che potrebbe diventare un partner meno affidabile, ma sulle economie di tutto il mondo.

Al tempo stesso Xi non ha mostrato (e continua a non mostrare) apertamente nemmeno sostegno a Putin, ribadendo che sono partner e non alleati e confermando la scelta di non inviare armi alla Russia.  La Cina avrebbe solo da perdere dalla continuazione della guerra e non ha nessun interesse ad inimicarsi le potenze occidentali. 

I mercati hanno bisogno di stabilità e la Cina basa il suo soft power proprio sulle logiche del mercato globale. Il comportamento di Xi sembra mirare piuttosto a garantirsi una posizione di grande egemone super partes che può, e vuole, subentrare agli Stati Uniti alla guida della geopolitica mondiale.

Dunque, mentre per ora tiene banco il sentiment anti-NATO e anti-USA che le accomuna, un protrarsi della guerra tra Russia e Ucraina potrebbe alla lunga gettare seri dubbi sulle relazioni bilaterali sino-russe, sulle quali si profilano già all’orizzonte altre nubi future, quelle relative alla spinosa questione della corsa all’artico

 La partita è ancora tutta da giocare.

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