LA RUSSIA IN DEFAULT: VALUTAZIONI E IMPLICAZIONI

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fonte immagine: nextquotidiano.it

Le soluzioni per il debito sono essenzialmente tre: ripagare, rinnovare, rinnegare. L’impossibilità attuale per Mosca di adempiere i pagamenti sul debito estero a causa delle sanzioni ha condotto al default tecnico certificato dalle agenzie di rating. La notizia, ampiamente attesa, avrà ripercussioni limitate nel breve periodo essendo la Russia già di fatto estromessa dal sistema finanziario occidentale. Nel lungo periodo tuttavia, potrebbe porsi un problema reputazionale in grado di compromettere la ricerca e il reperimento di finanziamenti, sebbene sia dimostrabile che i mercati tendano a dimenticare piuttosto in fretta. 

Cosa significa e quali sono le conseguenze possibili

La modifica dei metodi di pagamento nei primi mesi del 2022 aveva già evitato al Cremlino di subire la certificazione del default. L’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti non ha però rinnovato la licenza che consentiva l’esenzione agli investitori americani dalle sanzioni, di fatto impedendo alla Russia di pagare le cedole di due emissioni obbligazionarie in scadenza rispettivamente nel 2026 e nel 2036 denominate in valuta estera. 

Il governo di Mosca, tramite il ministero delle finanze ha definito illegittime le accuse di default, anticipando contromisure legali e affermando di aver già provveduto in data 20 maggio ad effettuare i pagamenti oggetto della contestazione al National Settlement Depository (NSD), istituto nazionale che fornisce servizi in ambito finanziario. La dichiarazione di default ha tuttavia una valenza principalmente simbolica e nel breve periodo le possibili ripercussioni sono pressoché nulle. 

La solvibilità economica della Russia è fuori discussione: sebbene si trovi oggi sostanzialmente estromessa dal sistema occidentale in termini di accesso ai mercati finanziari pur mantenendo – per il momento – alcuni legami commerciali, Mosca percepisce ingenti introiti dalle sue esportazioni di materie prime e vi è il fondato timore che riesca ad aggirare parte delle sanzioni grazie a strumenti quali l’oro e le criptovalute. Semmai, le conseguenze del default potranno presentarsi in un arco temporale più lungo.

Da un lato la circostanza presa in esame ci consente di ricordare quali possano essere le incognite e le ripercussioni dell’indebitamento in una valuta di cui non si ha la gestione – il riferimento è al cosiddetto “original sin” – dall’altro la vicenda pone e impone un’analisi di tipo reputazionale la quale si traduce nell’eventualità che in futuro Mosca possa avere maggiori difficoltà – in termini di accesso o in termini di condizioni – ai finanziamenti sui mercati internazionali, all’ottenimento di prestiti da parte del settore privato e conseguentemente alle sue prospettive di crescita.

I precedenti storici: 1918 e 1998

Non è la prima volta che la Russia va in default. Avvenne già nel 1918 quando il 10 febbraio a seguito della rivoluzione bolscevica vennero ripudiati i debiti precedentemente contratti sia dal governo imperiale zarista che dal governo provvisorio in carica dal febbraio al novembre 1917. Furono inoltre nazionalizzati gli asset stranieri nonché le banche e le industrie.

Gli eventi che condurranno al rinnegamento del debito imperiale ritenuto “odioso” o “detestabile” perché contratto al fine del perseguimento di interessi “dispotici” e/o contrari alle necessità e aspirazioni del popolo, prese avvio con gli scioperi di San Pietroburgo del 1905. Trotskij, che presiedeva allora il Soviet dell’ex capitale russa spiegherà successivamente nella sua autobiografia che l’arresto del 3 dicembre 1905 fu causato dalla pubblicazione del “manifesto” nel quale si affermava la necessità di ripudiare i debiti contratti dal regime zarista.

Motivazioni di rivoluzione politica, successione degli Stati e radicale cambiamento della forma del governo furono alla base della scelta sovietica di disconoscere i debiti precedenti, evento che causò forti rimostranze nella comunità finanziaria e che indusse considerevoli perdite per gli investitori stranieri, specialmente francesi. 
Prese cosi avviò quel processo di isolamento internazionale dell’URSS, di rifiuto dell’economia di mercato e di convinzione della superiorità del modello socialista che per alcuni tratti potrebbe riproporsi oggi, in un contesto profondamente mutato ma che vede la Russia di Putin allontanarsi sempre più dall’Occidente. 
Nel 1998 la debolezza strutturale della Russia di Eltsin, eredità del caos dello scioglimento dell’URSS, causò un default “limitato” al debito domestico. Basti pensare che nel 1998 – secondo le statistiche ufficiali – la produzione industriale scese all’80% di quella del ‘97, l’inflazione raggiunse il 100%, 42 milioni di russi – circa il 30% della popolazione – viveva sotto la soglia di povertà.

La suddetta debolezza finanziaria, acuita dalle spese militari per il conflitto in Cecenia e dalle ingenti fughe di capitali, mettevano a dura prova la tenuta del sistema.  I tassi di interesse sui titoli di Stato a breve termine vennero aumentati sino all’astronomica cifra del 150% e per tentare di stabilizzare la situazione economica si rese necessario l’intervento esterno sotto forma di erogazione di finanziamenti internazionali concessi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale per un valore di quasi 23 miliardi di dollari condizionati all’attuazione di una serie di riforme.  

Ma gli interessi sul debito erano insostenibili e le autorità non furono in grado di attuare le riforme programmate. La vendita di attività denominante in rubli esercitò una pressione eccessiva sulla moneta forzando la vendita massiccia di riserve estere da parte della Banca Centrale per tentare di frenare la svalutazione; tuttavia il 17 agosto 1998 il governo si dichiarò inadempiente sul debito interno. 

Si comprende come l’ascesa di Putin a seguito delle elezioni del dicembre ‘99 imponesse al leader il compito di normalizzare la situazione interna, affermando la supremazia dello Stato rispetto ai gruppi di potere interni e stabilizzando la situazione economico/finanziaria domestica prima di riprendere qualsiasi velleità di protagonismo sulla scena internazionale.

I possibili scenari: il gruppo BRICS quale alternativa all’Occidente

Si è tenuto mercoledì 22 giugno a Pechino il XIV vertice BRICS. L’acronimo, che identifica i cinque Paesi partecipanti: Brasile – Russia – India – Cina e Sudafrica costituisce un forum di confronto e coordinamento che nello scenario attuale acquista un’importanza geopolitica sempre maggiore, essendo il “gruppo” espressione del 23% dell’economia globale e pesando per il 42% della popolazione mondiale. Occorre ricordare che dei cinque, solo il Brasile ha votato a favore della risoluzione delle Nazioni Unite che condannava l’invasione Russa dell’Ucraina mantenendo tuttavia una posizione di forte ambiguità.

Gli obiettivi del forum sono stati declinati dalle parole dei leader, tra cui Putin, che ha affermato come si stia lavorando sull’istituzione di un paniere di valute di riserva mondiali alternativo. Inoltre, le sanzioni – nei confronti delle quali i Paesi si sono dichiarati contrari – spingono i partecipanti ad accelerare sull’implementazione del sistema alternativo al SWIFT, come affermavo nella mia analisi di febbraio. Non si può inoltre sottovalutare l’incremento dell’interscambio commerciale che va notevolmente rafforzandosi e rischia di limitare l’efficacia delle sanzioni occidentali.

In sintesi, gli obiettivi dichiarati del forum, consistono nella volontà di costruire e rafforzare un partenariato strategico che nella visione soprattutto di Pechino e Mosca sia in grado di sfidare il sistema occidentale, percepito quale “egoista”, sulla via del declino e ispirato a logiche “neoimperialiste”, creando un’alternativa di sviluppo globale competitiva e autosufficiente in un mondo ormai definitivamente multipolare.

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