La guerra in Ucraina indebolisce il blocco di Visegrád

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Fonte Immagine: Prime Minister Mateusz Morawiecki met with Prime Minister Viktor Orbán in Warsaw – Official website of the Government of Poland

Con l’Ungheria di Viktor Orbán incapace di condannare apertamente la decisone di Putin di invadere l’Ucraina e la Polonia del Primo Ministro Mateusz Morawiecki pronta a tutto pur di respingere la minaccia russa, per il blocco di Visegrád si apre una fase di forti tensioni interne.

Uno dei principali effetti del conflitto russo-ucraino è stato quello di sconvolgere i rapporti internazionali che avevano caratterizzato il post-guerra fredda. La Russia è passata dall’essere il principale partner commerciale di Bruxelles – per quanto riguarda il settore energetico – a vero e proprio diseredato diplomatico. La NATO, eufemisticamente considerata da alcuni politici di spicco dell’Unione Europea come un’alleanza ormai al tramonto, è tornata a interpretare un ruolo di primo piano nel gioco militare globale, aprendo le proprie porte a Paesi storicamente neutrali come Svezia e Finlandia. Gli Stati Uniti, che con Donald Trump avevano vissuto un processo di arretramento internazionale, si sono ritrovati a dover interpretare ancora una volta il ruolo di gendarmi del mondo fornendo armi all’esercito di Kiev. E mentre la prospettiva di un cessate il fuoco appare un’ipotesi per il momento improbabile, grandi attori globali come India, Turchia e Cina ridisegnano le proprie strategie in un mondo sempre più instabile. 

In questo contesto, molto interessante risulta essere il ruolo dell’Unione Europea. A partire dal 24 febbraio, giorno in cui l’esercito di Putin ha superato di molto i confini del Donbass, si è assistito a un rafforzamento dei rapporti interni all’Unione come mai verificatosi in precedenza. Fin dal primo giorno di guerra, Bruxelles ha dimostrato un’insospettabile coesione d’intenti, condannando apertamente la decisione del Presidente della Federazione Russa e adottando una serie di sanzioni economiche senza precedenti; tutto ciò nonostante il rischio concreto di un aggravamento della crisi economica che, dal 2008, non ha mai smesso di minare la solidità di uno degli spazi economici più virtuosi al mondo. 

Guerra in Ucraina: una spina nel fianco per il blocco di Visegrád

A ben vedere, però, il conflitto russo-ucraino avrebbe avuto, tra gli altri effetti collaterali, quello di aprire una falla all’interno di uno dei gruppi più pericolosi per la stabilità dell’Unione Europea: il blocco di Visegrád, ovvero l’insieme di Stati centrorientali, un tempo sotto la sfera di influenza sovietica, formato da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Il gruppo, unito da un accordo politico ed economico varato, nel 1992, nella città ungherese di Visegrád, allo scopo di integrare i quattro Paesi all’interno dell’Unione Europea e della NATO, nel tempo si è trasformato in uno dei principali fattori di instabilità all’interno dell’UE. Le maggiori problematiche sono sorte nel 2018, quando i governi delle quattro ex Repubbliche popolari hanno preso a contestare molte delle scelte di Bruxelles relativamente a questioni chiave come l’immigrazione di massa e lo stato di diritto. 

In Ungheria, per esempio, si è assistito a un’involuzione autoritaria portata avanti dal Primo Ministro Viktor Orbán mediante riforme istituzionali contrarie ai principi dell’Unione Europea. Famosa, in questo senso, è la modifica della costituzione che ha permesso al leader di Fidesz di sbarazzarsi delle istituzioni che avevano permesso all’Ungheria di intraprendere un percorso virtuoso all’interno dell’UE, o la riforma elettorale che ha garantito al partito una posizione dominante all’interno del sistema politico magiaro. Per non parlare, poi, di quanto avvenuto ai mezzi di informazione, sottoposti alla vigilanza dell’Autorità nazionale di controllo sui media e l’informazione (NMHH) e a quello del Consiglio dei media, due organi responsabili della supervisione del mercato ungherese dei mezzi d’informazione, comprese le acquisizioni, che hanno di fatto consegnato la stampa nelle mani di Fidesz. 

Oltre all’Ungheria, anche in Polonia si è assistito a un progressivo indebolimento dello stato di diritto. Dopo un’iniziale ritrazione dello Stato, necessaria per integrare l’economia polacca all’interno del mercato globale, nel 2015, con l’insediamento del governo conservatore guidato dal partito Diritto e Giustizia, Varsavia è diventata una vera e propria mina vagante all’interno dell’Unione Europea. Negli ultimi anni, il governo polacco ha attuato una serie di riforme che hanno accentrato sempre più il potere nelle mani del partito di maggioranza; una svolta autoritaria che ha portato il Paese a mettere in discussione, mediante una sentenza della Corte suprema di Varsavia, il primato del diritto comunitario su quello nazionale. 

Tuttavia, con l’inasprimento del conflitto in Ucraina, l’unione dei quattro Paesi centrorientali ha subito un forte indebolimento. Questo perché le mosse del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin hanno fatto riemerge antichi timori geopolitici che trovano origine nella recente storia dell’Est Europa. Lo spiegamento di forze militari russe sul suolo ucraino ha determinato, fin dalle primissime fasi del conflitto, un innalzamento del livello di preoccupazione all’interno delle cancellerie di tutti quei Paesi che, fino a pochi decenni fa, gravitavano attorno all’orbita sovietica. Non è un caso che, i primi a recarsi a Kiev in visita diplomatica, siano stati i Primi Ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, tre nazioni che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, hanno pagato a caro prezzo le conseguenze di trovarsi nella parte orientale della cortina di ferro. 

In questo contesto, la Polonia ha dimostrato di essere la nazione più intransigente di tutti nei confronti della Russia, fedele alla propria tradizione di culla dei movimenti anti-sovietici. Tanto per avere un’idea, Varsavia ha sostenuto la necessità di inviare un contingente di pace NATO in Ucraina e si è detta favorevole alla cessione dei propri cacciabombardieri a Kiev in attesa delle armi statunitensi. In questo quadro, l’8 febbraio 2022 – quindi prima dell’inasprimento del conflitto russo-ucraino – il Presidente polacco Duda, durante la riunione del Triangolo di Weimar tenutasi a Berlino, ha affermato che “la minaccia russa è più grave dell’imperialismo di Bruxelles”; un’affermazione che ha in parte tranquillizzato la Commissione Europea circa un’eventuale Polexit.

Ciononostante, non tutti i Paesi appartenenti al blocco di Visegrád si sono schierati apertamente contro la Russia. Benché l’Ungheria si sia unita al coro di condanne nei confronti dell’invasione dell’Ucraina e abbia varato le prime sanzioni nei confronti di Mosca, Viktor Orbán si è detto contrario al blocco delle importazionidi gas e petrolio dalla Russia – da cui Budapest importa rispettivamente il 65% e l’85% di petrolio e gas – rimarcando, ancora una volta, il primato dell’interesse nazionale su quello internazionale. Allo stesso modo, il leader di Fidesz ha sostenuto la necessità di ampliare la presenza di contingenti NATO lungo il confine dell’Europa orientale, ma contestualmente ha condannato l’invio di armi all’Ucraina, mettendo in campo una pericolosa strategia volta a rafforzare il proprio potere interno senza compromettere le relazioni commerciali dell’Ungheria con la Russia e l’Unione Europea. 

Ma l’ambivalenza di Orbán nei confronti della guerra in Ucraina non è stata particolarmente apprezzata dagli altri Paesi del blocco di Visegrád, compatti nel condannare la riemersione dell’imperialismo russo. Le conseguenze di tutto ciò si sono manifestate quado Polonia e Repubblica Ceca hanno deciso di annullare la loro partecipazione a una riunione dei ministri della Difesa del Gruppo di Visegrád a Budapest. Se a questo si unisce la visita del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Polonia, volta a ribadire la sacralità dell’articolo 5 della Nato – che prevede “l’impiego di forze armate in caso di un attacco armato contro uno stato membro” – la stato di salute in cui verte il blocco di Visegrád risulta piuttosto chiaro. L’Unione Europea, quindi, può tirare un sospiro di sollievo. Almeno per il momento

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