La Dichiarazione di Los Angeles sulla migrazione: un passo decisivo verso la cooperazione regionale multilaterale

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Fonte: https://www.aljazeera.com/news/2022/6/14/bidens-approach-to-migration-more-carrots-and-fewer

La Dichiarazione di Los Angeles adottata in occasione del nono Summit delle Americhe, che intende delineare un quadro di azione comune in materia di migrazioni, rappresenta un deciso cambio di rotta rispetto alla politica di Trump. 

Lo scorso 10 giugno, al termine del nono Summit delle Americhe, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i leader di altri 20 paesi americani hanno firmato la Dichiarazione di Los Angeles (The Los Angeles Declaration on Migration and Protection), con l’obiettivo di offrire un insieme di linee guida e un piano di azione condiviso che assicurino una gestione dei flussi migratori più ordinata, sicura e rispettosa dei diritti umani. 

Gli esperti fanno notare come l’approccio promosso da Biden, volto alla cooperazione tra paesi e al riconoscimento che le migrazioni sono un fenomeno che deve essere gestito piuttosto che fermato, si ponga in netto contrasto con la politica unilaterale della precedente amministrazione statunitense. Si ricorda infatti, che Donald Trump oltre ad aver portato avanti una retorica denigratoria nei confronti delle persone migranti, aveva implementato una serie di disposizioni finalizzate a ridurre i flussi migratori diretti verso gli Stati Uniti, abbattendo il sistema di asilo e di protezione e innalzando un muro alla frontiera tra Stati Uniti e Messico. 

Nonostante la natura non vincolante del documento e l’ambiguità relativa a come gli impegni proposti verranno effettivamente messi in campo e monitorati, la Dichiarazione di Los Angeles costituisce quantomeno un accordo che era necessario stringere, considerando la costante pressione migratoria che interessa i paesi firmatari. A partire dal 2014, circa 6 milioni di venezuelani sono fuggiti dal proprio paese, insediandosi in buona parte in Sud America, Caraibi, America centrale e Messico, mentre le centinaia di migliaia di haitiani in fuga dal 2010 si dirigono non solo verso destinazioni tradizionali come Repubblica Domenicana, Stati Uniti e Canada, ma anche verso paesi caraibici e latinoamericani. 

Nello specifico, la Dichiarazione – che è stata accolta con favore tanto dall’IOM (International Organization for Migration) quanto dall’UNHCR (UN Refugee Agency) –  si articola intorno a quattro punti principali. Innanzitutto, si stabilisce l’impegno non solo ad agire direttamente sulle cause alla radice dei movimenti migratori, garantendo maggiori opportunità e migliori condizioni di vita nei paesi di origine, ma anche a supportare quei paesi che già accolgono un numero consistente di migranti e rifugiati e ai quali saranno destinati 314 milioni di dollari, secondo quanto riportato da una scheda informativa pubblicata lo stesso 10 giugno. 

Il secondo punto, invece, è relativo alla necessità di espandere la rete dei canali migratori legali e sicuri che scoraggino i movimenti irregolari, mentre al terzo punto i paesi si impegnano a potenziare le proprie capacità di gestione dei flussi e a collaborare al fine di sradicare il traffico di esseri umani e ogni altra forma di violenza e discriminazione, assicurando dunque il rispetto della dignità e dei diritti umani dei migranti.

Infine, gli Stati firmatari confermano la loro volontà di creare un sistema di allerta che li informi preventivamente in caso di massicce migrazioni transfrontaliere.

Del resto, la Dichiarazione di Los Angeles si pone perfettamente in linea con la politica attuata finora da Joe Biden in materia di migrazioni. Secondo il Migration Policy Institute (MPI), nonostante la particolare vivacità con cui Biden si è occupato del fenomeno migratorio, apportando notevoli progressi in questo campo – sono stati ben 296 i provvedimenti promossi dall’attuale presidente degli Stati Uniti nel suo primo anno di presidenza, contro gli 86 di Trump – si sarebbe diffusa una percezione negativa ed erronea in base alla quale il presidente Biden abbia fatto ben poco, mantenendo più che altro molte delle misure adottate dalla precedente amministrazione. Questo è dovuto in buona parte, alla mancanza di una decisa azione politica finalizzata alla regolarizzazione della posizione dei migranti irregolari già presenti nel paese e alla ricostruzione di un sistema di asilo alla frontiera tra Stati Uniti e Messico, favorendo pertanto un diffuso sentimento di insoddisfazione largamente veicolato dai media e dagli attivisti per i diritti umani.

In effetti, il governo Biden ha faticato a mettere in piedi una politica di frontiera coerente e che rappresenti un decisivo cambio di passo rispetto a quanto stabilito dall’ex presidente Trump. Perciò, rimane in vigore il Titolo 42, una controversa misura sanitaria adottata nel 2020 che consente l’espulsione automatica dei migranti irregolari che tentano di attraversare la frontiera, senza che questi abbiano la possibilità di fare richiesta di asilo.

Tuttavia, come accennato, sono diversi i provvedimenti implementati dall’amministrazione Biden che pur essendo passati quasi del tutto inosservati, sono degni di nota e che hanno portato, ad esempio, a una drastica riduzione degli arresti ai danni dei migranti irregolari, all’estensione delle categorie e del numero delle persone che hanno diritto a una forma di protezione o ancora a facilitare il percorso di ingresso nel paese.

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