La Nato che verrà

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Fonte Immagine: NATO

Il nuovo Concetto Strategico adottato dai leader dei trenta paesi membri della Nato al summit di Madrid presenta molti dei contenuti dell’Agenda 2030 United for a New Era del segretario generale Jens Stoltenberg e importanti novità indotte dal ritorno in Europa della guerra ad alta intensità. Una nuova cortina di ferro, estesa dall’Artico al Mar Nero, separerà Occidente e Mondo Russo e percorrerà un fronte orientale molto più ampio rispetto alla Guerra Fredda. Gli Alleati predisporranno un neo-contenimento multidimensionale della Russia, si concentreranno sulla creazione di partnership strategiche indo-pacifiche con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud per partecipare al parallelo contenimento della Cina ed infine rafforzeranno sensibilmente le capacità comuni in campo ibrido, cibernetico, spaziale e tecnologico.

C’è solo una cosa peggiore che combattere con gli alleati, ed è combattere senza di loro

Winston Churchill, 1945

1. Il Concetto Strategico 2022 eleverà la Russia a principale minaccia alla sicurezza e ai valori dell’Alleanza. Questa tornerà a concentrarsi sull’originaria missione di deterrenza e difesa collettiva accelerando prepotentemente il processo di rifocalizzazione dall’antiterrorismo alla competizione tra grandi potenze iniziato con il ritiro dall’Afghanistan. L’adesione di Svezia e Finlandia trasformerà il Mar Baltico in un “lago Nato” isolando l’exclave russa di Kaliningrad, sede della Flotta russa del Baltico, e rafforzerà la posizione geopolitica statunitense ed atlantica nel quadrante artico. Le Forze di risposta rapida della Nato verranno quasi ottuplicate (da 40.000 a oltre 300.000 unità) per guadagnare in prontezza e capacità di risposta alle crisi e si addestreranno con gli eserciti degli otto paesi del fianco orientale (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria) per acquisire familiarità con il terreno locale e con le nuove scorte militari (sistemi d’arma, carburante, munizioni) che verranno preposizionate in avanti in modo da poter rispondere celermente in caso di conflitto. 

Fondamentale sarà quindi il tema della mobilità militare e il potenziamento della logistica dual-use per la movimentazione rapida e flessibile di truppe e assetti bellici in direzione nord-sud e sud-nord. La sicurezza delle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, data center, 5G e 6G) richiederà barriere e screening sugli investimenti diretti esteri cinesi in tali settori in ragione dei rischi alla condivisione di informazioni militari e di intelligence derivanti dalla penetrazione tecnologica ed infrastrutturale cinese in Europa lungo le vie della seta, caratterizzata dalla vicinanza ad infrastrutture militari statunitensi o Nato.

Washington potenzierà le unità rotazionali nelle tre repubbliche baltiche, aggiungerà una brigata rotazionale da 5.000 unità in Romania, trasformerà in permanente la sua presenza in Polonia stabilendovi il quartier generale del V Corpo d’Armata, dispiegherà due squadroni di F-35 nel Regno Unito, innalzerà da 4 a 6 i cacciatorpediniere di stanza nella base navale di Rota (Spagna) e irrobustirà le difese aeree delle basi in Germania e in Italia con nuove batterie a corto raggio.

Per il Pentagono la minaccia russa non dovrà comunque distrarre l’America “dall’affrontare le sfide per una regione indo-pacifica libera, stabile e sicura”. Principio corretto, ma la Russia non scomparirà e seppur dimidiata continuerà a rappresentare una spina nel fianco per i piani indo-pacifici statunitensi. Tuttavia, nel medio termine una Russia economicamente e militarmente indebolita e una Nato rinvigorita dovrebbero consentire agli Usa di prestare minori attenzioni sull’Europa scaricando una parte del fardello agli alleati per concentrarsi sul contenimento marittimo della Cina.

2. La seconda priorità strategica della Nato sarà proprio la Cina, per la prima volta espressamente nominata come “rivale sistemico” nel documento strategico atlantico. Un significativo riconoscimento politico se paragonato all’ultimo Concetto Strategico del 2010 che riflettendo un’era di incontrastato dominio americano neppure menzionava la Repubblica Popolare. Per gli Usa e in misura minore ma significativa per la Nato il prossimo decennio sarà caratterizzato dal doppio contenimento di Russia e Cina, attuato mediante l’accerchiamento dell’Isola Mondo (Eurasia) lungo il suo Rimland periferico. Il presidente statunitense Joe Biden lo aveva candidamente ammesso nel suo primo discorso al Congresso quando nel porre la Cina al centro della politica estera della sua amministrazione delineava i cardini della postura americana nell’Indo-Pacifico nei termini di un serrato contenimento “proprio come facciamo nella Nato e in Europa, non per iniziare un conflitto, ma per prevenirne uno”. 

Il simultaneo contenimento di Russia e Cina vedrà protagoniste una schiera di formazioni geopolitiche a geometria variabile le cui pietre angolari saranno la Nato, i Five Eyes, il Quad e Aukus. Ma solo la Cina avrà l’onore di vederle all’opera congiuntamente. Perché la Cina costituisce una sfida strategica planetaria a quell’ordine internazionale basato sulle regole (leggi impero americano) del quale la Nato è uno dei perni fondamentali. Pechino vuole determinare gli standard globali della nuova rivoluzione tecnologica ed esportare il proprio modello di governance tecno-autoritario iniziando dai paesi in via di sviluppo. 

La globalità e sistematicità della sfida cinese richiede agli Alleati di giocare la loro parte nella competizione a tutto campo (politica, diplomatica, economica, infrastrutturale, mediatica, tecnologica e militare) con Pechino e agli Usa di radunare con più forza e coerenza europei ed asiatici (Occidente strategico) in un fronte anti-cinese esteso dall’Atlantico all’Indo-pacifico, dal Polo Nord al Mediterraneo, provando ad allineare il consolidato sistema securitario e geoeconomico europeo (Nato, Ue) alle acerbe piattaforme securitarie indo-pacifiche (Quad, Aukus). Centrale sarà la partnership politico-militare con Tokyo che costituirà l’ancora con cui trasportare la Nato nell’Indo-Pacifico e collegare i due teatri marginali dell’Eurasia per il doppio contenimento di Cina e Russia, da Britannia al Sol Levante. 

3. Il reclutamento della Nato all’interno della competizione geopolitica sino-statunitense servirà a moltiplicare la potenza del contenimento dell’Impero del Centro grazie al peso specifico di un’alleanza che rappresenta quasi 1 miliardo di persone e oltre la metà della potenza militare ed economica del mondo. 

L’“approccio globale” della Nato avrà una forte dimensione politica più che militare e si sostanzierà in partnership cooperative con giapponesi, sudcoreani, australiani e neozelandesi con particolare riguardo alla salvaguardia dei diritti umani e dei valori democratici, alla condivisione di intelligence, alla manutenzione dei global commons come la libera ed aperta navigazione dei mari, dello Spazio e del ciberspazio, alla diversificazione delle catene di approvvigionamento critiche (semiconduttori, batterie elettriche, terre rare, biotecnologie) e alla risposta a crisi ed emergenze come pandemie e disastri naturali che spezzano la continuità delle filiere di approvvigionamento globali e colpiscono le società civili degli Stati membri, minacciandone le capacità di sopportare scenari di vittime di massa.

Nel contesto della sfida strategica Usa-Cina la Nato dovrà agire inoltre da piattaforma di dialogo e coordinamento degli sforzi dei membri e in fondamentale cooperazione con l’Ue sia in campo tecnologico-militare che nella sfera delle minacce ibride in modo da opporre alla Cina un blocco geopolitico e geoeconomico superiore per scala e capacità.

Nel primo ambito i membri più attrezzati sul piano navale come Francia, Regno Unito e Italia saranno chiamati a dare un contributo al contenimento oceanico del Dragone (esercitazioni congiunte, operazioni di libertà di navigazione, presidio dei choke points) che sarà simbolico nei Mari Cinesi, stanti i limiti quantitativi ed operativi delle loro flotte che possiedono unità e capacità di proiezione di potenza notevolmente ridotte per operare in quei mari lontani, ma che dovrà essere fattivo nelle regioni dell’Oceano Indiano e del Mediterraneo “allargato” esteso sino all’Artico. 

In secondo luogo, la Cina sarà la vera destinataria degli investimenti congiunti da oltre un miliardo di dollari del Fondo per l’innovazione della Nato connesso al Defense Innovation Accelerator per il Nord Atlantico (DIANA) per il supporto ad aziende e start-up per la produzione, sperimentazione e sviluppo di tecnologie civili ad uso militare. I maggiori contributi che la Nato dovrà apportare sul piano tecnologico-militare nella sfida con Pechino riguarderanno la sicurezza spaziale e digitale e il coordinamento degli sforzi congiunti, anche attraverso partenariati pubblico-privati, per investire sulle emergenti e dirompenti tecnologie dual use (intelligenza artificiale, dati e informatica, autonomia, tecnologie quantistiche, biotecnologie, tecnologie ipersoniche, spazio, nuovi materiali di produzione, energia a propulsione) che amplieranno lo spazio fisico del campo di battaglia, sempre più caratterizzato dall’interoperabilità tra sistemi hardware, software, informazioni e dati, per la conduzione di operazioni congiunte per tutti i domini (terra, mare, aria, cyberspazio, Spazio) e che richiederanno l’adozione di standard comuni per assicurare l’interoperabilità all’interno della Nato e per impedire alla Cina di affermare i propri parametri.

Quanto al secondo versante, quello relativo alle minacce ibride, alla coercizione economica e alla disinformazione cyber, la Nato dovrà affinare strategie, tattiche, capitale umano e strumenti tecnici per contrastare lo sharp power di Russia e Cina che ricorrono alla guerra mediatica, cibernetica e politica, agendo al di sotto della soglia cinetica, “al di fuori della normale dinamica di pace-crisi-conflitto”, per danneggiare la coesione europea e transatlantica, colpire economie, infrastrutture e società dei paesi membri e alimentarne le divisioni sociali interne e la sfiducia delle loro opinioni pubbliche verso le istituzioni democratiche.

4. Fino a qualche anno fa Emmanuel Macron sentenziava la “morte cerebrale” della Nato per spingere l’autonomia strategica francese (da Washington) via Ue. La guerra scatenata da Putin potrebbe chiudere questa prospettiva e rappresentare un elisir di lunga vita per l’Alleanza Atlantica.

Il ritorno della competizione tra grandi potenze, in re ipsa di lungo termine, ergo strategica, impone una postura proattiva, coerente e globale. I maggiori ostacoli ai propositi delineati dal Concetto Strategico 2022 saranno rappresentati dalla strutturale “cacofonia strategica” interna alla Nato per il caleidoscopio di visioni in relazione sia alla Russia che alla Cina e dalla difficoltà per alcuni membri come l’Italia di creare e mantenere un consenso politico per assicurare le necessarie spese militari in una fase di turbolenze economiche e crisi energetiche. 

La guerra russo-ucraina sposterà ulteriormente il focus strategico transatlantico in direzione della difesa territoriale lungo l’asse orientale baltico-eusino riducendo le attenzioni di Bruxelles verso il fianco sud, a scapito degli interessi euro-mediterranei di paesi come Italia e Francia che dovranno assumersi maggiori responsabilità dirette per stabilizzare l’arco di caos afro-mediorientale da cui promanano i principali pericoli immediati alla sicurezza dei rispettivi confini e dove da anni anche la Cina ha fatto capolino lungo le vie della seta, acquisendo il controllo di porti e data center, e conducendo esercitazioni congiunte con la Flotta russa nel Mediterraneo.

Anche sulla Cina non tutti si trovavano sulla stessa pagina. Al vertice Nato di Bruxelles dello scorso anno l’allora cancelliera Angela Merkel definiva Pechino “un rivale su molte questioni” come il ciberspazio ma “allo stesso tempo un partner su molte altre questioni” come il commercio e gli investimenti. Mentre il presidente francese Macron sosteneva che la “Nato è un’organizzazione nordatlantica, la Cina non ha nulla a che fare con il Nord Atlantico, manifestando l’indisponibilità transalpina ad impiegare risorse politiche, economiche e militari atlantiche nel contenimento geostrategico della Repubblica Popolare nel quadro della strategia indo-pacifica statunitense. 

Per lontananza geografica la Cina non è (ancora?) percepita dagli europei come minaccia esistenziale. La guerra scatenata da Putin potrebbe modificare anche tale atteggiamento rafforzando vieppiù la presa americana sul Vecchio Continente. 

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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