IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E LA DIFESA EUROPEA: EFFETTI E AZIONI

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In questi mesi sono diventati argomenti particolarmente dibattuti sulla scena internazionale in Europa la guerra in Ucraina con i suoi risvolti in tema di sicurezza e difesa e, più recentemente, il processo di allargamento con la concessione dello status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione a Ucraina e Moldova. Ma non è tutto qui.

Non si può non tenere in considerazione che un ulteriore tema continua a essere attuale e problematico: il cambiamento climatico. A maggior ragione, se si rapportano gli effetti del cambiamento climatico al tema della sicurezza che prepotente si è imposto dopo lo scoppio del conflitto in Europa.

I cambiamenti climatici e i suoi effetti, come il degrado ambientale, la perdita di biodiversità, la deforestazione, gli estremi fenomeni meteorologici, nonché la scarsità di alimenti e di acqua, favoriscono l’emergere di conflitti e crisi nel mondo e costituiscono di per sé una minaccia per la sicurezza delle persone. Già la bussola strategica per la sicurezza e la difesa riconosceva il cambiamento climatico come moltiplicatore di minacce.

Oltre a ciò, bisogna anche tenere presente il fatto che le catastrofi naturali comportano una maggiore perdita di materiale e infrastrutture militari, nonché il fatto che le forze armate rientrano tra i principali consumatori di combustibili fossili a livello mondiale, come anche sottolineato dal PE nella sua recente risoluzione.

Ma quanto si consuma nel settore della difesa, senza tener conto del cambiamento climatico?

Alla luce della guerra in corso nel continente europeo, si è riscontrata una diminuzione costante di produzione interna di petrolio e gas nell’Unione e la forte dipendenza ambito energetico: tutti gli Stati membri sono importatori netti di energia da un numero limitato di Paesi terzi, primo tra tutti – prima dello scoppio del conflitto – la Russia. 

Le difficoltà di approvvigionamento di energia hanno spinto l’UE a sviluppare delle strategie di diversificazione delle fonti, eppure – alla luce dei dati riportati – è importante che anche l’azione esterna dell’Unione, che ad oggi riveste un ruolo centrale nel dibattito internazionale, dovrebbe tenere conto di considerazioni ambientali, legate ai cambiamenti climatici, in quanto rischio importante per la sicurezza umana e degli Stati. 

Ma consideriamo alcuni dati sul nesso tra cambiamento climatico e settore della difesa: il tasso di dipendenza energetica degli Stati membri è aumentato dal 56 % al 61 % nel periodo pre-conflitto 2000-2019; l’impronta del carbonio del 2019 nel settore militare degli Stati membri è stata stimata in circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2; i carburanti per i trasporti rappresentavano il 52 % del consumo di energia nei 22 Stati membri e il riscaldamento ha rappresentato in media il 32 % del consumo di energia, con il 75% derivante da oli combustibili e gas naturale, delle forze armate (AED, 2017).

Lo scorso marzo 2022, il SEAE (Servizio europeo per l’azione esterna) aveva adottato una roadmap in merito ai cambiamenti climatici e la difesa, con lo scopo di garantire che le implicazioni del cambiamento climatico diventino parte integrante della strategia europea per la difesa.

Banalmente, per fare un esempio, un aumento della spesa per la difesa, pur tenendo presente la necessità di mantenere un alto livello di operatività, non dovrebbe portare a un aumento delle emissioni. Piuttosto, si potrebbe destinare una parte della spesa per il settore della difesa a investimenti in tecnologie e capacità funzionali al settore che riducano le emissioni, come l’elettrificazione e l’uso di combustibili a emissioni zero.

Un’ulteriore interessante azione che può essere intrapresa, come proposta dal SEAE, è quella di sviluppare le cd. analisi delle tendenze climatiche regionali o tematiche per valutare l’impatto del clima sulle missioni militare. Un simile strumento, innanzitutto, potrebbe portare a rivalutazioni sull’impiego di uomini e di mezzi inquinanti fino all’aumento della spesa per la ricerca scientifica, senza compromettere la politica europea. Lo stesso Alto Rappresentante, nel discorso al PE dello scorso 6 giugno, ha riportato un esempio in merito all’impatto delle alte temperatura sugli strumenti militari: gli elicotteri non possono volare in alcune zone perchè l’elettronica non funziona quando riscontra temperature ben oltre i 40°.

Quante possibilità ha l’UE di riuscire a tenere presente che aumentare la spesa e l’impegno in materia di difesa a causa delle pressioni esterne nel breve periodo dovrebbe tenere presente la salvaguardia dell’ambiente nel lungo periodo?

Cinicamente, se da un lato, vi è già un’ampia volontà politica di trattare questi temi, se non in combinazione come la roadmap del SEAE suggerisce, dall’altra, è tutta una questione di bilancio. 

Già il programma di lavoro del Fondo europeo per la difesa per il 2021 aveva stanziato 133 milioni di euro per azioni relative alla “resilienza energetica e transizione ambientale” a sostegno dello sviluppo di prodotti e tecnologie per la difesa. Ci potrebbero essere buone chance se si considera anche che l’UE si è datata anche di un nuovo strumento, il NDICI-Europa globale, adottato dal Parlamento europeo e del Consiglio, il 9 giugno 2021. Di fatti, tra le sue voci, potrebbe essere integrata l’azione per il clima, assicurando che il 30 % del suo bilancio settennale di 80 miliardi di EUR sostenga ulteriormente gli interventi a favore del clima, in un contesto di gestione delle crisi e di prevenzione dei conflitti.

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