OLTRE LA GUERRA IN UCRAINA: EUROPA, NATO, BALTICO ED EGEO

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Fonte Immagine: Geopolitical News

Nemmeno un anno fa, alla fine dell’estate 2021, avevamo già iniziato a parlare consapevolmente dei rischi verso cui stava andando incontro l’Europa nell’inverno freddo e “salato”. Si era potuto constatare come la dipendenza energetica europea negli anni passati non era altro che aumentata, superando il 50% la sua importazione, fatto che, contestualmente, significa aumentare ridurre la propria indipendenza politica. Oggi, dopo tutto quel che sappiamo essere successo (finora!), comprendiamo—amaramente—ancora di più il peso di quei discorsi.

Come analizzato in un precedente articolo del novembre scorso, la subalternità europea al vicino forno moscovita ne ha minato costantemente negli ultimi anni la sua libertà d’azione estera ed interna, soprattutto in certi ambiti. A tratti diversi, inoltre, ogni membro UE patisce questa fornitura russofona di materie prime—petrolio e gas—creando così anche una disomogeneità nell’Unione che porta ad una differenza di atteggiamenti verso le relazioni con Mosca. 

Nemmeno un anno fa, scoppiava lo scandalo dei contratti—apparentemente—violati o maliziosamente attuati dalle compagnie russe fornitrice di metano verso i partner europei. Una mossa che ha iniziato e continua a mettere in crisi il Vecchio Continente. Parallelamente, la tensione nel Donbass è aumentata e il 24 febbraio 2022, dopo tanti moniti “Al lupo! Al lupo”, alla fine l’Orso Russia è arrivato. Più si va avanti e più la guerra in Ucraina, che si voglia o meno, rappresenterà (o evidenzierà) un punto di svolta delle relazioni internazionali di questo primo quarto di secolo.

La fine dei sogni europei. L’Unione Europea non è morta, ovviamente, ma questa ha evidentemente fallito il suo tentativo di liberarsi dal guinzaglio a stelle e strisce. La sua dipendenza energetica verso la Russia ha fatto sì che, dopo la decisione di sanzionare l’economia russa riducendone i commerci, per soddisfare il proprio fabbisogno dovesse rivolgersi prima oltre l’Atlantico (con le conseguenze di differenza di qualità e di prezzo) e, negli ultimi tempi, oltre il Mediterraneo (con i connessi rischi politici). 

La stessa Germania, che nei tempi ante Ucraina si dilettava a danzare tra Washington e Mosca come una sorta di bilanciere, al fine di trarne il massimo profitto in una fase di liberazione dalla prima e di “distensione” con la seconda, oggi è rientrata nei ranghi. Il celeberrimo Nord Stream 2, che ha avuto—volendo o dolendo—più ostacoli burocratici e tecnici che il MOSE veneziano, e che serviva a punzecchiare ora l’aquila american ora l’orso russo, sembra non essere più tanto fondamentale quanto veniva descritto negli anni passati.

Spunta un punto caldo nel freddo Baltico, come alternativa alla pipeline germano-bielo-russa. Affascinante come un’operazione speciale sulle coste del Mar d’Azov possa arrivare a surriscaldare le acque scandinave. A questo riguardo già da mesi i Paesi del Nord Europea hanno denunciato alcuni sabotaggi ‘anonimi’ dei tubi di comunicazione sottomarini e violazioni di acque territoriali. 

Affascinante il Baltico anche per la sua “fauna”. Si possono trovare piccoli staterelli, le cosiddette Repubbliche Baltiche, animate per ragioni storiche da un fervente sentimento anti moscovita e oggi prima linea del fronte Atlantico. Esponenti, in particolare, di quella corrente dell’Alleanza che proprio in funzione della loro posizione (e storia) fanno più rumore ma, contemporaneamente, devono stare attente al loro vicino orientale. È il classico “dilemma della sicurezza” delle relazioni internazionali: essendo le più vicine sono quelle che temono e rischiano di più, pertanto, aspirano ad una maggiore sicurezza militare ma, contestualmente, così facendo o esagerando potrebbero superare il punto di non ritorno spaventando troppo chi sta dall’altra parte.

Più a Nord inoltre si incontrano due Paesi storicamente indipendenti: Svezia e Finlandia. “Storicamente” termine molto significativo in quanto Stoccolma e Helsinki hanno presentato la richiesta di adesione alla NATO. Mossa che preoccupa non poco Mosca, che ovviamente ha minacciato una eventuale realizzazione effettiva della procedura di entrata dei due Stati. Ma che, al momento, comunque viene fermata dalla posizione contraria della Turchia ad un simile allargamento. 

Ora, il veto di Ankara può essere dovuto a più fattori. Da un lato, per i più idealisti vi si può vedere una sincera preoccupazione di Erdogan per un’escalation critica della tensione con un allargamento della crisi, secondo le minacce poste da Mosca. Dall’altro, però, seguendo una speculazione da una prospettiva più ampia potrebbe celarsi un interesse ulteriore, più pragmatico. 

Oltre al Mar Nero e al Mar Baltico, infatti, un altro Mare da non perdere di vista è l’Egeo, dove la rivalità greco-turca, negli anni scorsi in apparente superamento, sta tornando ora sempre più acceso. La complessità di quest’area del Mediterraneo è dovuta al fatto che a far da cornice allo storico iato tra Atene e Ankara è la stessa Alleanza Atlantica. Entrambi i Paesi sono membri della NATO e questo crea non poche difficoltà e ambiguità nella soluzione delle loro controversie. Il bottino principale è la sovranità di alcune isole strategiche nell’Egeo—oltre che alla dimenticata bipartizione cipriota. 

La mossa del cavallo di Erdogan, dunque, potrebbe essere quella di sfruttare il veto sull’entrata di Finlandia e Svezia nella NATO come mezzo di pressione sulla stessa Alleanza per ottenere favoreggiamenti politici nelle proprie mire sull’Egeo, a scapito della Grecia. La posizione di forza su cui si basa, o pensa di farlo, Ankara è il suo tentato ruolo di mediatore nel conflitto russo-ucraino, in veste anche di “guardiano dei cancelli” del Mar Nero, secondo la Convenzione di Montreux del 1936 che disciplina le regole di passaggio negli Stretti: Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo. Nei prossimi giorni sono previsti ulteriori incontri tra Erdogan, Stoltenberg e i capi di Stato svedese e finlandese: si vedrà cosa succederà, se cambierà qualcosa, ma soprattutto a quale prezzo.

La fine dei sogni europei, si diceva. In una guerra davanti casa—o dentro, chi lo sa?—l’Europa ha una rilevanza imbarazzante, non sufficiente al prestigio che si auto assegnava o assegna ostinata tutt’oggi. La guerra in Ucraina ha quindi fornito l’occasione d’oro per Washington per rivitalizzare una creatura rugosa e cadente a pezzi—descrizione più adatta alla NATO degli ultimi anni, trovo non possa esserci—e risoggettare il Vecchio Continente. Giusto l’altro giorno Jens Stoltenberg, Segretario Generale della NATO, ha annunciato l’aumento delle forze di intervento rapido da 40 mila a 300 mila: abracadabra, silenziosamente ecco “la più grande rivoluzione della NATO dalla Seconda Guerra Mondiale”.

Gli USA, si sa, soffrono da sempre di quella che possiamo definire in modo molto volgare la “sindrome da crocerossina” perché vogliono, o per meglio dire devono per loro stessi, porsi come “salvatori” degli altri popoli—quanto e come ciò succeda realmente non è possibile affrontarlo in questo breve articolo, pertanto si lascia al lettore il giudizio. La guerra in Ucraina ha quindi permesso agli Americani di ritornare ad assumere per gli Europei la figura di “buon amico” pronto a sostenerti quando necessario. 

Alla base della geopolitica, dopotutto, un nemico è tanto più minaccioso tanto più è vicino e di conseguenza si preferirà sempre quello più lontano in contrapposizione a quello oltre il proprio muro di casa. Lo strisciante atteggiamento ostile russo negli ultimi anni e la definitiva conflagrazione delle recidive mire russe di influenza nello spazio post-sovietico con la guerra in Ucraina, hanno ridato a Washington tempo e legittimità sul Vecchio Continente. 

Putin, l’utile idiota come un professore dell’Università di Bologna lo definì, s’è immolato a nemico potenziale-reale necessario a ricompattare il fronte. La frenesia dello shock iniziale, però, non è eterno e bisognerà vedere nei prossimi mesi se gli attori in campo, da entrambi i fronti (e all’interno degli stessi addirittura), sapranno coglierne o meno gli effetti. 

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