Gli stupri di guerra e lo Stato di diritto polacco

12 mins read
Women's rights activists protest against recent tightening of Poland's restrictive abortion law in front of the parliament building in Warsaw, Poland, on Oct. 27, 2020. Copyright AP Photo/Czarek Sokolowski (via https://www.euronews.com/my-europe/2020/10/28/poland-pro-abortion-protests-kaczynski-call-to-defend-churches-sparks-opposition-fury

L’aborto negato alle rifugiate ucraine ha innescato il dibattito sulla norma polacca e ha rinnovato gli attriti tra la Polonia e l’Unione Europea.

Dall’inizio dell’invasione russa, centinaia di rifugiati ucraini hanno denunciato casi di molestie e stupri anche a danno di ragazzi e bambini. Human Right Watch ha documentato, infatti, episodi in cui i soldati russi hanno violato le leggi di guerra con episodi di violenza sessuale che, in un contesto bellico, sono riconosciuti, dallo Statuto di Roma e dalla Convenzione di Ginevra, come crimini internazionali contro l’umanità. Anche la Commissaria per i diritti umani, Lyudmila Denisova, ha ufficialmente documentato i casi di 25 donne tenute in ostaggio in uno scantinato a Bucha e violentate ripetutamente – nove delle quali sono rimaste incinte.

Ci si chiede, però, fino a che punto gli aiuti umanitari o le indagini tutelano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) sia dentro che fuori dall’Ucraina, specialmente per le vittime di stupro. È un dato che l’invasione russa abbia provocato degli effetti devastanti non solo sul piano dell’assetto geopolitico ed economico, ma anche su questioni che potrebbero passare in secondo piano, come l’aborto. La carica centrifuga del conflitto ha prodotto infatti degli effetti laterali tanto in territorio ucraino quanto nei paesi ospitanti, e un esempio è la Polonia. Qui un numero sempre maggiore di rifugiate ucraine arriva con gravidanze forzate in seguito agli stupri subiti.

Tuttavia, in Polonia[1] esiste una delle più restrittive leggi sull’aborto in Europa stabilita da una sentenza della Corte Costituzionale nell’ottobre 2020 – voluta dal partito della destra cattolica Pis (Prawo i Sprawiedliwość – Diritto e Giustizia) – che va a modificare la legge del 1993, la quale prevedeva l’aborto in caso di pericolo di vita della madre, di stupro o incesto, e di malformazione del feto. La norma entrata in vigore definitivamente il 27 gennaio 2021 consente, in teoria, l’aborto solo nel caso in cui è in pericolo la vita della madre e per stupro.

Ma di fatto la legge sull’aborto non si applica quasi mai. Basta ricordare il caso di Izabela Sajbor, morta per shock settico a novembre 2021 a causa di una gravidanza a rischio per malformazione del feto. Per quanto riguarda lo stupro, invece, si apre un’indagine penale  – lenta – che nella pratica non consente alla donna la possibilità di abortire. Anzi, in caso di aborto la donna e tutti gli attori coinvolti vengono incriminati a 25 anni di carcere e a 5 anni per aborto spontaneo.

Nel caso degli stupri di guerra la procedura è ancora più complessa perché da un lato, non si conoscono i nomi dei soldati imputati e gli interventi non sono immediati; dall’altro, c’è una grande difficoltà nello svolgere indagini appropriate su questi reati perché risulta complesso reperire dati certi sui numeri esatti delle violenze ufficialmente registrate tramite denunce sia perché spesso le donne non trovano il coraggio di denunciarle, come ha sottolineato il vice primo ministro ucraino, Olha Stefanishyna, in conferenza stampa a Kiev il 4 maggio. Dunque, da un lato continuano gli stupri di guerra in Ucraina – e tra i primi è stato processato Mikhail Romanov –; dall’altro, il flusso migratorio dei rifugiati spinge verso la Polonia, dove cresce il numero di vittime che avranno bisogno di accedere ai farmaci per la contraccezione o alle pratiche sanitarie di aborto. In Polonia, ad esempio, le vittime di stupri sono sostenute da diverse organizzazioni no-profit come Federa, che collabora con l’International Planed Parenthood Federation per inviare contraccettivi in Ucraina; Ala Sivara; Woman on Web; Abortion Without Borders, che aiuta le donne polacche ad abortire all’estero; anche l’ONU ha firmato l’accordo quadro  per l’assistenza a fornire materiale contraccettivo alle donne.

Ma uno dei problemi da non sottovalutare è proprio nella legislazione polacca e l’approvazione di un magistrato per l’aborto. L’indagine penale degli stupri viene affidata ad una magistratura non propriamente parziale e costituita da membri vicini al Pis, il cui portavoce, Aleksander Stępkowski, – e non solo -, è  legato all’Ordo Iuris, cioè un’organizzazione cattolica polacca con posizioni conservatrici e antiabortiste. Per cui, queste vittime non solo hanno  innescato il dibattito sulla norma antiabortista polacca, ma hanno anche rinnovato i colpi sullo Stato di diritto in Polonia e gli attriti con l’Unione europea. C’è da aggiungere, inoltre, che la norma è stata approvata con ritardo a causa delle continue manifestazioni e delle critiche da parte del Parlamento europeo, proprio perché vìola di fatto lo Stato di diritto che è uno dei valori fondamentali dell’Unione europea.

Infatti, in una risoluzione del Parlamento europeo dell’11 novembre 2021 – sul primo anniversario del divieto di abortode facto in Polonia – si fa riferimento alla incostituzionalità delle leggi polacche dall’adozione del pacchetto di tre leggi adottate alla fine del 2016, rendendo, quindi, opinabile la legittimità della sentenza del 22 ottobre 2020.

Inoltre, nel testo si considera illegittimo lo stesso Tribunale costituzionale che compromette il primato del diritto dell’UE come uno dei suoi principi fondamentali. Più avanti al punto X, il testo definisce la sentenza del 22 ottobre 2020 un regresso dei diritti acquisiti dalle donne polacche e ne sottolinea la compromissione del Tribunale, oltre al sistema giudiziario in generale, da quando il governo, guidato dai Pis, ne ha assunto il controllo. Nella risoluzione si sottolinea anche lo stretto legame tra l’organizzazione integralista Ordo Iuris e la coalizione di governo che spingono verso la creazione di “zone libere da LGBTI+” oltre alla violazione dei diritti umani, della parità di genere e la richiesta di uscire dalla convenzione di Istanbul.

E proprio per le compromissioni dell’organo di giustizia, la Corte di Giustizia europea aveva condannato la Polonia a pagare una multa di 1 milione di euro al giorno per non aver sospeso le attività della Corte Suprema polacca e danneggiando, così, lo Stato di diritto a tutti gli effetti. Quest’ultimo, in realtà, andrebbe violato ulteriormente con la nuova invenzione polacca dell’ “Istituto per famiglie e demografia”, uno strumento che mira a controllare le donne in gravidanza, le coppie sul punto di divorziare, o le famiglie composte da genitori LGBTI+.

L’istituto, inoltre, sarebbe controllato da un Superprocuratore, come il cattolico fondamentalista Bartlomiej Wroblewski, che andrebbe a ledere ancora di più il potere e la credibilità del sistema giudiziario polacco. Dunque, la legge sull’aborto in Polonia rivela un’ulteriore erosione dello Stato di diritto e dei rapporti con l’UE che, nel frattempo, ne aveva bloccato i fondi per il Recovery Plan; ma nella sostanza la disputa tra Varsavia e Bruxelles si gioca sulle priorità del diritto comunitario su quello nazionale, la libertà di informazione, i diritti delle donne e delle minoranze, e la – fatidica – riforma del sistema giudiziario polacco.

Il Parlamento europeo, già in un’interrogazione parlamentare del 7 aprile 2022, chiedeva alla Commissione europea quale sarebbe stata la risposta umanitaria da parte dell’UE per l’assistenza e l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva dei rifugiati. In una risoluzione successiva del 5 maggio – ‘L’impatto della guerra sulle donne ucraine’ – il Parlamento europeo ha condannato lo stupro come strumento di guerra e ha invitato, come prima istanza, l’UE e la Commissione a garantire alle donne ucraine tutta l’assistenza necessaria in materia dei diritti e della tutela sessuale e riproduttiva.

Dello stesso documento si vedano, ad esempio, i punti J, O, Q, T e U nei quali viene condannato l’operato della Polonia che comprende la negazione dell’aborto, della tutela dei diritti delle donne e della parità di genere, dell’assistenza necessaria alle vittime di stupro, oltre alle donne che sono costrette ad andare in un altro paese per garantire un proprio diritto. Viene segnalato, inoltre, anche il caso dell’attivista Justyna Wydrzyńska, che si trova sotto processo per aver fornito a una donna delle pillole contraccettive.

Nonostante ciò, mentre la Polonia con le sue azioni continua a minacciare lo Stato di diritto, la Commissione europea e Ursula von der Leyen a inizio giugno hanno sbloccato proprio quei fondi del Pnrr da 36 miliardi di euro. La situazione, a questo punto, è tutt’altro che semplice, dal momento che le questioni che avevano portato l’UE a sanzionare la Polonia restano di fatto scoperte mentre i fondi saranno erogati sulla base di un compromesso politico. Il territorio polacco, infatti, per ottenere i finanziamenti, deve completare prima le riforme del suo sistema giudiziario – come requisito base. Sul lato opposto,  proprio come nelle ‘cadenze’  degli scacchi, il Parlamento europeo si oppone alla scelta della Presidente von der Leyen, preparando una mozione di sfiducia contro le attività della Commissione europea. E intanto si vedrà l’evoluzione della vicenda, mentre il ‘gioco’ a scacchiera procede.


[1]Le altre si trovano in Moldavia, Malta e Slovacchia.

Latest from LAW & RIGHTS