ACQUA COME FATTORE GEOPOLITICO-STRATEGICO: IL CASO DELLA PALESTINA

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Il sovrintendente Bassam Rayan riempie i serbatoi d'acqua privati dei residenti nel condominio Khawaja a Ramallah (Mohammed Najib/Al Jazeera)

Da decenni i palestinesi stanno fronteggiando problemi connessi all’accesso alla risorsa idrica: come incide su ciò l’occupazione israeliana?

L’osservazione dei fenomeni idrogeopolitici nello spazio palestinese permette di soffermarsi su diverse riflessioni coinvolgenti i vari attori ivi aventi voce in capitolo. L’acqua viene considerata una risorsa strategica quando la si intende impiegabile dall’uomo e relazionata al livello di tecnologia disponibile per il suo sfruttamento e alle necessità del sistema economico cui si fa riferimento.[1] Le risorse idriche presenti in questo spazio ricoprono un’importanza strategica tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani, in quanto controllo della risorsa significa controllo della terra e dunque sovranità.

Il primo punto di cui è bene tenere conto è costituito dal fatto che le risorse idriche presenti nei Territori Palestinesi Occupati sono scarse: le poche risorse di superficie sono tutte situate in Cisgiordania (nella Striscia di Gaza attualmente non se ne possono rilevare di importanti, basti pensare al solo fatto che il Wadi Gaza, il maggiore corso d’acqua della Striscia, è stato prosciugato a monte dai prelievi idrici effettuati nel tempo dallo Stato israeliano) e la maggior parte dei corsi d’acqua della zona fluisce solamente per poche settimane all’anno, contribuendo in questo modo a generare fenomeni alluvionali dopo i temporali.

A ciò si aggiunga che le complesse caratteristiche geologiche delle valli rendono difficoltoso anche l’immagazzinamento di queste acque poiché non risulta possibile progettare grandi dighe di stoccaggio.[2] La risorsa idrica principale è il Giordano, fiume transfrontaliero le cui acque attraversano i territori giordano, libanese, siriano, israeliano e palestinese; ad oggi esso viene utilizzato in maniera massiccia da parte israeliana sia per finalità di approvvigionamento domestico che di irrigazione e dal 1967 i palestinesi non vi hanno più accesso.

Va da sé che le acque sotterranee acquisiscano una grande importanza strategica, visto che la maggior parte dell’approvvigionamento idrico proviene da pozzi e sorgenti. In Cisgiordania queste risorse si trovano nelle profonde falde acquifere dell’acquifero occidentale, orientale e in quello nord-orientale, mentre a Gaza si segnala la presenza dell’acquifero costiero, sabbioso, poco profondo, che si estende fino a Israele ed Egitto in uno spazio estremamente circoscritto e soggetto a ipersfruttamento: nella Striscia infatti la maggior parte dell’acqua viene usata per scopi agricoli e le estrazioni superano di molto la capacità naturale di ricarica dell’acquifero stesso, senza dimenticare poi una ulteriore problematica costituita dalle frequenti intrusioni di acqua marina, i cui livelli di inquinamento crescono a ritmi davvero preoccupanti.

Inoltre nei Territori Palestinesi Occupati non è garantito un servizio idrico continuo poiché si riesce a convogliare l’acqua in ogni sezione della rete solo per alcune ore al giorno (con aree in cui tali tempistiche si allungano) e per questo spesso i palestinesi ricorrono all’acquisto di impianti di stoccaggio come i “tank”, le cisterne poste soprattutto sui tetti dei vari villaggi palestinesi, benché queste ultime rappresentino in ogni caso una tecnologia obsoleta, pericolosa e inadeguata e il loro costo reale sia molto alto (intorno ai 1250-1950 euro per l’investimento iniziale o sui 25-39 euro se i costi sono da ammortizzare durante il primo anno di operazioni, ai quali vanno aggiunti i costi “flessibili”, ossia quelli richiesti per il mantenimento dell’impianto e quelli da contare in una prospettiva di lungo periodo, dal momento che in media una cisterna risulta utilizzabile per un lasso temporale di 25 anni).

Altro problema a ciò connesso è costituito dalla spesso insufficiente pressione idrica nella rete: è molto frequente nelle abitazioni palestinesi dotarsi di pompe per la sovralimentazione per riempire le cisterne ma la scarsa pressione di cui sopra rende le reti vulnerabili a contaminazioni causate dalle infiltrazioni di acque reflue.

Sicuramente una delle questioni più permeanti in merito alla problematica idrica è stata la gestione e il controllo del bacino dei Giordano-Yarmouk che ha coinvolto nel tempo TPO, Israele, Giordania e Siria: il fiume Yarmouk è il principale affluente del Giordano e in estate subisce un notevole decremento, per sopperire al quale si ricorre all’acqua presente negli acquiferi sotterranei cisgiordani; durante il processo di pace di Oslo negli anni Novanta, nel tentativo di venire a capo di tali problematiche, vide la luce la Palestine Water Authority e con l’accordo di Taba del settembre 1995 si procedette con la creazione di un Joint Water Management Committee israelo-palestinese[3]; tuttavia l’accordo vietava lo sviluppo di risorse e sistemi idrici (inclusa la perforazione di nuovi pozzi, la concessione di licenze, la modifica/costruzione di nuove infrastrutture idriche e fognarie) senza previa approvazione del JWC, composto sì di un egual numero di rappresentanti israeliani e palestinesi ma all’interno del quale le decisioni vengono adottate per consensus, cosa che nel concreto permette a Israele di esercitare potere di veto sulla maggior parte dei progetti idrici palestinesi, senza contare poi che la giurisdizione del JWC si estende solo sullo spazio della Cisgiordania. 

I sistemi di distribuzione idrica di insediamenti e istallazioni militari israeliani invece sono stati posti sotto la giurisdizione della compagnia per l’acqua israeliana Mekorot, delimitando gli spazi su cui vigeva la giurisdizione dell’Autorità Palestinese e favorendo la gestione israeliana della risorsa; a ciò si aggiunga che venne stabilito che la stessa Autorità Palestinese avrebbe dovuto corrispondere a Mekorot un pagamento per la quantità d’acqua che questa le avrebbe rilasciato, dando dunque vita a una situazione in cui l’Autorità Palestinese non avrebbe potuto sfruttare a pieno le risorse concessele nell’accordo e avrebbe dovuto pagare a prezzo pieno l’acqua alla compagnia israeliana, con forti sbilanciamenti tra domanda e offerta (inadeguata) della risorsa stessa. Inoltre l’accordo ad interim riservò l’82% dell’acqua della falda acquifera cisgiordana ad Israele e solo il 18% restante fu posto sotto il controllo palestinese.

Da parte israeliana, intanto, dal 1948 fu decisa la costruzione di una delle più rilevanti infrastrutture strategiche del Paese, ossia il National Water Carrier, con lo scopo di fare di esso la principale arteria con cui trasportare l’acqua fino al deserto del Negev e aumentare le disponibilità idriche israeliane: ad oggi esso appare come una “colonna vertebrale” che trasporta l’acqua dal bacino del Giordano fino a luoghi decisamente distanti, cosa che dimostra come Israele sia riuscito a omologare in tal senso il proprio spazio nazionale, all’interno del quale ad ogni area sono state riconosciute le stesse disponibilità idriche.

Grazie al NWC le terre coltivabili del Negev passarono da 30mila a 200mila ettari, incrementando il potenziale economico-industriale del Paese e rendendo più omogeneo l’insediamento della popolazione; è chiaro che tale progetto fu eminentemente politico, tant’è vero che Israele iniziò a percepire le minacce di interventi militari arabi alle proprie infrastrutture idriche come vere e proprie minacce alla sua stessa esistenza. E’ quindi questa la premessa fondamentale che ci permette di capire perché nel 1995 lo Stato israeliano stabilisce con Oslo II un diritto gerarchizzato sull’acqua[4]: in tal sede si discusse esclusivamente dell’acquifero montano, l’unica fonte che vede palestinesi a monte e israeliani a valle, subordinando dunque l’accesso palestinese alle risorse alle esigenze israeliane. 

Se ne deduce perciò che i concetti di “acqua” e “potere” risultino intrecciati in maniera inestricabile tra loro nella regione: Israele detiene un controllo indiscusso sulle fonti e può essere senz’altro riconosciuto come l’attore principale in relazione al possesso tanto di tecnologie quanto di infrastrutture.

Sul Giordano lo Stato ebraico ha esercitato il “diritto del più forte” rispetto agli altri Paesi rivieraschi, acquisendo il controllo diretto di due delle sue tre sorgenti principali, ossia il Banias, situato sulle Alture siriane del Golan (di cui Israele è potenza occupante dal 1967) e il Dan, che invece scorre in territorio israeliano. Il Giordano dopo pochi chilometri si getta nel lago di Tiberiade (la cui portata media annuale è 690m3) per poi sfociare infine nel Mar Morto: la sua portata annuale si aggirerebbe intorno ai 1500m3 annui ma i prelievi continui fanno sì che all’uscita dal lago di Tiberiade la portata del fiume sia di soli 10m3; è Israele a effettuare il prelievo maggiore tramite il suo NWC, avente capacità di 1300m3.

Ma è sulle falde acquifere in regime di occupazione che l’implementazione delle pratiche di organizzazione e controllo sono state sviluppate al meglio: dell’acquifero montano, situato in Cisgiordania, Israele sfrutta quasi interamente la falda acquifera occidentale, preleva in quantità decisamente maggiori rispetto ai palestinesi dalla falda acquifera nord-orientale (questa ha capacità di 130m3 e Israele ne preleva circa 110m3) mentre i prelievi sono pari a circa 40m3 nella falda acquifera orientale.

In conclusione, ciò che si può affermare è senz’altro che il fattore idrico ha svolto e sta svolgendo un ruolo di primo piano all’interno della questione palestinese, dal momento che l’acqua costituisce un valore essenziale tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani. Controllo della risorsa idrica, come già sottolineato in precedenza, significa controllo sulla terra e dunque tanto la realizzazione di una sovranità piena per i palestinesi quanto il fattore posto alla base del progetto sionista di costruzione della “casa nazionale ebraica” conosciuta come “Eretz Yisrael”. Per comprendere al meglio le dinamiche regionali dunque non si può prescindere dalla realtà geografica che caratterizza questo contesto spaziale, perché esso inevitabilmente va a condizionare l’agire strategico e le scelte degli attori che su tale territorio costruiscono la propria realtà.


[1] v. Marconi M., Immagine del potere: organizzazione e controllo dell’acqua nel conflitto israelo-palestinese, in Vicino Oriente e Idrogeopolitica, Roma, 2020

[2] v. Palestinian Water Authority, National Water Strategy for Palestine, Ramallah 2012

[3] v. Di Peri R., Politiche pubbliche in aree di crisi. Il caso della politica idrica palestinese, in “Rivista italiana di politiche pubbliche”, 2, 2004, pp. 129-153

[4] v. Marconi M., Immagine del potere: organizzazione e controllo dell’acqua nel conflitto israelo-palestinese, in Vicino Oriente e Idrogeopolitica, Roma, 2020

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