Viaggio storico dei leader europei a Kiev. Braccio di forza verso Mosca

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Un viaggio storico per Macron, Draghi e Scholz a Kiev. Una vera e propria missione civile per la causa comune ucraina.

Un viaggio notturno partito dalla Polonia ha portato i leader di Francia, Germania e Italia sul suolo ucraino per la prima volta dallo scoppio del conflitto, lo scorso 24 febbraio. Una dimostrazione di unità nella politica estera europea che ha visto in questo lasso di tempo delle divisioni al proprio interno con paesi favorevoli in toto a Kiev e Stati che hanno ricercato più volte un dialogo con Mosca.

I tre presidenti si sono recati a Irpin, territorio che congiuntamente a Bucha è  stato teatro di massacri civili.

La strada verso l’unità europea

Il viaggio sembra voler dimostrare alla comunità internazionale che l’Europa è pronta a dare il massimo sostegno alla popolazione ucraina grazie alla sua unità. Si tratta di una convergenza di politica diplomatica che prima non era data per scontata. “Siamo venuti per

inviare un messaggio di unità europea verso tutti i cittadini ucraini. Un messaggio di sostegno perché le prossime settimane saranno molto difficili. Questo viaggio è molto importante per l’Ucraina, l’Europa e la stabilità globale“, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron.

Una fase storica cruciale per le prossime settimane in vista di numerosi vertici tra cui il G7, la Nato, il Consiglio europeo, ma con un unico obiettivo, ovvero la discussione sul futuro dell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Una possibilità che si fa sempre più realistica. Dopo l’invasione di               febbraio, il presidente russo Vladimir Putin era fermamente convinto della politica passiva europea. Tuttavia, la realtà dei fatti parla chiaro. L’Ue ha inviato i simboli delle tre potenze politiche che hanno costruito la storia del Vecchio continente per mostrare la loro compattezza.

Per Parigi, Berlino e Roma era arrivato il momento di scegliere quale politica strategica perseguire. Se per la Germania e per l’Italia è stato chiaro fin da subito la posizione da adottare sullo Stato ucraino, per la Francia non è stato così. Emmanuel Macron voleva costruire la sua politica di grandeur da interlocutore primario con Mosca adottando una posizione neutrale che non umiliasse la Russia. Ad oggi, ha potuto constatare che obiettivamente la sua rilevanza politica non ha avuto conseguenze drastiche con il “nemico”. Si è allineato alla posizione dei suoi alleati.

La fatica dell’allargamento

Il conflitto ha mostrato che il futuro dell’ordine europeo può essere chiaramente messo in discussione, riconsiderando gli interessi vitali nelle aree del vicinato orientale. La decisione sull’adesione è il perno principale della politica dell’allargamento. Una possibile “disfatta” di Kiev per le sue aspirazioni europee rappresenterebbe una sconfitta anche per l’Europa e una vittoria per il presidente russo Putin. L’iter è lungo e complesso.

Oltre la richiesta formale della Commissione, è il Consiglio Europeo che pronunciandosi all’unanimità deve valutare e decidere se lo stato in questione ha tutte le caratteristiche necessarie per lo status di candidato.

L’Unione che sembra cercare la via dell’unità, però, anche con il “viaggio storico” sembra essere divisa. Non è facile accordare 27 stati membri. Nonostante i dubbi e le perplessità, il Consiglio europeo il 23 e il 24 giugno ha tenuto una discussione sulla tematica “grande Europa” incentrata sulle relazioni tra l’Ue e i diversi partner al fine di creare una comunità politica europea. Dagli uffici di Bruxelles è arrivato il via libera a concedere lo status di Paese candidato, sia all’Ucraina sia alla Moldavia. “E’ un momento storico. Oggi è un passo cruciale nel vostro percorso verso l’Ue”, queste sono state  le parole del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. 

Tuttavia, già i 9 di Bucarest Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica Slovacca hanno sottoscritto una dichiarazione nell’incontro “Bucharest 9 Group” in cui sostengono le ambizioni euro-atlantiche del presidente Zelensky e dell’integrazione del Paese in Unione. 

Si tratta di una decisione simbolica, dato che non è un’adesione “reale” in senso letterale del termine. I leader europei hanno sottolineato l’importanza del rimpatrio di tutti i cittadini, e in particolare i bambini, che sono stati portati con la forza nel territorio russo. 

Tuttavia, come ribadisce anche la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, ci sono una serie di riforme da attuare per far sì che il Paese si adegui alla linea europea, come la questione che riguarda lo Stato di diritto. Per molti analisti e studiosi, l’Ucraina non può essere oggetto di “sconti” o un percorso semplificato perché si tratta di uno stato in guerra. Altri paesi come la Serbia o l’Albania aspettano da anni l’approvazione favorevole da parte di Bruxelles che tarda ad arrivare. La stessa Turchia ha fatto domanda dal lontano 1999.

L’Europa deve tenere in considerazione concretamente i costi della ricostruzione post-bellica. Il Cremlino, oltre a massacrare vite umane, ha messo in una grave situazione finanziaria l’economia del paese ucraino.

Se da un lato si cerca l’adesione immediata a causa della guerra, d’altro canto ci sono delle questioni spinose da affrontare. Con i bombardamenti e i combattimenti in corso i danni economici sono in continuo aumento e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede appoggio concreto ai Paesi occidentali, con una somma pari a circa 5 miliardi di euro per stabilizzare e non far cadere nel baratro l’economia. In aggiunta, una condizione necessaria per lo Stato in questione è che si deve adeguare alle forze del mercato e alle pressioni dell’Eurozona. In questo caso, Kiev è totalmente distante da questo obiettivo. Il conflitto ha causato enormi danni, dalle materie prime, alla crisi del grano e del gas. Il settore agricolo è stato messo ancora di più in ginocchio: circa un terzo delle imprese ha interrotto la propria produzione. Il grave calo mette a dura prova il debito pubblico con un aumento del rapporto debito-Pil del 90% entro il 2027, secondo un’indagine.

L’Ucraina pretende da Bruxelles maggiori aiuti, ma non sarà una strada facile. I prestiti potrebbero peggiorare la situazione già precaria. Per il consigliere del presidente ucraino servirebbero aiuti da circa 600 miliardi. Di questi, circa il 70% distribuiti in forma gratuita e il restante  30% sotto forma di prestiti. Tuttavia, l’Europa è abbastanza rigida nelle pratiche per l’erogazione dei fondi. Non è un processo agevole riceverli. Pertanto, Kiev se è pronta ad entrare nella grande famiglia europea dovrà fare i conti con questi meccanismi rigidi. 

Nel frattempo, è stata creata una piattaforma di coordinamento internazionale guidata dalla Commissione e dal governo ucraino per uno sforzo congiunto sulla ricostruzione di un territorio libero e prospero. Uno strumento chiamato “RebuildUkraine”, uno strumento giuridico per l’aiuto tramite sovvenzioni e prestiti a medio termine. Verrà introdotto nel bilancio comunitario al fine di garantire trasparenza e una corretta gestione. Difatti, lo strumento ha una governance specifica per dare piena titolarità al governo di Kiev che sarà coadiuvato dal percorso comunitario. Potranno partecipare, oltre agli Stati membri dell’Ue anche altri partner stipulando relazioni a carattere bilaterale e multilaterale, con il sostegno di organizzazioni internazionali finanziarie.

Gli sforzi internazionali proseguono e parallelamente procede il duro lavoro dell’Ue per garantire una ricostruzione dell’intero sistema per guardare al futuro prossimo. Nella comunicazione della Commissione si invitano le altre istituzioni, come il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e il Consiglio ad aderire al progetto. Si tratta di un piano globale che possa sostenere pragmaticamente il processo di modernizzazione nel campo delle istituzioni al fine di garantire il rispetto dello Stato di diritto, fornendo aiuto alla capacità amministrativa e promuovendo una piena integrazione sociale ed economica per il processo verso l’adesione, e inoltre favorirebbe la transizione green, digitale ed energetica in linea con le norme attuali. 

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