Il Myanmar è in fiamme (e l’ASEAN inerme)

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Fonte Immagine: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-11/myanmar-appello-suora-da-soli-non-ce-la-faremo.html

Le Nazioni Unite denunciano un incremento delle violenze in Myanmar e chiedono al gruppo ASEAN di fare di più, ma l’associazione mostra nuovamente tutta la sua frammentazione e debolezza politica.

La crisi in Myanmar non pare arrestarsi, e mentre il mondo guarda con attenzione al conflitto ucraino, sembra dimenticarsi che quello che è dai più ritenuto un conflitto civile o uno sconvolgimento interno mette a rischio la stabilità di una regione sempre più “calda” per quanto riguarda lo scacchiere internazionale e il controllo dell’egemonia.

Le prime potenze a subire indirettamente le conseguenze della situazione in Myanmar, le cui violenze non hanno mai conosciuto una battuta d’arresto sin dal golpe militare del febbraio 2021, sono sicuramente i membri del gruppo ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) di cui lo stesso Myanmar è parte.

L’Associazione continua a perdere credibilità politica: se infatti da un lato l’ASEAN si è mostrato un gruppo coeso e estremamente funzionale sul campo economico, fatica a trovare una solida unità interna per quanto concerne le questioni decisionali. Il gruppo è in questo frangente accusato di non aver saputo implementare correttamente il “Five-Point Consensus”, un accordo che avrebbe dovuto alimentare il dialogo fra la giunta militare che controlla il Paese e le forze pacificatrici dell’ASEAN ma che di fatto non ha portato a alcun risultato e è stato denigrato dallo stesso generale Min Aung Hlaing poco dopo la firma dello stesso.

Tom Andrews, inviato speciale delle Nazioni Unite per la questione dei diritti umani in Myanmar, ha di recente definito l’accordo “carta straccia” e ha lanciato l’allarme: secondo l’ultimo report rilasciato del suo ufficio, la giunta militare ha causato lo sfollamento di circa un milione di individui e dato alle fiamme più di 12 mila proprietà civili tra cui case e edifici religiosi.

L’”Assistance Association for Political Prisoners” ha parallelamente denunciato l’uccisione di 1800 civili e l’arresto arbitrario di 14 mila persone. Lo stesso Andrews ha messo in luce il fatto che le atrocità non hanno risparmiato nemmeno i bambini, vittime anch’essi di massacri, arresti e torture.

Probabilmente in risposta a un rafforzamento delle milizie etniche impegnate nella resistenza, anche Amnesty ha confermato nell’ultimo mese un inasprimento delle azioni militari della giunta: l’ONU chiede pertanto alla comunità internazionale e all’ASEAN di fare di più. Ma come visto in precedenza, l’Associazione non pare condividere un’unica linea di pensiero per quanto concerne il caso birmano: mentre Andrews approva l’iniziativa della Malesia di cercare un dialogo con il Governo clandestino di Unità nazionale birmano, altre nazioni come la Cambogia si dimostrano più restie a intervenire.

Sempre la Malesia è lo Stato che in prima linea si sta occupando dei rifugiati con alti costi per il Paese, mentre sappiamo che la Tailandia mantiene chiusi i propri confini. Il governo cambogiano, inoltre, è stato di recente al centro di aspre critiche per aver invitato in qualità di presidente ASEAN alcuni rappresentati della giunta a partecipare a un evento ufficiale dell’associazione, favorendone la legittimità. 

Sempre l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, denuncia inoltre una scarsa attività da parte dei Paesi esteri che si erano impegnati a dare il loro contributo per alleviare la crisi. I finanziamenti USA si trovano oggi con 740 milioni di dollari sotto l’obbiettivo prestabilito e di conseguenza diversi programmi di assistenza ai minori sono stati temporaneamente bloccati mentre l’intera popolazione soffre per la mancanza di beni primari e di forniture mediche in mezzo a una pandemia e a una crisi energetica mondiale, mentre la stagione dei monsoni si fa sempre più vicina. Se la situazione non cambia entro la fine dell’anno, non solo il Myanmar potrebbe capitolare trascinando con sé milioni di vittime, ma l’ASEAN stesso potrebbe ricevere un duro colpo da cui sarà difficile riprendersi.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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