IL DILEMMA DELLA SICUREZZA TRA GRECIA E TURCHIA

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Fonte immagine: https://catalog.archives.gov/

A due anni dalla crisi di Kastellorizo, la decennale disputa tra Grecia e Turchia nel Mar Egeo orientale rischia di trascinare i due paesi in uno scontro frontale. In un rinnovato clima di tensione, le dinamiche circostanziali non fanno altro che esacerbare le ostilità.

La tensione tra Grecia e Turchia sullo status delle isole del Mare Egeo orientale rischia di deflagrare in una nuova crisi sotto la pressante diffidenza che affligge le relazioni tra Atene ed Ankara. Ad esasperare le ostilità sono le recenti asserzioni del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale lo scorso 9 giugno ha ammonito Atene a interrompere la militarizzazione delle isole Egee durante un discorso tenuto presso la base aerea di Izmir in occasione di una delle più grandi esercitazioni militari tenute dalla Turchia quest’anno.

Le draconiane dichiarazioni di Erdogan, accompagnate da una muscolare esibizione della forza militare, seguono all’annuncio della soppressione da parte turca di tutti i colloqui bilaterali tra i due paesi, ripresi appena un anno fa dopo cinque anni di vuoto diplomatico. La decisione sarebbe diretta conseguenza di una presunta violazione dello spazio aereo turco da parte greca e si inscrive in un generale progetto governativo di attuazione di una politica estera dal “carattere forte”. Erdogan ha inoltre accusato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis di ostacolare la vendita da parte degli Stati Uniti di caccia F-16 alla Turchia, mentre il leader ellenico definisce “assurda” la posizione turca in quanto metterebbe in discussione la legittima sovranità della Grecia sulle isole del Mar Egeo.

Già due mesi fa le autorità greche avevano fermamente denunciato numerose violazioni dello spazio aereo da parte di velivoli da combattimento del vicino alleato NATO, provocando le proteste della Turchia che ha accusato a sua volta Atene di violazioni “provocatorie” del proprio spazio aereo.

La controversia sulla militarizzazione delle isole egee è intrinsecamente legata a un problema di sovranità, oltre che a una discordanza di interpretazione dei relativi trattati internazionali da parte dei ministeri degli esteri dei due paesi. Secondo la Turchia, gli obblighi internazionali condizionano la sovranità greca sulle isole del mar Egeo alla loro totale demilitarizzazione.

Di conseguenza, la violazione di tale regime commessa dalla Grecia a partire dagli anni ’60 porrebbe in discussione la stessa sovranità sulle isole militarizzate. L’interpretazione dal lato greco prevede, invece, una differenziazione dello status delle diverse isole. Le isole egee del nord – come Lemnos e Samotracia – sarebbero lecitamente militarizzabili secondo quanto previsto dal Trattato di Montreux del 1936 (ma non dal Trattato Losanna del 1923 di cui però quello di Montreux risulta sostitutivo).

Il divieto di militarizzare le isole nel centro del Mar Egeo – Mitilene, Samos, Chios e Ikaria – riguarderebbe invece la sola costruzione di basi navali e fortificazioni, esimendo dal divieto il dispiegamento di truppe. Infine, nonostante il Trattato di Parigi del 1947 preveda l’obbligo di demilitarizzazione delle isole del Dodecaneso, la Turchia non è parte del trattato e dunque non avrebbe il diritto di invocarlo. 

Al netto delle argomentazioni di carattere giuridico, tanto la militarizzazione da parte della Grecia delle proprie isole orientali quanto le proteste mosse da Ankara al riguardo derivano da una profonda sfiducia e diffidenza reciproca, risultanti dal fallimento dei numerosi tentativi di risoluzione delle controversie avviati a partire dagli anni ‘90.

Dal punto di vista greco, il dispiegamento di truppe e l’installazione di dispostivi militari sulle isole egee permetterebbe ad Atene di esercitare il proprio diritto all’autodifesa a fronte della crescente assertività del suo vicino. A dimostrazione della credibilità della minaccia turca la Grecia cita l’intervento militare del 1974 a Cipro e la presenza della Quarta Armata turca nella base aerea di Izmir, a circa 40 miglia dall’isola greca di Samos.

L’apprensione delle autorità elleniche ha subito un impennata a partire dal 1995, anno in cui Ankara si dichiarò disposta a muovere guerra alla Grecia nel caso in cui Atene avesse deciso di esercitare il suo diritto ad estendere la propria Zona Economica Esclusiva secondo quanto previsto dalla Convenzione ONU sul diritto del mare, ratificata dalla Grecia ma non dalla Turchia. Tale dottrina del casus belli è stata riconfermata dalle autorità turche in seguito al tentativo di Atene nel 2018 di estendere le proprie acque territoriali in alcune aree del Mar Ionio, eventualità ugualmente osteggiata da Ankara nonostante la distanza geografica. 

La vigorosa contrarietà della Turchia alla militarizzazione delle isole egee affonda le radici nel sentimento di revanchismo e afflizione scaturito dalla perdita di queste isole un tempo appartenenti all’Impero Ottomano. In effetti, l’immagine di una Turchia la cui grandezza valica i confini internazionalmente riconosciuti esercita una certa influenza all’interno dei dibattiti turchi di politica internazionale e in essi si fa sempre più spazio l’idea che Ankara debba usufruire del diritto derivato dalla propria eredità imperiale ad avere attorno a sé un hinterland, uno “spazio vitale” in cui sia legittimata ad intervenire per far valere i propri interessi. Il sentimento di rimostranza della Turchia è ulteriormente rafforzato dalla frustrazione scaturita dall’infruttuosità della politica estera concessiva dei primi anni della presidenza di Erdogan, ridefinita nettamente dopo il tentato colpo di Stato del 2016 e ancora più dopo l’alleanza parlamentare tra l’AKP di Erdogan e il Partito del Movimento Nazionalista, fautore di una politica di potenza.

Ad una situazione già di per sé foriera di imprevisti fa sfondo un contesto geopolitico che ne aumenta la volatilità. Innanzitutto, la tendenziale contrazione dell’impegno statunitense nella regione priva le parti in disputa di un mediatore credibile, mentre l’inasprirsi delle relazioni tra la Turchia e i suoi alleati NATO rende difficile che la controversia possa risolversi sotto l’egida dell’alleanza.

In secondo luogo, la Turchia teme che la crescente cooperazione economica e militare tra i suoi rivali nella regione, correlata con una preoccupante convergenza tra questi e la Grecia, rientri in una strategia di accerchiamento e isolamento della penisola anatolica. L’esclusione dall’EastMed Gas Forum, dal progetto dell’EastMed pipeline – il quale attraversa Grecia e Repubblica di Cipro bypassando la Turchia – e dal recente accordo sul gas tra Israele, Egitto e Unione Europea sembra effettivamente confermare i timori di Ankara.

Per tutti i motivi sopra elencati, Grecia e Turchia sembrano ormai coinvolte in un vero e proprio dilemma della sicurezza: battendosi per difendersi al meglio da un potenziale attacco, vengono trascinate in una corsa agli armamenti che genera a sua volta più insicurezza per entrambe, innescando un circolo vizioso dalle potenzialità distruttive.

A dimostrazione di ciò, le spese militari turche sono aumentate tra il 2010  il 2020 di circa l’86%, mentre la Grecia continua a rinvigorire aviazione e marina nonostante le condizioni economiche. Messo in funzione il circuito a spirale, l’aumentata percezione del rischio incentiva le parti in crisi a capitalizzare i temporanei vantaggi militari sull’avversario, aumentando sensibilmente le probabilità che uno di essi ricorra alla guerra preventiva.

Inoltre, l’elevata concentrazione militare in una regione geografica particolarmente  limitata come il Mar Egeo aumenta  la probabilità di incidenti come quelli avvenuti nell’estate del 2020, quando una fregata greca e una turca collisero mentre le rispettive marine erano in allerta. Eventi come questo dimostrano come un incidente possa inaspettatamente sfociare in uno scontro armato anche se nessuna delle parti in crisi lo desidera e quanto rischioso sia per gli Stati affidarsi alla manipolazione del rischio per prevalere in una disputa. 

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