Marocco: la Coalizione Globale anti Daesh 

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si riunisce per sconfiggerlo definitivamente

I ministri della Coalizione Globale anti Daesh si sono riuniti a Marrakech. La minaccia dell’ISIS è ancora presente con la predicazione online e con cellule anche in Europa. 

Lo scorso 11 maggio a Marrakech, in Marocco, su invito del ministro degli esteri marocchino Nasser Bourita e del segretario di Stato americano Antony J. Blinken è stata convocata la riunione ministeriale della Coalizione Globale per sconfiggere lo Stato islamico (Coalizione Globale anti Daesh/ISIS) a cui ha preso parte, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio. La riunione è stata co-presieduta dal Marocco e dagli Stati Uniti e ha visto la partecipazione dei rappresentanti degli 84 Stati membri, tra cui anche i ministri degli Esteri di Spagna, Francia ed Egitto. Assente invece per motivi di salute il segretario di Stato USA, Antony Blinken, con la delegazione statunitense che è stata guidata dal sottosegretario di Stato, Victoria Nuland.

Il contrasto all’ISIS passa dall’Africa

I ministri hanno accolto con favore la prima riunione della Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS convocata in Africa e hanno riaffermato la loro determinazione a continuare la lotta contro l’ex Califfato attraverso sforzi sia militari che civili che contribuiscono alla sconfitta duratura del gruppo terroristico. Insieme, i ministri hanno riconosciuto la protezione dei civili come una priorità e la necessità di trovare soluzioni alle cause profonde del terrorismo, garantendo l’inclusione e la partecipazione delle donne, dei giovani e di altre popolazioni emarginate a questi sforzi.

Garantire la duratura sconfitta dell’ISIS in Iraq e in Siria rimane la priorità numero uno per la Coalizione che, nonostante le significative battute d’arresto subite dalla leadership di Daesh, rappresenta ancora una minaccia perché continua a condurre attacchi terroristici. Inoltre, i ministri hanno ribadito l’importanza di stanziare risorse adeguate per sostenere gli sforzi della Coalizione. Tali sforzi includono la stabilizzazione, la lotta al finanziamento del terrorismo e il reinserimento dei combattenti stranieri e sono sempre più necessari per ottenere la sconfitta duratura dell’ISIS. In Siria, la Coalizione è al fianco del popolo siriano a sostegno di una soluzione politica duratura in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

A tal proposito, il Ministro italiano Luigi Di Maio è intervenuto nel panel dedicato ad Iraq e Siria, riaffermando anche l’impegno italiano nel continente africano. L’Italia è uno dei principali sostenitori sia attraverso la presenza sul terreno, sia attraverso fondi destinati alla stabilizzazione delle aree liberate dall’ISIS. L’Italia finanzia inoltre progetti inSiria nei settori agricolo, sanitario e dell’istruzione. Il Ministro Di Maio, infine, ha tenuto alcuni incontri bilaterali a margine del summit. Tra questi, di particolare importanza quello con il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita. I due Paesi hanno espresso la loro volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale con la firma del piano d’azione per l’attuazione del partenariato strategico multidimensionale.

Infine, i ministri hanno poi riconosciuto la necessità di far fronte alla minaccia in evoluzione dell’ISIS in Africa e hanno accolto con favore l’Africa Focus Group (AFG). La riunione in Marocco ha visto quindi riunirsi anche l’AFG, creato su impulso dell’Italia, che lo co-presiede. L’AFG intende promuovere un approccio che coniughi la dimensione della sicurezza con l’esigenza di affrontare le cause profonde dei fenomeni di radicalizzazione. L’Africa Focus Group rafforzerà le capacità antiterrorismo attraverso la condivisione delle informazioni e la gestione delle frontiere, nonché progetti di stabilizzazione, prevenzione e deradicalizzazione, affrontando le cause alla base dell’insicurezza in Africa.

ISIS o Daesh?

Il gruppo si è evoluto nel corso del tempo, all’inizio, era una piccola fazione della resistenza sunnita all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 che si faceva chiamare Al-Qāʿida. In seguito ha subito alcune battute d’arresto sul suo territorio e nel 2013 si era installato in Siria, assumendo il nuovo nome di Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). L’ascesa dello Stato Islamico risale a giugno del 2014 quando il gruppo terroristico si erge unilateralmente a Califfato. Lo scopo dichiarato è portare il jihād ovunque nel mondo affinché l’interpretazione radicale della religione islamica prenda piede a dispetto dei miscredenti. Una convinzione che giustificherebbe qualsiasi forma di violenza contro gli altri musulmani (sciiti) così come i non musulmani. Non è un caso, dunque, se la maggior parte delle vittime dello Stato Islamico siano proprio musulmani e che la quasi totalità della comunità islamica abbia condannato la violenza estrema e senza limiti portata avanti nel nome di Allāh e del Corano. Quando è stato proclamato nel giugno 2014, lo Stato Islamico governava su un territorio tra Iraq e Siria, sotto la guida del califfo (successore di Maometto) Abū Bakr al-Baghdādī. L’equivalente arabo, al-Dawla al-Islāmiyya fī l-ʿIrāq wa l-Shām, può essere abbreviato in Daesh. Daesh è il nome che più si è diffuso nei paesi arabi.

Lo Stato Islamico, a differenza del suo maggior competitor nella galassia jihadista, Al-Qāʿida, non costituiva soltanto un gruppo terroristico ma era infatti riuscito a costruire una sorta di stato.

L’incontro che si è tenuto a Marrakech tocca un territorio delicato. Infatti, diversi gruppi jihadisti hanno dichiarato affiliazione allo Stato Islamico nella regione del Sahel e in Africa occidentale e hanno iniziato attività di coordinamento per rafforzare questa loro presenza. Recentemente, gruppi affiliati all’ISIS hanno anche trovato un accordo con le componenti collegate ad Al-Qāʿida nel Sahel: si tratta di un’intesa a livello locale, per ora senza implicazioni strategiche, ma comunque significativa se si considera che entrambe le organizzazioni competono come nemici per la leadership del jihadismo globale.

Inoltre, un altro fattore da considerare è che gruppi che hanno giurato fedeltà al Califfato si trovano in aree strategiche, come in Mozambico, dove si trovano le riserve di idrocarburi da cui i Paesi europei intendono bilanciare lo sganciamento dalla dipendenza russa. Lo stesso vale per il Sahel, tagliato da gasdotti come il Nigal, in costruzione, e delle aree remote tra Algeria, Tunisia e Libia. In quelle regioni sono attive operazioni di antiterrorismo occidentali. Cellule jihadiste sono poi presenti in Europa e tramite gli spazi online il Califfato è in grado di ispirare azioni individuali. Inoltre, negli anni i gruppi potrebbero aver aumentato le loro capacità informatiche rendendo il campo del cyber terrorismo un’ulteriore potenziale minaccia.

Conclusioni

La riunione della Coalizione si è svolta a pochi giorni dall’attentato terroristico in Sinai costato la vita ad undici militari egiziani. La riunione ha rappresentato un ulteriore passo avanti nella lotta contro l’ISIS, con un focus particolare sull’Africa e sulla crescente minaccia terroristica in Medio Oriente. In qualità di Paese ospitante e co-presidente dell’AFG, il regno nordafricano mira a svolgere un “ruolo guida” a livello regionale e internazionale nella lotta al terrorismo, con lo scopo di preservare pace, sicurezza e stabilità del continente.

Come abbiamo visto, l’organizzazione guidata da Abū Bakr al-Baghdādī aveva proposto ufficialmente un modello di Stato caratterizzato da un progetto di continua espansione territoriale per mezzo della violenza e dall’intento di rendere culturalmente omogenea la propria popolazione, su rigide basi ideologiche.

L’esaurimento della dimensione territoriale ha riportato l’organizzazione a logiche più comuni nella storia del terrorismo: quelle di un gruppo armato clandestino che si oppone ad alcuni stati con atti di violenza per sopperire a una posizione di netta inferiorità militare. Lo Stato Islamico ritorna quindi ad assumere una configurazione simile a quella che aveva prima della sua ascesa nel 2014. Anche per questo, sarebbe un errore sopravvalutare l’impatto della sconfitta militare in Siria e Iraq. Oltretutto, alcune delle condizioni che hanno favorito tale avanzata anni fa, come il senso di frustrazione della minoranza sunnita in Iraq, sono ancora presenti. 

Un altro rischio è che i combattenti possano unirsi a gruppi jihadisti affiliati allo Stato Islamico. L’organizzazione di al-Baghdādī, infatti, può contare su una consistente rete formata da gruppi affiliati: Wilayat (Province) che continuano ad operare in diverse parti del mondo e su numerosi militanti e simpatizzanti.

Uno dei continenti maggiormente interessati da questo fenomeno è l’Africa. In Nigeria è attiva la Wilaya dello Stato Islamico. In Egitto la Wilaya del Sinai si è resa protagonista di un’intensa campagna di terrorismo, lanciando attacchi contro le forze di sicurezza egiziane e i cristiani copti. Di rilievo sono anche le attività degli altri gruppi affiliati in Libia, Tunisia, Somalia, nel Sahara e in Africa occidentale. La proliferazione di queste Province rappresenta ancora una minaccia globale concreta.

Il crollo del “Califfato” in Siria e Iraq è destinato ad avere un impatto significativo anche in Occidente dove, il timore principale è naturalmente che i foreign fighters jihadisti possano ritornare per eseguire attacchi terroristici, avvalendosi dei legami, dell’addestramento, dell’esperienza e dello status sociale che hanno ottenuto nelle aree di conflitto. Per quanto riguarda la propaganda, la caduta del Califfato costituisce un ulteriore colpo considerevole per il gruppo armato, ma non decisivo. È facile ipotizzare che l’organizzazione di al-Baghdādī possa essere in grado di modificare ancora una volta la propria attività propagandistica in base al mutato contesto. Probabilmente grande attenzione sarà ancora dedicata all’evocazione dei tanti nemici, compresi gli “infedeli” occidentali, allo scopo di motivare e mobilitare simpatizzanti e militanti. Di fondamentale importanza continuerà ad essere la propaganda sul web. Il mondo virtuale di internet, infatti, continuerà a essere uno degli ambienti più rilevanti per il jihadismo, pur in una fase di apparente arretramento in cui la minaccia è meno visibile a causa della scomparsa del “Califfato” in Medio Oriente, appunto, ma anche della flessione degli attacchi terroristici in Occidente.

Nonostante tale flessione, in Europa vi sono ormai decine di migliaia di persone sospettate di simpatizzare per il jihād. Alcune delle condizioni che hanno favorito la mobilitazione jihadista in Europa, come la presenza di bacini di reclutamento, la disponibilità di intermediari estremisti e l’opportunità di impiegare internet con relativa libertà, sono ancora presenti e difficilmente verranno meno nel breve-medio periodo.

In conclusione, il crollo del Califfato in Siria e Iraq costituisce una rilevante battuta d’arresto per l’ISIS, ma la minaccia appare ancora concreta e rilevante.

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