Le ataviche nubi sull’identità comunitaria in Europa

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Tra i problemi – purtroppo non infrequenti – con cui l’UE si trova a fare i conti, spicca, aldilà delle dichiarazioni di prammatica, il suo sostanziale ed ormai atavico fallimento in termini di riconoscibilità di un’identità comune. Si tratta di una criticità che, per quanto complessa, deve stimolare riflessioni di ampio respiro.

In seno all’Europa comunitaria, sempre più diffusamente, sentiamo parlare di “identità europea”, concetto alto e magniloquente che però, rebus sic stantibus, si sta andando a configurare come artificiale ed illusorio.

Anche più dei chiari squilibri di potere e delle altrettanto manifeste e continue disgregazioni (spesso effetti e non cause), alla base del problema si possono segnalare sia aspetti più sociali, legati ad una comunità – teoricamente – in divenire, e sia gli aspetti classicamente cavalcati nel dibattito, quelli che si pongono come “peccati originali” nella storia della comunità.

Parlando dei primi, non si può non pensare allo sterminato plotone di fattori in grado di concorrere alla quasi totale inesistenza di operazioni di “educazione all’essere cittadini europei”. Il riferimento può andare alle scuole, ma nondimeno va riscontrata la rumorosa assenza di media comunitari, sulla carta in grado di coinvolgerci davvero e di farci sentire, tutti, cittadini di una Comunità. Questa è una criticità non solo di per se stessa, ma anche foriera di diffuse insoddisfazioni e, potenzialmente, di nazionalismi. D’altronde, citando uno spunto di Javier Cercas dalle colonne del quotidiano “La Repubblica”: “Il nazionalismo si annida laddove risiede l’insoddisfazione di chi non riesce ad orientarsi nel mondo”.

Con riferimento, invece, ai secondi aspetti, quelli della tradizione, partiamo dal ricordare che, in termini spiccioli, uno dei punti di vista storicamente sollevati per sponsorizzare l’impossibilità di un’identità diffusa è quello per cui, nel corso del proprio vissuto, popoli come, ad esempio, il lituano e l’italiano, il portoghese e il finlandese, o ancora il greco e lo svedese non hanno mai condiviso “un tetto” e non sarebbero – per proprie caratteristiche consustanziali da un punto di vista valoriale – adatte a farlo. Aldilà di questa angolazione, semplicistica ed anche deterministica, la riflessione che ne può scaturire deve stare nel fatto che, probabilmente, date le fondamenta, non è fuori dal mondo ipotizzare – affinché funzioni tout court – di costruire un’Unione geolocalizzata in spazi più ristretti.

Entrando comunque più nel merito di quelli che abbiamo definito “peccati originali”, di cosa parliamo nel concreto? Naturalmente, in particolare, della mancanza di una memoria storica condivisa e di una lingua comune. Peraltro, va ricordato che neanche la moneta, introdotta il 1° gennaio 1999, è davvero “unica”, laddove l’Euro ad oggi è la moneta ufficiale di “soli” 19 paesi comunitari su 27 e non sempre, a voler usare un eufemismo, genera fiducia.

È stato d’altronde osservato che l’eurocrisi non è puramente economico-politica, perché avrebbe primariamente una radice cultural-identitaria, posta la mancanza di quel senso condiviso su cui qualsiasi politica dovrebbe poggiare.

Ancora, avendo come benchmark il dibattito riguardante la cosiddetta integrazione europea (espressione di cui probabilmente oggi si abusa), è stata in essa storicamente inclusa, prima del turning point della “Brexit”, la Gran Bretagna: parliamo di uno Stato – molto importante – dalla vocazione proverbialmente antieuropeista. È lecito pensare che si sia trattato di un altro “autogoal” che ha portato il percorso ad essere in salita. Questo errore strategico ha peraltro fatto il paio con l’inclusione di Stati che, nel tempo, come prevedibile, non sempre hanno necessariamente seguito tutti gli standard democratici a cui sarebbe stato auspicabile conformarsi. Tuttavia, in primis, sarebbe servito strutturare un vero e preciso modello comunitario di democrazia.

In generale, il tema dell’identità è stato sviscerato a fondo, anche declinandolo in termini di assenza di comunità di senso e sottolineando quanto siamo lontani, ragionando in astratto, dall’idea di considerarci “una nazione”. Se è questo l’obiettivo, “dovremmo inventarne una, oppure costruire un impero”.

L’idea di arrivare a considerarsi una nazione è – va da sé – oggi utopistica, ma di certo il problema, già citato, delle difficoltà di orientamento comunitario va risolto. Il fatto che la maggior parte dei cittadini non conosce il funzionamento degli organismi comunitari offre la cifra del disperato bisogno di coinvolgimento e orientamento. Parimenti, deve preoccupare il fatto che, sempre più – e in questo è lampante la correità degli organi di informazione – si tende a far coincidere l’espressione “Unione Europea” con il termine “Europa”, quindi il continente con l’idea comunitaria, ancora in fieri.

Sono tutti ragionamenti delicati, ancor di più perché vanno poi ad innestarsi in un quadro generale, per l’UE, all’insegna di un’incertezza e di una “perpetual crisis” che al momento rende impossibile qualsiasi passo in grado di segnare una svolta, in primis quella votata all’attuazione di un modello comunitario di democrazia. Già, perché un simile modello potrebbe costituire, in potenza, la grande chiave per operare lo switch del potere dal livello nazionale al livello sovranazionale, e per ragionare quindi in maniera realmente concertata.

Finora, niente di tutto ciò. Paradossalmente, allora, si potrebbe pensare che il disegno andrebbe forse alimentato puntando – più che su idee di integrazione che non stanno pagando dividendi – sulla diversità. In tal modo, il progetto opererebbe non un salto nel vuoto ma un salto nel futuro, vedendo concretamente un “domani” davanti a sé, data l’interconnessione che contraddistingue l’Europa e il mondo, e data la necessità di investire davvero in sistemi politici, sociali ed economici all’insegna dell’inclusività e della cosiddetta diversity. D’altra parte, il momento storico sembra servire su un piatto d’argento quest’opportunità.

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