Israele e l’oblio democratico nei territori palestinesi occupati

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Fonte Immagine: CittàNuova.it (AP Photo/Sebastian Scheiner)

Nei territori palestinesi occupati, i diritti umani del popolo palestinese sono quotidianamente violati dal paese occupante, ossia Israele. L’assenza di rispetto degli obblighi internazionali ha inasprito ancor di più un rapporto già teso dalla nascita, provocando un’escalation di violenza da ambo le parti.  

La conflittualità dei rapporti tra Israele e Palestina è un tema sempre attuale e in costante divenire. Si tratta di uno dei conflitti più longevi e delicati della storia contemporanea e rappresenta una delle maggiori preoccupazioni dei leader mondiali e delle Nazioni Unite che, congiuntamente o unilateralmente, ricercano una soluzione soddisfacente per le parti in causa.

La radice della contesa è individuabile nell’emergere del Sionismo e del Nazionalismo palestinese alla fine dell’Ottocento[1], poiché entrambe le ideologie mirano alla fondazione di un proprio Stato nazionale nello stesso territorio, ossia la Palestina. Quest’ultima ha un forte valore simbolico sia per gli ebrei che la considerano la Terra Promessa, sia per i palestinesi per i quali è la terra storicamente appartenente agli arabi palestinesi. In altre parole, entrambi i popoli rivendicano diritti nazionali sul medesimo lembo di terra. 

Lo scontro tra le due popolazioni risale all’epoca del mandato britannico negli anni Venti del Novecento, quando si assistette all’arrivo massiccio di ebrei[2] e all’occupazione delle terre arabe. Una prima fase di tensione si registrò nel 1948 con la proclamazione dello Stato di Israele, che innescò una spirale di violenza nella regione, in quanto la popolazione araba mal tollerava l’iniqua spartizione delle terre e la presenza di un popolo considerato straniero.

Con il passare del tempo, la situazione è andata peggiorando. Infatti, malgrado i vari trattati di pace siglati e i tentativi di dialogo intrapresi, gli scontri sono continuati. I fattori scatenanti sono sempre gli stessi. Israele, a causa della persistente insicurezza dei confini, ha prediletto una politica difensiva altamente aggressiva, che si traduce spesso in attacchi preventivi per ottenere il riconoscimento regionale e per salvaguardare la propria legittimità; la controparte arabo-palestinese, invece, ricorre allo scontro armato come mezzo per conseguire l’uguaglianza politica, la parità strategica e una soluzione onorevole del conflitto, che rispetti il diritto all’autodeterminazione palestinese.  

L’origine dei territori palestinesi occupati 

Quando si parla di territori palestinesi occupati, si fa riferimento ai territori conquistati militarmente da Israele nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, la terza guerra arabo-israeliana, combattuta tra Israele da un lato ed Egitto, Siria e Giordania dall’altro, la quale si è conclusa con un rapido e totale trionfo israeliano. Le ragioni ancestrali dello scontro, come già accennato precedentemente, sono la spasmodica ricerca di riconoscimento e sicurezza di Israele e l’ambizione araba di sconfiggere il vicino indesiderato e liberare la Palestina. 

Il periodo antecedente l’inizio della guerra fu ricco di eventi, che contribuirono nel breve termine ad inasprire la già persistente rivalità tra le fazioni. Tra di essi, ricordiamo la diffusione della falsa notizia[3] di un presunto concentramento di truppe israeliane al confine con la Siria[4] e la decisione egiziana di chiudere lo stretto di Tiran, passaggio strategico per Israele. 

Questa decisione può essere considerata come il casus belli della Guerra dei Sei Giorni, perché il governo di Tel Aviv giudicò la chiusura dello stretto ai danni delle sue navi come atto di aggressione. Pertanto, si sarebbe fatto ricorso alla legittima difesa per assicurare la difesa nazionale. Israele, dunque, avviò l’Operazione Focus, con la quale la sua aviazione annientò quasi completamente quella egiziana. 

In soli sei giorni, le forze militari israeliane inflissero una cocente sconfitta all’alleanza araba (Egitto, Siria e Giordania), ridisegnando i confini della regione. Infatti, Israele conquistò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza, il Sinai e le alture del Golan. 

Ad oggi l’assetto geografico di questa zona calda della regione ha subìto modifiche. Con la firma degli Accordi di Camp David del 1978, Israele ha restituito il Sinai all’Egitto; con gli Accordi di Oslo del 1993, gran parte della Cisgiordania è passata sotto il controllo amministrativo dell’Autorità Nazionale Palestinese, pur restando costante la presenza di coloni ed insediamenti israeliani. Inoltre, nel 2005, le forze israeliane sono state ritirate da Gaza, sebbene sia ancora in vigore l’embargo per l’entrata di merci e persone. Invece, a causa della loro importanza strategica, le alture del Golan e Gerusalemme Est rimangono possedimenti di Israele.

Lo stato di diritto nei territori occupati 

Israele, ai sensi del diritto internazionale, assume le vesti di potenza occupante in questi territori, poiché in seguito ad un conflitto armato ha imposto la propria autorità in maniera stabile. 

L’occupazione militare è intesa come situazione transitoria, pertanto vigono norme disciplinanti la condotta dell’occupante per una duplice finalità: sfruttare il proprio vantaggio militare e garantire allo Stato occupato la sua sovranità sul territorio in vista della temporaneità dell’occupazione. Inoltre, tale disciplina si interseca con quella dei diritti umani e dei trattati correlati in materia, traducendosi in una serie di obblighi per il paese occupante per salvaguardare i diritti della popolazione locale.  

Questo comporta un divieto per lo Stato occupante di estendere la propria sovranità e di adottare misure volte ad influire significativamente sull’ordinamento giuridico e sulla condizione economica, politica e sociale del territorio occupato. D’altra parte, in linea con la protezione della popolazione locale, esso deve anche assicurare l’ordinato svolgimento della vita civile nei territori sotto il suo controllo. 

Nei territori palestinesi occupati, il regime giuridico dell’occupazione è pienamente applicabile, sebbene Israele si sia dichiarato a più riprese contrario. Secondo le sue considerazioni, data l’assenza in questi territori dell’autorità di uno Stato contraente la IV Convenzione di Ginevra, quest’ultima non troverebbe applicazione; in secondo luogo, il regime giuridico in esame è pensato per occupazioni brevi a differenza di quella israeliana, che dura da più di quarant’anni. Infine, nella Striscia di Gaza, poiché le truppe israeliane si sono ritirate, non ha più senso parlare di occupazione.

Alla luce delle sue motivazioni, quindi, il governo israeliano non è particolarmente incline ad allinearsi ai suoi obblighi, e le sue azioni non rispettano le norme di diritto internazionale. Un esempio di ciò è individuabile nelle misure di limitazione della circolazione delle persone in Cisgiordania, che incidono negativamente sul godimento di alcuni diritti fondamentali come l’accesso ai servizi sanitari, alle scuole e al luogo di lavoro. 

Amnesty International persiste nella sua denuncia di atti disumani, quali uccisioni illegali, ferimenti gravi, punizioni collettive, detenzioni e processi arbitrali, ed eccessivo uso della forza da parte delle forze israeliane ai danni dei palestinesi, invitando l’autorità occupante ad adottare tutte le misure adeguate a una pacifica convivenza.  

Per quanto concerne l’uso della forza, le norme sui conflitti armati internazionali vietano alla potenza occupante di impiegare la forza armata; quindi, l’invocazione della legittima difesa di Israele contro il terrorismo arabo-palestinese non può trovare applicazione. L’unica misura adottabile è il ricorso ai poteri di polizia.

«La situazione dei diritti umani dei palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza è stata segnata da un significativo deterioramento. La quantità di violenza che Israele sta impiegando per sostenere la sua occupazione è in costante aumento e ha un impatto sulla vita dei palestinesi in una miriade di modi diversi. I palestinesi continuano a subire violenze di stato quotidiane e continue […] Il risultato sono molestie e abusi quotidiani, a volte senza una ragione apparente, o altre volte, sulla base di deboli motivi di sicurezza». Questo è quanto si evince dal reportpresentato il 25 marzo scorso allo Human Rights Council dallo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. 

Secondo lo Special Rapporteur, date le caratteristiche assunte dall’occupazione in esame, questo sistema politico di governo, che conferisce a un gruppo etnico-razziale-nazionale diritti sostanziali, benefici e privilegi, mentre sottopone intenzionalmente un altro gruppo a vivere dietro muri, posti di blocco e sotto un governo militare permanente senza diritti e libertà, è giudicato alla stregua di un sistema di apartheid.  

Una convivenza sul filo del rasoio 

La convivenza tra israeliani e palestinesi poggia su di un equilibrio di cristallo. Basta la minima schermaglia per frantumarlo in una miriade di pezzi, che difficilmente troveranno di nuovo il giusto incastro.

La violenza intrinseca in questa terra è generata da entrambe le parti in causa, che prediligono ancora la strada della guerriglia e dello scontro a scapito di quella del dialogo e del compromesso. 

Un dialogo tra interlocutori paritari, che sappiano rispettare le mutue aspirazioni e siano disposti al compromesso, potrebbe contribuire alla ricerca di pace. La Risoluzione 242, insieme alla Risoluzione 181, potrebbe ridare nuova linfa al processo di pace, in quanto capace di coniugare le aspettative di israeliani e palestinesi grazie al principio Land for peace. Israele, in base a tale principio, dovrebbe restituire i territori occupati, così da ottenere in cambio il riconoscimento regionale, indispensabile per sentirsi al sicuro. 

Per una convivenza pacifica sarebbe necessario stabilire confini certi e riconosciuti e – quanto meno sotto il profilo giuridico – la Risoluzione 181[5] sarebbe un punto di partenza per i negoziati che devono valutare una suddivisione territoriale più equa possibile. 


[1] Canavero A. (a cura di), Best A., Hanhimaki J.M., Maiolo J.A., Schulze K.E., Storia delle relazioni internazionali. Il mondo nel XX secolo e oltre, UTET Università, Torino, 2014, pp. 125-126. 

[2] Marzano A., Gli inizi del conflitto israelo-palestinese. Arabi ed ebrei in Palestina dall’lmpero ottomano al mandato inglese (1880-1920), in: «Qualestoria. Rivista di storia contemporanea. Anno XL, N.ro 2, dicembre 2012», EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2012, pp. 31-59.   

[3] Canavero A. (a cura di), Best A., Hanhimaki J.M., Maiolo J.A., Schulze K.E., op. cit., pp. 511-512. 

[4] Tale informazione apparve credibile poiché preceduta da pesanti minacce israeliane di intervento contro la Siria, accusata dal governo ebraico di fornire supporto logistico ai guerriglieri palestinesi.

[5] La Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 prevedeva un piano di spartizione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico e uno arabo con Gerusalemme sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite. Finora, tale Risoluzione non ha trovato applicazione a causa del rifiuto arabo. Infatti, la comunità araba contestava sia la spartizione in sé della Palestina sia l’iniqua suddivisione delle terre.  

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