IL DISCUTIBILE ACCORDO TRA REGNO UNITO E RUANDA 

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A metà aprile Londra e Kigali hanno annunciato l’inizio di una nuova cooperazione in materia di migrazione e asilo. Un ennesimo passo verso la chiusura dei confini e il ricorso all’esternalizzazione delle frontiere. Il Regno Unito, già fuori dalle garanzie in materia di asilo che offriva l’Unione europea, sta adottando sempre più negli ultimi anni un approccio restrittivo nei confronti dei richiedenti asilo perseguendo l’obiettivo di “take back control”. 

Il 14 aprile il Regno Unito e il Ruanda hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) per avviare una cooperazione in materia di migrazione e asilo il cui obiettivo, secondo le parole del Segretario di Stato per gli Affari Interni inglese, Priti Patel, servirà a combattere la migrazione ‘illegale’ e il traffico di esseri umani. Il MoU prevede, di fatto, che i richiedenti asilo, le cui domande non sono considerate dal Regno Unito, siano ricollocati in Ruanda dove loro domanda sarà esaminata. Qualora la domanda dovesse avere esito positivo i richiedenti saranno accolti con lo status di rifugiato, o un equivalente status nazionale, in Ruanda. In caso di esito negativo sarà il Ruanda a stabilire la ‘sorte’ di tali individui. 

Da quando è stato reso pubblico l’accordo ha generato molte critiche e preoccupazioni, non solo per la sua dubbiosa fattibilità pratica, ma anche per il trattamento a cui saranno sottoposti i richiedenti asilo giunti nel Regno Unito. È chiaramente un modo per il Regno Unito di de-responsabilizzarsi poiché l’accordo prevede che il Ruanda venga pagato per prendersi carico degli individui che entrano irregolarmente nel Regno Unito. Ciò sconvolge completamente la struttura dell’asilo che si è andata a costruire dopo la Seconda Guerra Mondiale, riducendo i richiedenti asilo a mere pedine scambiabili tra gli Stati in cambio di benefici economici o altri interessi nazionali.

Inoltre, la de-responsabilizzazione solleva molti dubbi in materia di rispetto degli obblighi giuridici ai quali il Regno Unito è vincolato, prima fra tutti la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951. Nonostante l’accordo, il Regno Unito non è sollevato dagli vincoli derivanti dal diritto internazionale, come il principio di non-refoulement (articolo 33 della Convenzione di Ginevra) che prevede che un richiedente asilo non possa essere rimandato in un paese terzo o di origine se rischia di essere sottoposto a persecuzione.

Il Regno Unito è vincolato anche ad altri strumenti regionali e internazionali come la Convenzione europea dei diritti umani o la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura. Questi strumenti giuridicamente vincolanti prevedono che il Regno Unito esegua una serie di procedure per verificare che il ricollocamento verso il Ruanda non violi uno di essi. Gli stessi ruandesi potrebbero non essere rimandati nel loro paese di origine qualora ci fosse il rischio di violare il principio di non-refoulement.

I richiedenti con un familiare nel Regno Unito, i minori non accompagnati e coloro appartenenti alle categorie più fragili non potranno in ogni caso essere ricollocati in Ruanda. In aggiunta, sarebbe applicabile retroattivamente ovvero su tutti gli individui entrati nel Regno Unito dal primo gennaio del 2022 e non da quando l’accordo sarà in funzione. Questi elementi rendono l’accordo sicuramente complesso dal punto di vista della fattibilità pratica dal momento che ogni caso dovrà essere ben esaminato per evitare una violazione dei diritti umani dei richiedenti.

Se i giudici dovessero vincere una o più cause, il memorandum perderebbe di credibilità. In merito la Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) ha sospeso un volo che sarebbe dovuto partire martedì 14 giugno con a bordo 31 richiedenti asilo. A rendere l’accordo ancora meno credibile vi è il potere di veto del Ruanda, il quale deve accettare ogni singolo richiedente ricollocato, e il fatto che l’accordo esclude i richiedenti dai paesi confinanti con il Ruanda. Infine, la flessibilità dell’accordo permette di escludere dal ricollocamento richiedenti sulla base delle preferenze del Regno Unito: i profughi ucraini, per esempio, nonostante arrivino irregolarmente, sono esclusi dalla ricollocazione

Secondo il Migration Policy Institute l’efficacia del Memorandum risiederà, dunque, nel suo potere di deterrente e non dal numero effettivo di richiedenti asilo ricollocati in Ruanda. L’accordo rientra nella più ampia strategia di “riprendersi il controllo” perseguita già durante gli anni della Brexit per soddisfare l’elettorato. L’obiettivo è diminuire e, utopicamente, azzerare gli arrivi irregolari lungo il canale della Manica. Affinché questa politica possa definirsi un successo deve essere sufficientemente credibile da scoraggiare i futuri richiedenti asilo dall’intraprendere il viaggio. Gli elementi che abbiamo menzionato sopra, quindi, ridurrebbero la credibilità dell’accordo data l’ampia gamma di individui che ne sarebbe esclusa. 

Evitare gli arrivi irregolari può essere un approccio legittimo se visto come una maniera per evitare che le persone rischino la vita durante il viaggio. Per evitarla però non serve chiudere i confini e spostare i richiedenti in altri Stati contro la loro volontà. Bisogna trovare modi per aprire passaggi regolari e permettere ai richiedenti di avere accesso all’asilo in maniera sicura. Un accordo di questo tipo, come l’approccio in generale che gli Stati stanno adottando in questi ultimi anni per eliminare gli arrivi irregolari, agisce in maniera punitiva nei confronti degli individui.

Proprio la Convenzione di Ginevra all’articolo 31 dichiara che gli Stati membri non devono penalizzare i richiedenti sulla base del loro ingresso irregolare. Senza contare che, come dimostrato dall’esempio sugli ucraini, non tutti i richiedenti saranno trattati dal Regno Unito allo stesso modo, ma ci possono essere trattamenti discriminatori nei confronti di alcune nazionalità piuttosto che altre. Non bisogna inoltre dimenticare che la cooperazione si basa, come ha sostenuto il Primo ministro Boris Johnson, sul fatto che il Ruanda si possa considerare un paese sicuro, nonché uno dei più stabili del continente africano. In realtà, come evidenzia Lewis Mudge, direttore della sezione Centro Africa di Human Rights Watch, non vi sono abbastanza elementi che identifichino il Ruanda come un paese del tutto sicuro e vi sono segnalazioni di violazione dei diritti umani soprattutto nei confronti della comunità LGBTQI+.   

Il MoU rientra in una più ampia tendenza, seguita da sempre più Stati in tutto il mondo, anche in Europa, di ricorrere alle cosiddette pratiche di ‘esternalizzazione’, espressione che identifica tutte quelle misure che mirano a evitare che i migranti, in particolare i richiedenti asilo, possano entrare nel territorio di uno Stato.

L’esternalizzazione viene perseguita in diverse maniere, tra cui accordi di riammissione e accordi di cooperazione in materia di migrazione come quelli tra Italia e Libia, la Dichiarazione tra l’Unione e la Turchia e quest’ultimo stipulato da Regno Unito e Ruanda. Negli ultimi anni gli Stati europei singolarmente e la stessa Unione europea hanno sempre più fatto affidamento a questa tipologia di (non) gestione dei flussi migratori che permette loro di evitare l’ingresso dei migranti nel loro territorio per sottrarsi a una serie di obblighi giuridici nei confronti degli individui. Il Regno Unito non è il primo Stato a tentare un accordo di questo tipo.

Israele ha più volte ricollocato richiedenti asilo in Uganda e Ruanda, spesso lontano dai riflettori. A partire dal 2013 anche l’Australia aveva adottato una politica che prevedeva che i richiedenti asilo arrivati irregolarmente avessero la loro domanda esaminata in Papua Nuova Guinea e nell’isola di Nauru. Negli anni queste politiche sono state fortemente criticate da più associazioni, ong, organizzazioni internazionali ed esperti in materia prima di tutto perché sono particolarmente crudeli nei confronti degli individui, presentano numerosi dubbi per quanto riguarda il rispetto del diritto internazionale e, infine, perché inefficaci. Questi accordi non evitano che le persone partano, evitano solo che arrivino, aumentando le sofferenze e le morti lungo il tragitto.

Attualmente il rischio è che questo accordo crei un precedente in Europa e che venga seguito da altri Stati. La Danimarca, che negli ultimi anni ha adottato politiche particolarmente restrittive in materia di asilo, sembra lavorare su un accordo simile. L’esternalizzazione delle frontiere non è necessariamente una pratica sbagliata, ma deve essere fatta nell’interesse degli individui. Soprattutto deve essere coerente con le altre politiche migratorie interne. Gli Stati europei hanno progressivamente chiuso o diminuito i canali di ingresso regolare incentivando le persone a utilizzare altre vie di accesso all’Europa. Nonostante l’esternalizzazione sia spesso declinata in questo modo, se applicata in maniera intelligente, può avere un ruolo di supporto alla dimensione interna. Per affrontare il fenomeno migratorio attuale è necessario un approccio olistico che tenga conto del rispetto dei diritti umani dei migranti.

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