LA CINA NEL SEGNO DEL NUCLEARE

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A fine maggio 2022, un’équipe di geologi ha annunciato di aver scoperto un nuovo giacimento di uranio entro uno strato non ancora esplorato di 3000 metri sotto la superficie terrestre, una profondità circa sei volte superiore a quella delle maggior parte delle miniere di uranio cinese. 

A fine maggio 2022, un’équipe di geologi ha annunciato di aver scoperto un nuovo giacimento di uranio entro uno strato non ancora esplorato di 3000 metri sotto la superficie terrestre, una profondità circa sei volte superiore a quella delle maggior parte delle miniere di uranio cinese. Di primo acchito, ci si chiede perché tale notizia stia destando così attenzione da parte dei media, dato che la scoperta di giacimenti di materie prime non è inusuale.

Eppure, questa volta lo è: oltre al rovesciamento di alcune concezioni geologiche esistenti, questa scoperta è più che importante perché il giacimento aumenterà la riserva totale stimata di uranio della Cina di dieci volte. Se ciò dovesse risultare vero, il paese diventerebbe più o meno allo stesso livello dell’Australia, uno dei paesi più ricchi di uranio del mondo, ed è per questo che il governo di Pechino ha accolto questa scoperta con grande entusiasmo. Quest’avvenimento consentirebbe al paese di non dover più dipendere dall’importazioni di uranio dall’estero, dato che, prima di questa scoperta, l’estrazione dell’uranio nella Repubblica Popolare cinese era frammentata in tante piccole attività che coprivano soltanto una piccola parte del fabbisogno del paese; il resto del fabbisogno, infatti, veniva colmato grazie alle importazioni di uranio da Australia, Canada e Kazakhstan.

Inoltre, dopo il disastro nucleare di Fukushima del 2011, i progetti di costruzione delle centrali in Cina avevano subito un brusco rallentamento, dovuto ai controlli di sicurezza e all’allarmismo generale; nel 2015, l’energia nucleare prodotta nelle centrali della Repubblica Popolare ammontava a circa 20 gigawatt. Oggi, il piano del governo cinesi è produrre una quantità tra i 70 e i 200 gigawatt tra il 2025 e il 2035, rendendo il paese un mercato di energia nucleare in costante espansione.

La Cina sta premendo per il nucleare per due motivi: il primo è l’impedimento di una catastrofe ambientale irreversibile dovuta alle quasi 3000 centrali a carbone sparse su tutto il territorio nazionale, che compongono una buona percentuale del mercato energetico cinese e che stanno spingendo il governo di Xi a puntare alla neutralità carbonica entro il 2060; il secondo motivo riguarda, come scritto sopra, il raggiungimento dell’autosufficienza energetica. Non si prevedono però picchi di produzione di energia nucleare – dovuta all’uranio – nel breve termine ma, nel medio e nel lungo termine, la Cina potrebbe affermarsi come protagonista in quest’area di mercato.

Nata sotto il segno del Toro, è barlettana di origine ma romana di adozione. Dopo aver acquisito il diploma di laurea triennale in Mediazione Linguistica alla SSML “Carlo Bo” di Bari, nel 2020 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi Internazionali di Roma con una tesi in geopolitica, incentrata sul profilo identitario di Hong Kong e sul ruolo che ricopre nel rapporto antagonistico tra Cina e Stati Uniti.
Appassionata di Estremo Oriente da tempo immemore, dal 2019 studia il cinese e si interessa alla strategia di ascesa politica ed economica della Cina a livello internazionale e alle dinamiche di potere che intrattiene con le altre nazioni; un giorno, spera di riuscire a metterci piede fisicamente. Incuriosita dall’ambiente giovanile, stimolante e professionale dello IARI, è entrata a farne parte nell’aprile del 2021 in qualità di membro della redazione “Asia e Oceania”.

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