Il dibattito strategico interno agli Stati Uniti sulla guerra russo-ucraina

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Fonte: gov.uk

Di fronte all’aggressione russa ai danni dell’Ucraina gli Stati Uniti e l’Occidente hanno risposto in modo unito e risoluto, sorprendendo il Cremlino. Ma il divenire del tempo e il crescente prezzo della guerra, in termini sia strategici che economici, hanno fatto riemergere in superfice i diversi interessi nazionali all’interno della Nato, la non sovrapponibilità tra gli obiettivi di Usa e Ucraina e le differenti linee di pensiero strategico all’interno della politica e degli apparati federali statunitensi. Gli isolazionisti trumpiani abbandonerebbero Kiev al proprio destino per concentrarsi sui problemi domestici e sulla Cina. L’influente ma minoritaria corrente realista, che ha in Henry Kissinger il proprio capostipite, spinge per una soluzione di compromesso negoziale tra Mosca e Kiev. Internazionalisti liberali e neoconservatori, preponderanti in seno all’amministrazione Biden, perseguono invece obiettivi più ambiziosi 

America First, China First!

La guerra in Ucraina è vista dagli isolazionisti trumpiani come una pericolosa distrazione che aggrava le sfide interne all’America – inflazione record, prezzi energetici alle stelle, interruzioni nelle catene di approvvigionamento, “bomba” migratoria lungo il confine meridionale. “I nostri elettori non vogliono che sacrifichiamo il sangue e il tesoro americani in Ucraina (…) Vogliono che prima ci prendiamo cura della nostra gente”, ha sottolineato JD Vance, candidato repubblicano al Senato per l’Ohio, astro nascente della politica “America First”. Disallineata dall’establishment repubblicano guidato dal leader della minoranza al Senato Mitch McConnell che ha fissato l’obiettivo americano nell’impedire a “questo spietato delinquente (Putin, ndr) di iniziare una marcia attraverso l’Europa”.

Il disinteresse per l’Ucraina e la contrarietà al sostegno militare a Kiev di questa parte d’America nascondono un ragionamento strategico e una non troppo celata ammirazione per il nazionalismo conservatore e il tradizionalismo valoriale impersonificato da Putin. I trumpiani ritengono la Russia una pericolosa distrazione dalla sfida cinese nell’Indo-Pacifico, vera minaccia all’egemonia americana, per affrontare la quale l’Orso russo è considerato un potenziale partner tattico da sottrare al Dragone per accerchiarlo totalmente, per terra e per mare.

Quanto al secondo fattore, l’ala estrema della destra americana vede in Putin un difensore delle tradizioni e della cultura cristiana bianca e caucasica, asseritamente minacciata dal relativismo valoriale e dal wokismo diffuso dalle élite liberal. Di più. Questa fetta di America arriva a prestare il fianco alla infowar russa tesa ad alimentare i cospirazionismi e le faglie sociali interne agli Usa. A guerra in corso l’anchorman di Fox News Tucker Carlson ha condiviso la bufala russa sull’esistenza di laboratori biologici del Pentagono in Ucraina. 

Adepti della delirante teoria di QAnon hanno manifestato sostegno alla guerra russa interpretandola come uno sforzo per abbattere il “Nuovo ordine mondiale” retto dalla mitica Cabala internazionale pluto-massonica diretta da pedofili satanisti ed esponenti del Deep State americano contrastata dalle forze del bene guidate dall’asse Trump-Putin e hanno propagandato le seguenti false notizie: la tesi del colpo di Stato ordito dalla Cabala internazionale nel 2014 per rovesciare il governo ucraino filorusso di Viktor Yanukovich; l’esistenza nella centrale nucleare di Chernobyl di un quartier generale della Cabala utilizzato per compiere “esperimenti sul dna e sull’adrenocromo, torture, sesso infantile e stupri”; il ruolo dell’Ucraina come macchina per il riciclaggio di denaro del Deep State.

La realpolitik kissingeriana

Negli ultimi due mesi negli Usa è aumentato il numero di commentatori e analisti che ritengono privo di sbocco politico o addirittura pericoloso il sostegno militare sine die all’Ucraina, data la sproporzione tra le forze in campo in termini numerici e di potenza di fuoco. Il caso più eclatante è quello del New York Times, il cui comitato editoriale lo scorso maggio ha sostenuto come l’America non sia pronta ad un supporto a tempo indeterminato a Kiev, capovolgendo di fatto la posizione iniziale del prestigioso quotidiano newyorkese che a marzo aveva appoggiato l’impegno washingtoniano nella lotta per l’Ucraina “non importa quanto tempo ci vorrà” finché “l’Ucraina sarà libera”.

Intervenendo al World Economic Forum di Davos lo scorso maggio, il decano della diplomazia Usa Henry Kissinger ha avvertito dei rischi in termini di escalation e di allargamento del conflitto insiti nel prolungamento della guerra per procura contro la Russia e delle conseguenze geostrategiche che un’espulsione di Mosca dall’equazione di potenza veterocontinentale produrrebbe nel quadro della sfida geopolitica del secolo Usa-Cina. “L’Ucraina avrebbe dovuto essere un ponte tra l’Europa e la Russia, ma ora, man mano che le relazioni si stanno riformulando, potremmo entrare in uno spazio in cui la linea di demarcazione è ridisegnata e la Russia è completamente isolata. Ci troviamo ora di fronte a una situazione in cui la Russia potrebbe alienarsi completamente dall’Europa e cercare un’alleanza permanente altrove”, ha sottolineato l’ex statista bavarese-americano.

Già nel 2014 Kissinger sosteneva che il ruolo geopolitico dell’Ucraina doveva essere quello di un “ponte” neutrale, cuscinetto geopolitico tra Russia e Occidente e non quello di un “avamposto” militarizzato sotto l’influenza di una delle due parti perché “trattare l’Ucraina come parte di un confronto Est-Ovest” avrebbe condotto allo scontro tra Usa e Russia e avrebbe fatto “affondare per decenni ogni prospettiva di portare la Russia e l’Occidente (…) in un sistema cooperativo internazionale”.

Kissinger teme che l’esclusione forzata della Russia dall’ordine di sicurezza europeo del quale “per quattrocento anni” è stata “una parte essenziale” possa spingere Mosca a stipulare una faustiana “alleanza permanente con la Cina” che aprirebbe un’epoca di nuova contrapposizione tra blocchi molto più pericolosa di quella dello scorso secolo perché priva di tacite regole di ingaggio tra i duellanti. Uno scenario che inficerebbe quello che Kissinger ritiene il primario obiettivo strategico americano, quello di garantire una sufficiente stabilità globale per conseguire la quale Kissinger ha sempre ritenuto essenziale non umiliare le potenze rivali, non calpestarne le linee rosse e gli interessi di sicurezza vitali. 

Per questo pensa(va) di non condurre Washington alla vittoria finale con l’Urss/Russia perché una situazione di stabilità e di apparente pareggio avrebbe mantenuto gli Usa in una condizione di sostanziale vantaggio geopolitico, per strutturale superiorità strategica della superpotenza stars and stripes. Per questo oggi Kissinger sostiene la necessità di un compromesso negoziale per arrivare alla fine delle ostilità attraverso “dolorose decisioni territoriali” da parte dell’Ucraina, amputata dei territori occupati dai russi dal 24 febbraio. Scenario che trova la netta opposizione di ucraini, polacchi e baltici che ritengono un cessate-il-fuoco soltanto una pausa che consentirebbe ai russi di riorganizzarsi e di tornare all’attacco. 

De-imperializzare la Russia

La corrente realista è storicamente minoritaria all’interno degli apparati americani. Per ragioni storiche e mitopoietiche la cultura strategica americana, tesa ad esaltare l’eccezionalismo dell’esperimento statunitense e l’universalismo degli ideali di libertà e democrazia, è stata in larga parte refrattaria al multipolarismo e all’approccio dell’equilibrio di potenza. Sicché oggi la linea predominante in seno all’amministrazione Biden è quella dettata dai falchi neocon e dagli internazionalisti liberali i quali, dopo l’iniziale pessimismo sulle probabilità di successo della resistenza ucraina, hanno intravisto nell’impantanamento della campagna militare d’Ucraina l’opportunità di infliggere alla Russia una umiliantesconfitta strategica che possa innescare la rimozione di Vladimir Putin, in ogni caso il disaccoppiamento strategico Europa-Russia e l’annichilimento della potenza militare ed economica moscovita. Per conseguire il massimalista obiettivo fissato nel 1992 da Zbigniew Brzezinski: l’“emergere di una Russia veramente post-imperiale che possa assumere il proprio posto nel concerto delle principali nazioni democratiche del mondo”.

Tuttavia, gli apparati federali non sono un monolite. 

Di fronte all’attuale crisi i falchi al Pentagono e al Dipartimento di Stato (la cui politica ucraina è guidata da Victoria Nuland, attuale numero 2 di Foggy Bottom) spingono per prolungare il conflitto e indebolire militarmente ed economicamente la Russia, sì da renderla innocua in Europa e nel lungo termine indurla a cooperare con l’Occidente per non scadere a junior partner dell’Impero del Centro. 

D’altra parte, le colombe alla Casa Bianca e a Langley sono preoccupate che il prolungamento ad oltranza del conflitto possa sfaldare in modo critico l’unità transatlantica e ritengono pericoloso porre Putin davanti ad un finale umiliante che, come dichiarato dal direttore della Cia William Burns, potrebbe indurre un disperato leader del Cremlino a giocare il tutto per tutto pur di strappare una posticcia vittoria con cui ripristinare il sentimento di gloria, orgoglio e potenza della “Russia profonda”, pilastri del patto sociale tra l’élite putiniana e il popolo russo. Allora l’intensità del conflitto aumenterebbe così come i pericoli di escalation e di allargamento nei territori della Nato, con gli Usa che a quel punto sarebbero costretti ad intervenire militarmente, a meno che non intendessero perdere interamente la propria credibilità nel continente che da decenni dominano in surplasse

Nell’ultimo mese la Casa Bianca ha quindi rivisto la propria strategia di comunicazione di guerra, ha rallentato le consegne di armamenti agli ucraini e ha fatto trapelare sulla stampa i dissidi sorti in aprile tra il Commander-in-Chief e i segretari di Stato e della Difesa Antony Blinken e Lloyd Austin. Il presidente pensava che la retorica oltranzista di Blinken e Austin sugli obiettivi americani (vittoria dell’Ucraina e indebolimento delle Russia anziché la semplice difesa del paese) venisse percepita come belligeranza attiva degli Usa. Medesima preoccupazione che ha indotto la Casa Bianca a non armare con munizioni a lungo raggio (300 km) le quattro unità di M142 High Mobility Artillery Rocket Systems (HIMARS) consegnate all’Ucraina, temendone un utilizzo da parte delle forze ucraine per colpire in profondità il territorio russo. 

In un editoriale apparso a fine maggio sul New York Times Biden ha provato a chiarire gli obiettivi strategici statunitensi in Ucraina. Non si parla più pubblicamente di rovesciare Putin o di sconfiggere o indebolire la Russia ma si sostiene il diritto dell’Ucraina a conservarsi “democratica, indipendente, sovrana e capace di difendersi da ulteriori aggressioni” mentre non sarebbe obiettivo degli Usa “prolungare questa guerra solo per infliggere dolore Russia”. Il sostegno militare a Kiev sarebbe piuttosto finalizzato a far acquisire agli ucraini una “posizione più forte possibile al tavolo dei negoziati”. Insistendo su una “fine negoziata del conflitto”, Biden si posiziona su una linea non lontanissima da quella tenuta da Francia, Germania e Italia e solo parzialmente dissimile da quella di Kissinger.

Tuttavia, da Arlington fanno sapere che il conflitto durerà ancora a lungo e che gli Usa non intendono premere sul governo Zelensky per condizionarne le scelte strategiche. “Non diremo agli ucraini come negoziare, cosa negoziare e quando negoziare”, ha affermato Colin Kahl, sottosegretario per la politica del Dipartimento di Difesa. Il numero due del Pentagono Kathleen Hicks ha affermato che il Dipartimento si sta preparando a supportare l’Ucraina nel lungo termine non solo con la fornitura di armi ma anche con l’addestramento delle sue forze armate. 

Perché se Kiev sopravviverà e continuerà a disporre di un forte esercito potrà riprovare a riprendere i territori perduti ed impantanare i russi in una guerra senza fine. Perché la russificazione dei territori occupati nel sud e nell’est avrà bisogno di una duratura presenza militare russa per reprimere una probabile resistenza partigiana ucraina appoggiata dall’esterno.

Già lo scorso aprile il presidente del Joint Chiefs of Staff Mark Milley, testimoniando davanti al Congresso, aveva stimato in anni la durata della guerra in Ucraina e aveva fissato la posta in gioco della guerra nell’“ordine di sicurezza internazionale globale (…) messo in atto nel 1945” che ha impedito per oltre 75 anni una guerra tra grandi potenze. 

Quest’ordine, basato sulla intangibilità dei confini sovrani, è stato rotto dall’aggressione russa e ha innescato il massiccio sostegno diplomatico, militare, cibernetico, economico e di intelligence degli Usa all’Ucraina e la guerra economica alla Russia. Una desistenza in questa fase rafforzerebbe la percezione maturata al Cremlino di un Occidente decadente non in grado di resistere ai costi economici e psicologici della guerra e picconerebbe la capacità di deterrenza americana davanti alla possibilità di bloccare l’Occidente attraverso il ricatto nucleare e l’armamento delle interdipendenze economiche o energetiche. La Cina prenderebbe appunti. Taiwan idem.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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