Crisi del Gas: L’Unione europea su Egitto e Israele

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Gli attori coinvolti nel Memorandum of Understanding firmato il 15 giugno

Israele, Egitto e Unione europea hanno firmato il 15 giugno un Memorandum of Understanding sull’esportazione di gas naturale. La firma viene presentata come una vittoria della diplomazia comunitaria ma l’accordo presenta diverse criticità. 

Il trilaterale fra Unione europea, Israele ed Egitto tenutosi al Cairo il 15 giugno ha prodotto un Memorandum of Understanding circa l’edificazione di un partenariato energetico. In summa, l’intesa raggiunta dalla Presidente della Commissione Ue Von Der Layen, dal Ministro israeliano per l’energia ELharrar e dalla delegazione egiziana, composta dal Presidente Al-Sisi e dal Ministro per il Petrolio e le risorse minerali Al-Mulla, prevede l’esportazione di quantità “significative” di gas Israeliano verso l’Ueattraverso l’Egitto. L’intesa avrebbe una durata di tre anni, poi prorogabile automaticamente per altri due.

 Nello specifico, il gas israeliano sarà pompato attraverso i gasdotti esistenti verso l’Egitto, donde, una volta liquefatto, sarà imbarcato per mare verso il continente europeo. Il patto con Israele e l’Egitto di Al-Sisi, che a Bruxelles non vanta una larga schiera di sostenitori, rientra nella strategia di riduzione della dipendenza energetica comunitaria da Mosca, prima fornitrice del blocco con una quota del 40% sui flussi totali di gas naturale. L’intesa europea coi vertici egiziani arriva anche attraverso una contropartita: nel corso della conferenza, la Presidente della Commissione ha promesso “un aiuto immediato di 100 milioni di euro”per sostentare la sicurezza alimentare in Egitto, vittima del conflitto russo-ucraino sotto il profilo agroalimentare (l’Egitto dipende da Russia e Ucraina per circa l’80% del suo grano). Non solo: la Presidente della Commissione si è impegnata a stanziare nella regione 3 miliardi di euro in “programmi per l’agricoltura, la nutrizione, l’acqua e le strutture igienico-sanitarie, nei prossimi anni”

Per Bruxelles, l’intesa con il Cairo e Gerusalemme è una tappa obbligata del percorso, dolorosissimo, di disgiungimento energetico da Mosca. Come tale, costituisce un successo della diplomazia comunitaria ma il suo reale impatto sulla diversificazione delle forniture di gas rischia di non essere incisivo, se non di essere addirittura inefficace. Da tempo, infatti, Israele ed Egitto ripetono di non disporre di volumi sufficienti a soddisfare il fabbisogno europeo. Bastano due conti per rendere la gravità del problema che Bruxelles si trova ad affrontare: nel corso del 2021, l’Unione europea ha importato dalla Russia circa 155 miliardi di metri cubi di gas naturale. 

Nello stesso anno, l’Egitto ha destinato all’export poco meno di 9 miliardi di metri cubi di gas naturale, perlopiù destinati ai mercati asiatici. Nel frattempo, l’aumento della pressione demografica e della domanda energetica da parte dell’industria nazionale egiziana hanno ridotto la quantità di gas esportabile. D’altro canto, Israele ha avviato un programma di potenziamento delle capacità di export, fissando l’obiettivo a 40 miliardi di metri cubi su base annuale. Al momento, tuttavia, buona parte del gas israeliano è assorbito dai mercati egiziano e giordano. Anche Israele, quindi, pur avendo a disposizione riserve superiori all’Egitto, non sarà in grado di destinare ai mercati europei quantità importanti di gas naturale. 

L’interrogativo inerente alla quantità di gas che Israele riuscirà a esportare in Europa, passando attraverso gli impianti di liquefazione egiziani, spiega la vaghezza dei termini dell’accordo, il quale non specifica quanto gas sarà destinato all’Unione europea. Interrogativo che si collega direttamente alle tempistiche, anch’esse non specificate. Al netto di tutto ciò, le stime sono di circa 7 miliardi di metri cubi importati da Israele per tramite dell’Egitto nel 2022, e di circa il doppio nel 2023. Contro i 155 miliardi di metri cubi di gas naturale provenienti da Mosca. Se non altro, è positivo che l’intesa con Egitto e Israele faccia da tacito mandato di esplorazione dei giacimenti del Mediterraneo orientale per le aziende europee. 

Quanto efficiente si dimostrerà il partenariato fra Unione europea, Egitto, e Israele, dipenderà poi dall’appuntamento di luglio circa l’approvazione della tassonomia della Commissione (linee guida per l’impiego dei capitali finanziari verso destinazioni dall’impatto ambientale positivo). Qualora il Parlamento europeo dovesse respingere la suddetta tassonomia, e quindi escludere il gas dalle fonti sostenibili, la strada verso gli investimenti negli idrocarburi di Egitto e Israele si farebbe ben più complicata.    

Sul lungo termine è in gioco anche la questione EastMed, progetto da sei miliardi di euro firmato da Cipro, Grecia e Israele per la costruzione di una conduttura di 1.900 km che trasporti in Europa fino a 12 miliardi di metri cubi all’anno di idrocarburi. Anche se costoso e di difficile attuazione (la Turchia vi si oppone perché sarebbe tagliata fuori dalle rotte energetiche Medioriente-Europa) il progetto è cruciale per l’interesse nazionale italiano, giacché gli in idrocarburi, dalla Grecia, sarebbero pompati nel nostro paese attraverso il Poseidon, gasdotto che affiancherebbe il Tap. Oltre a essere osteggiato dalla Turchia, però, l’EastMed è un progetto di lungo termine. E l’Unione europea non ha tempo.  

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