Viaggio a Kiev: ode alla Realpolitik

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Da analista mi è stato insegnato a pensare, quando si tratta di tematiche inerenti le relazioni internazionali o la geopolitica, in termini di Realpolitik. Questo termine, di origine tedesca, si può tradurre che come “politica concreta” o “politica di ciò che è reale”. La Realpolitik si può definire come una politica basata su una concreta pragmaticità d’azione, condotta dagli quegli attori o da quei decisori politici in ambito internazionale che rifuggendo da ogni premessa ideologica o morale, mirano principalmente al raggiungimento di obbiettivi specifici, concretizzato in un risultato predefinito. 

In ambito internazionale, quindi, la Realpolitik può essere spiegata come quel pragmatismo politico che persegue questioni pratiche anziché principi universali.Data questa definizione, il viaggio di Scholz, Macron e Draghi a Kiev può essere analizzato nell’ottica della Realpolitik più efficace. Dopo quattro mesi dall’inizio della guerra russo – ucraina, che bilancio possiamo tracciare? Perché il viaggio dei tre leader più influenti dell’Unione Europea assume un valore tanto storico quanto simbolico?

Abbiamo sentito negli scorsi mesi discorsi e proclami provenienti dalla maggior parte dei leader occidentali, in merito ad un sostegno bellico illimitato all’Ucraina e di un supporto diplomatico continuo a Kiev, al fine di sconfiggere definitivamente la Russia. Ma cosa si intende per vittoria o sconfitta?

Chi analizza i fatti di geopolitica e politica estera con occhio critico e non fazioso, sa bene che fin dal primo giorno di guerra, lo scopo di Mosca non era quello di invadere internamente il territorio Ucraino; forse, era più probabile un tentativo di conquistare la capitale, Kiev, in modo da tagliare ogni linea di comando e quindi di difesa degli occupati, facendo così capitolare quanto prima la resistenza Ucraina. Tolto questo tentativo, non andato a buon fine, mi sento di dire che tutti coloro che hanno parlato di volontà di annessione totale dell’Ucraina da parte di Mosca o addirittura di invasione di altri stati europei, come ad esempio Finlandia o Paesi baltici, poco hanno capito delle relazioni internazionali e altrettanto meno della geopolitica. 

Chiarito questo punto, dobbiamo capire, cosa si intende per vincere la guerra in questo specifico caso. Per Mosca gli obiettivi principali erano il riconoscimento della Crimea e l’annessione – come repubbliche federali russe – di quei territori del Donbass auto proclamatosi indipendenti all’indomani degli eventi che hanno travolto l’Ucraina nel 2014. Se si dovessero analizzare da questo punto di vista è indubbio, contrariamente a quanto sostenuto da più fonti, che ad oggi la Russia stia vincendo la guerra sul campo. 

Da questo punto di vista si deve analizzare il viaggio dei leader francesi, italiani e tedeschi a Kiev; infatti, l’obiettivo del viaggio, secondo molti analisti (tra cui il sottoscritto) oltre a mostrare sostegno e vicinanza a Zelensky, era volto a cercare di mediare col presidente Ucraino in virtù di una possibile tregua con il presidente russo. I leader delle prime tre economie europee, Germania, Francia e Italia temono che il prolungamento del conflitto possa creare gravi disagi all’interno dei rispettivi Paesi, minando quegli equilibri interni, siano essi economici, sociali o politici.

L’esempio del gas è quanto mai evidente (e non solo)

La diminuzione delle quantità di gas esportate da Gazprom, che ha ridotto giornalmente il volume di transito dei propri gasdotti – Nord Stream 1 e Nord Stream 2, stanno iniziando a creare evidenti problemi sia alla Germania che all’Italia (per quest’ultima si inizia a parlare di possibile razionamento per l’inverno). 

Ma non è solo energia e gas, infatti, si deve anche valutare la questione finanziaria che ha colpito maggiormente i risparmiatori italiani. Dati alla mano, nell’ultimo mese l’indice FTSE Mib ha perso l’8,85% del suo valore. Il confronto con il Moscow Exchange non lascia spazio a libere interpretazioni: la perdita per Mosca è del 3,57%. Per riassumere in termini meno economici, dall’inizio del conflitto, i risparmiatori italiani hanno perso più dei russi. La Borsa di Mosca ha perso l’11,07% dal primo giorno delle sanzioni alla Russia, peggio ha fatto solo Milano, il cui indice è sceso dell’11.94%. Alcune nazioni sono riuscite a tamponare i danni, come Madrid, al -0,72%, mentre il Portogallo è l’unico che stupisce in positivo con il suo +13,33%. Non a caso queste ultime due sono state le meno attive nel supporto all’Ucraina durante il conflitto. Basta semplicemente vedere come le borse di Bruxelles (-5,16%), di Francoforte (-7,67%), di Amsterdam (-8,38%) e di Parigi (-8,90%) per capire che le sanzioni, per quanto abbiano colpito la Russia, danneggiano anche le economie europee, se protratte nel tempo. 

Il viaggio dei tre leader, in piena chiave Realpolitik, quindi, si potrebbe riassumere come un sussurro all’orecchio di Zelensky “ti abbiamo supportato ma non è andata come speravamo, forse è il momento di pensare ad una trattativa”. Ovviamente il destino dell’Ucraina è nelle mani del governo di Kiev ed è lecito che sia così, ma qualcosa forse, inizia a scricchiolare ad occidente, per questo si ha fretta di intavolare una trattativa. Non è stato un caso che dopo la mite visita dei tre leader, meno roboante di toni guerrafondai e più diplomatici, a sorpresa, poche ore dopo, sia giunto a Kiev anche Boris Johnson. Il premier britannico ha ribadito il supporto ad oltranza a Kiev, ponendosi in netta antitesi con l’obiettivo della missione precedente. La Gran Bretagna, che ha sempre mal digerito la politica estera di Mosca fin dai tempi del Grande Gioco e adesso, sciolti i vincoli dell’Unione Europea, è tornata libera di scegliere il proprio destino, e sogna – un’improbabile – disfatta dell’esercito russo, ricacciandolo indietro nei propri confini, o ancora meglio, la capitolazione di Putin. 

Chi vince e chi perde?

Militarmente, a parte l’ingresso (impossibile) della NATO o un continuo rifornimento di armi oppure l’arrivo massiccio di foreign fighters stranieri, la guerra non potrà essere vinta dall’Ucraina, se per vittoria si intende la riconquista della Crimea e del Donbass, o anche solo di quest’ultimo. Se invece dobbiamo vedere la questione da un punto di vista prettamente economico – commerciale la Russia ne esce indubbiamente sconfitta, per quanto la Cina rappresenti un partner “amico” e ricco, essa non potrà mai essere un sostituto dei Paesi dell’Unione Europea. Se invece dobbiamo vedere l’efficacia delle sanzioni, non sono sicuro che i danni li stia subendo solo la Russia e i cittadini russi; forse, sarebbe più interessante inquadrare la vicenda delle sanzioni nel vecchio proverbio del “due feriti sono meglio di un morto”.

Come si concluderà la guerra?

Totalmente in disaccordo con il segretario della NATO e Boris Johnson, che parlando di una guerra ad oltranza, credo che a breve si possa trovare almeno un cessate il fuoco. La Gran Bretagna e la NATO, forse, sperano che un conflitto prolungato, possa creare qualche segno di cedimento nell’establishment russo, sia esso sul fronte militare che in politica interna. 

Di contro però, va ricordato che la Russia conosce bene il “generale inverno” che li ha aiutati già a sconfiggere Napoleone e Hitler. Il freddo ucraino sicuramente non è il gelo russo, ma combattere in autunno e/o in inverno in mezzo al fango della steppa ucraina, non è un rischio che ogni stratega intelligente vorrebbe correre. Per chiunque dovesse supporre il verificarsi di un conflitto protratto per anni, vale quanto riportato all’inizio: poco hanno capito delle relazioni internazionali e ancora meno della geopolitica.

Un analista geopolitico capisce bene che la via per la pace passa obbligatoriamente anche da Washington, solo il dialogo diretto Stati Uniti e Russia porterà alla cessazione delle ostilità. Anche se una futura mediazione potrebbe già partire in salita, in quanto dal Parlamento di Kiev, proprio 48 ore dopo il via libera della Commissione Europea per l’ingresso alla candidatura dell’Ucraina come membro dell’Unione, è stata approvata una legge di orwelliana memoria; ovvero è stata ratificata la messa al bando di libri e opere musicali prodotti in Russia e in Bielorussia. Una legge in evidente e paradossale conflitto con l’articolo 11 della “Carta dei diritti fondamentali” dell’Unione, che difende la libertà d’informazione e il pluralismo culturale. Se da una parte il dialogo è l’unica risposta, dall’altra entrambe le parti mancano della volontà di sedersi al tavolo rinunciando reciprocamente a qualcosa. 

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