La politica statunitense in ASEAN si dimostra “deludente”

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Fonte Immagine: https://www.nytimes.com/2022/05/12/us/politics/biden-asian-nations-china.html

L’importante summit tra Stati Uniti e gruppo ASEAN tenutosi a Washington lo scorso maggio mostra tutti i limiti della politica di Joe Biden nell’area Pacifica.

Il 13 e il 14 maggio 2022 si è tenuto a Washington un summit di due giorni dall’importante valore simbolico, specialmente per quanto riguarda gli Stati Uniti di Joe Biden: i leader dei Paesi appartenenti al gruppo ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) sono stati infatti invitati alla Casa Bianca allo scopo di rinvigorire i rapporti storici fra le due realtà geopolitiche in occasione dei 45 anni dall’inizio del dialogo fra gli Stati Uniti e il gruppo sud asiatico. Tra i rappresentanti delle nazioni asiatiche solamente il generale Min Aung Hlaing, il cui governo militare del Myanmar è stato esplicitamente bandito dall’incontro, e il neopresidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr, il cui mandato non era ancora stato confermato, erano assenti.

Il meeting era atteso da diverso tempo, in quanto l’ultimo incontro ufficiale di tale portata fra i due gruppi si era verificato nell’ormai “lontano” 2016 sotto la presidenza statunitense di Barack Obama. Il suo successore, Donald Trump, aveva volontariamente ignorato gli “East Asia Summit” del 2018 e del 2019 nell’ottica della sua politica nazionalista “America first”; successivamente era stato organizzato un incontro a Las Vegas che avrebbe dovuto tenersi agli inizi del 2020, ma la scelta del luogo era stata ritenuta inopportuna dai leader dei Paesi ASEAN a maggioranza musulmana. Lo scoppio della pandemia da Covid-19 aveva poi ulteriormente ritardato i successivi possibili incontri e lo scoppio della guerra in Ucraina aveva visto le stesse potenze asiatiche esitanti nell’approcciarsi ufficialmente agli Stati Uniti prima di aver avuto un quadro almeno vagamente preciso della situazione.

Il summit di maggio era pertanto ricco di aspettative e come sottolineato da Gregory Polling, esperto di sudest asiatico al Csis (importante think tank internazionale) di Washington, considerato soprattutto dagli Stati Uniti un “fatto simbolico”. Lo stesso presidente Biden ha pubblicamente presentato l’incontro come l’inizio di “una nuova era” per i rapporti fra le due potenze e ha individuato l’ASEAN come il “cuore”, il centro strategico, della politica statunitense nell’area volta, secondo le stesse autorità di Washington, a realizzare un Indopacifico libero e prospero. Tuttavia, la risposta da parte dei paesi sud asiatici non si è dimostrata altrettanto entusiasta e ottimistica per differenti motivazioni.

Prima di tutto è stato inevitabile il confronto con l’amministrazione Obama che aveva effettivamente sancito l’inizio di un vero rapporto tra la grande potenza occidentale e il gruppo asiatico, da sempre influenzato, per ragioni storiche, territoriali e politiche, dai grandi avversari degli Stati Uniti, ovvero Cina e Russia. L’impegno di Obama nell’rivitalizzare l’economia sud asiatica e riconoscere l’importanza strategica e politica del gruppo ASEAN, il quale ospita al suo interno 667 milioni di individui e il cui PIL totale raggiunge i tre trilioni di dollari (il sud est asiatico potrebbe diventare la quarta potenza economica mondiale entro il 2030), era stato accolto in maniera estremamente positiva, seppur ovviamente diversa, da quasi tutti i Paesi interessati. Il “Sunnylands Asean Summit” del 2016, ad esempio, aveva potuto contare su diversi incontri suddivisi in due lunghi ritiri in cui Barack Obama in persona si è sempre mostrato presente, mentre Biden è stato quasi “accusato” di essersi presentato ufficialmente solamente a sei degli incontri previsti dal nuovo summit

Tuttavia, la grande differenza fra i due leader di Washington è stata ritenuta ancora più evidente (e negativa per Biden) per quanto concerne gli incontri bilaterali: dall’inizio del suo mandato, infatti, l’attuale presidente americano ha tenuto incontri ufficiali solo con Indonesia e Singapore, mentre Obama poteva già contare su cinque visite ufficiali nei Paesi asiatici. Inoltre, è stata oggetto di critica anche la scelta di ospitare l’incontro a Washington invece che nei territori ASEAN, anche se è necessario riconoscere che proprio tale scelta ha permesso la presenza e l’incontro diretto fra i rappresentanti asiatici e svariate figure di spicco all’interno dell’establishment americano. Inoltre, è doveroso sottolineare come il presidente Biden abbia comunque tentato di fare ammenda per il comportamento del suo predecessore inviando nel 2021 importanti personalità del governo americano nei Paesi in questione, tra cui pare sufficiente in questa sede citare la vicepresidente Kamala Harris, il Segretario della Difesa Lloyd Austin e il Segretario di Stato Antony Blinken. Inoltre, proprio in occasione del summit di maggio, Biden ha nominato un nuovo ambasciatore per le relazioni ASEAN-Stati Uniti, un posto che era rimasto vacante sin dal 2017 e che è stato affidato a Yohannes Abraham, importante figura all’interno della cerchia più ristretta del presidente.

Tuttavia, tali sforzi sono stati comunque “macchiati” dall’esplicita preferenza che Biden ha mostrato nei confronti di altri Paesi dell’area pacifica, principalmente Australia e Giappone. Il “ritorno degli Stati Uniti nello scacchiere asiatico” è infatti stato sancito, tra le altre cose, primariamente da una visita in Corea del Sud, dove il neopresidente Yoon promette un avvicinamento strategico a Washington, e in Giappone nel contesto del QUAD (Dialogo quadrilaterale di sicurezza tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India in funzione anticinese). Sebbene il ruolo dell’ASEAN all’interno delle relazioni internazionali statunitensi abbia ottenuto una sorta di “promozione” in occasione dell’incontro di maggio, passando dalla configurazione di “partenariato strategico” a “partenariato strategico comprensivo” (innalzando teoricamente il gruppo sud asiatico allo stesso ruolo dell’Australia per quanto concerne l’alleanza strategica con gli States), tale maggiore considerazione è ancora tutta da dimostrare.

La marginalità che i membri ASEAN hanno percepito di possedere all’interno del gioco politico statunitense nella regione pacifica deriva proprio da diversi fattori emersi nel corso del summit in questione; fattori che hanno influenzato ancora di più l’immagine “deludente” che i leader asiatici paiono aver fornito dell’incontro ufficiale. Il summit secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente americano, e come sopramenzionato, avrebbe avuto quale scopo quello di rinsaldare i rapporti di alleanza e amicizia presenti tra le due potenze. Tuttavia, per numerosi osservatori è ormai innegabile che il vero obbiettivo dell’amministrazione Biden per quanto riguarda l’area del sud est asiatico sia quello di contrastare l’incalzante influenza cinese sui Paesi della regione, sia in termini economici sia, soprattutto, in termini strategico-politici.

Un’impresa decisamente ardua considerato l’operato dell’amministrazione Trump e lo stesso Biden parrebbe, secondo alcuni analisti, averne sottostimato le reali difficoltà. Ne costituiscono un esempio in questo caso i 150 milioni che il governo statunitense avrebbe promesso nel corso dell’incontro agli alleati asiatici da investire in diverse iniziative congiunte. Una cifra irrisoria e forse anche leggermente “offensiva” se consideriamo il supporto economico che la Cina ha diligentemente fornito al gruppo nel corso degli ultimi anni, specialmente nel corso della pandemia da Covid-19. Basti pensare solamente al progetto della Nuova Via della Seta, il quale per quanto riguarda i rapporti cinesi con l’ASEAN godrebbe da solo di un bilancio pari a 685 miliardi di dollari, il doppio di quanto a oggi valgono i rapporti economici fra gli USA e il medesimo gruppo. Senza contare che 60 milioni dei 150 sopracitati dovrebbero essere riversati nelle forze costiere al fine di contrastare la pratica della pesca illegale, specialmente da parte cinese. Tuttavia, anche in questo caso 60 milioni impallidiscono di fronte ai 425 investiti nella precedente iniziativa denominata “Southeast Asia Maritime Security Initiative”.

Inoltre, l’importanza assegnata al settore marittimo militare sembrerebbe ancora di più confermare l’ipotesi secondo cui i reali interessi dell’amministrazione Biden siano di natura strategica piuttosto che economica e per tale ragione alcuni osservatori si sono sbilanciati nell’affermare che la linea politica perseguita da Biden in Asia sia in questo caso del tutto assimilabile alla strategia indo-pacifica di Donald Trump, volta a “strappare” i Paesi asiatici dalle grinfie dell’influenza cinese.

Biden, in ogni caso, starebbe tentando anche un ulteriore approccio di tipo economico per riavvicinare a sé le potenze oggetto del summit: si tratta del progetto denominato “Indo-Pacific Economic Framework” o IPEF. Sebbene tale piano di investimenti non sia stato inserito quale punto di discussione nel corso dell’incontro a Washington (e non sia nemmeno menzionato nelle 28 pagine di resoconto dello stesso), tale ambizioso progetto è stato formalmente annunciato il 24 maggio e alle prime negoziazioni avrebbero partecipato ben sette Stati appartenenti al gruppo ASEAN, ovvero Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. Tuttavia, è ancora incerto se le potenze citate alla fine decideranno formalmente di unirsi al framework, anche a causa dei limiti presentati dallo stesso. Esso si baserebbe infatti su “quattro pilastri” (catene di approvvigionamento, economia digitale, energia pulita e infrastrutture, lotta alla corruzione e tassazione), eleggibili anche singolarmente dalle diverse potenze, ma non permetterebbe un migliore accesso allo stesso mercato americano. Inoltre, tutti i Paesi attualmente interessati all’IPEF (ASEAN compreso), a eccezione appunto degli States e dell’India, sono già inseriti nel Partenariato Economico Globale Regionale (o RCEP), di cui è parte anche il Dragone cinese e non sarebbe pertanto assurdo pensare che molti Stati si mostrino restii a mettere a rischio la loro membership all’interno dell’RCEP per abbracciare l’IPEF.

Ciò che quindi emerge da questi ultimi incontri, e specialmente dal summit in analisi, parrebbe una carenza di chiarezza per quanto riguarda i piani a lungo termine che gli Stati Uniti intendono intraprendere con il gruppo ASEAN e anche una certa mancanza, forse, di comprensione delle reali dinamiche che animano le diverse realtà all’interno del gruppo. Gli Stati Uniti di Biden paiono non aver compreso in questo senso la reale perdita di influenza che Washington ha subito nel sud-est asiatico, e mentre si ostinano a promuovere le loro iniziative tramite l’utilizzo di parole ormai chiave all’interno del vocabolario americano, quali democrazia e libertà, paiono non essersi accorti che la regione, e il mondo, stanno definitivamente cambiando e ci vorrà uno sforzo ben più deciso di quello finora dimostrato.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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