L’Irlanda del Nord alla deriva

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La situazione nordirlandese è sempre più tesa. Belfast dopo la Brexit è più lontana da Londra ma non ancora abbastanza vicina a Dublino. Johnson gioca una partita rischiosa.

Londra nel quadro geopolitico attuale, caratterizzato dalla guerra in Ucraina, appare particolarmente attiva. Il Regno Unito è storica avanguardia antirussa e oggi braccio europeo degli Usa contro il nemico al Cremlino e sta oggi dimostrando tale posizione con il forte attivismo di queste settimane: il premier Boris Johnson ha stretto accordi con Svezia e Finlandia, in procinto di entrare nella NATO, per garantire loro appoggio anche militare nella fase vulnerabile prima dell’ingresso nell’alleanza.

Già prima della guerra Londra aveva inoltre mostrato un forte appoggio a Kiev e aveva mostrato protagonismo nell’est Europa, regione del continente dai forti sentimenti tanto antirussi quanto antitedeschi, due storici nemici sia del Regno Unito che di Washington. Nonostante qualche screzio con gli Stati Uniti non sia mancato Londra segnalava così anche la propria fedeltà a Washington, perseguendo l’allineamento britannico alla strategia statunitense.

Questo insieme di mosse sono anche indirizzate a mantenere un ruolo di primo piano del Regno Unito sullo scacchiere globale, dimostrando rapidità di movimento – soprattutto in contrapposizione all’Unione Europea – e certificandosi ancora di più come principale alleato statunitense in Europa.

Impero di ieri e (non) potenza di domani

Ma potrà essere potenza di domani la patria della regina? Le circostanze suggeriscono risposta negativa, essendo in dubbio l’esistenza stessa del Regno, a rischio frammentazione lungo le linee di faglia che lo attraversano da secoli, dividendolo tra inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi. Regno Unito oggi, disunito un domani. L’impero del passato è andato, disgregatosi negli scorsi decenni.

Il nucleo restante (Commonwealth e Irlanda del Nord, residuo di facciata) si appresta a seguirne le orme. Londra resta città cosmopolita, per molti segno evidente di come il suo Regno possa essere globale; ma la City è mondo a sé all’interno del Paese e non ne rappresenta le medesime tendenze: la Brexit, a Londra respinta al contrario del territorio circostante, ne è evidenza empirica.

La fine dell’impero ha tempi lunghi e se vi sarà lo sfaldamento finale molto verrà imputato a Brexit, via con cui il Regno cercò di salvare sé stesso finendo per assassinarsi. Non per mano scozzese o nordirlandese ma inglese, ovvero cuore imperiale. L’impero britannico servì a Londra per esternalizzare e sedare le tensioni interne seguite all’unione di Inghilterra e Scozia, che in realtà fu di fatto inglobamento scozzese al dominio inglese. La secessione di Scozia e Irlanda del Nord, se avverrà, sarà al contrario conseguenza della disgregazione imperiale e degli eventi recenti.

I secessionismi del Regno

Se il distacco gallese dal Regno è quello meno probabile a oggi, a spingere alla disgregazione sono in particolare gli scozzesi, desiderosi di replicare il referendum intrapreso anni fa con esito negativo ma in circostanze diverse (nessuna uscita dall’UE all’orizzonte, punto importante per una parte di Paese – la Scozia – maggiormente europeista).

La Scozia è divisa a metà ma il supporto all’indipendenza è più forte tra le coorti giovani, non un buon segno per Londra in chiave futura. Tuttavia la separazione scozzese non è oggi così scontata. Mancano in primis Paesi europei disposti a porsi al fianco degli scozzesi nella lotta per l’indipendenza: alcuni temono i propri secessionismi interni (vedasi Spagna) e tutti temono Washington. La Scozia è infatti regione strategica per la Nato in chiave antirussa e proprio Mosca avrebbe interesse nella secessione di Edimburgo.

La sua indipendenza ha dunque più ostacoli poiché rappresenterebbe un dramma per Londra ma anche per Washington in quanto priverebbe il Regno Unito della proiezione artica che in tale contesto significa un argine in meno contro il nemico russo. Ancor più che Edimburgo è però l’Irlanda del Nord la questione più cogente: la secessione nordirlandese, seppur meno matura, è infatti a oggi più realistica per un insieme di fattori.

Belfast è terreno di scontro

L’Irlanda del Nord è storico scenario di scontro tra gli unionisti protestanti, che vogliono mantenere i legami con Londra, e i secessionisti repubblicani cattolici, che desiderano invece la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. Fu proprio durante la disgregazione dell’Impero britannico, tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, che ebbero luogo le maggiori tensioni (denominate Troubles), con la componente cattolica dell’Irlanda del Nord, che allora rappresentava circa un terzo del totale, che lottò per la secessione dal Regno e la riunificazione con Dublino.

La fine delle ostilità arrivò nel 1998 con l’accordo del Venerdì santo sotto la supervisione degli USA, Paese con un’importante popolazione di origini irlandesi e che vede di buon occhio la secessione dell’Irlanda del nord e la riunificazione dell’isola: l’accordo sancì tra le altre cose la concessione all’Irlanda del Nord dello svolgimento di un referendum nel caso in cui sia rilevata nella regione la volontà da parte della maggioranza della popolazione (di fatto quella cattolica) di una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda.

Il ritorno della questione nordirlandese

La Brexit ha oggi riacceso la questione: la maggior parte dei nordirlandesi ha votato per la permanenza nell’UE, posizione sostenuta soprattutto dalla componente cattolica che si è dimostrata in crescita. Durante le trattative per Brexit fu chiaro che il ritorno del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord era impossibile: mancava la volontà dell’UE e dell’Irlanda ma la stessa Londra era consapevole che un ritorno del confine avrebbe segnato anche un ritorno alla violenza.

Un rischio che non conveniva a nessuno. Il protocollo nordirlandese stabilì così la permanenza dell’Irlanda del Nord nel mercato comune europeo (a differenza del resto del Regno Unito) e l’assenza di un confine tra le due Irlande; la frontiera doganale si spostò così tra le due isole, avvicinando Belfast a Dublino e allontanando al contempo Londra. Una sconfitta per i britannici e una situazione che ha portato a nuovi scontri, i peggiori dalla fine dei Troubles.

Revisione del protocollo in vista?

Londra ha così segnalato più volte e con crescente insistenza la volontà di ridiscutere il protocollo nordirlandese, trovando l’opposizione dell’UE ma anche quella degli USA: il presidente statunitense Joe Biden, cattolico e di origine irlandese, appena insediatosi avvertì subito il premier britannico che se fosse nuovamente ristabilito un confine tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord e se gli accordi del Venerdì santo non saranno rispettati questo avrebbe rappresentato la fine delle speranze di un accordo di libero scambio tra Londra e Washington.

Biden ha poi nuovamente avvertito Johnson di non aumentare la tensione in Irlanda del Nord con la richiesta di rinegoziare il protocollo nordirlandese. Washington ha tutto l’interesse a mantenere l’ordine nel nord Atlantico: il Regno Unito rimane alleato importante e socio significativo della Nato e gli Stati Uniti non si possono permettere che esso sia distratto da questioni come quella nordirlandese che intendono risolvere in modo pacifico.

Elezioni storiche

Le elezioni nordirlandesi di maggio hanno poi rappresentato un evento storico, dando per la prima volta la vittoria allo Sinn Féin, principale forza secessionista dell’Irlanda del Nord. Questo accresce la fibrillazione della componente protestante e unionista, già preoccupata prima dal Brexit e poi dal protocollo che ha istituito la barriera doganale tra l’Irlanda del Nord e Londra, avvicinando la prima a Dublino.

I protestanti unionisti di Belfast fanno pressione su Londra, segnalando come il confine doganale spostato sul mare tra le due isole rappresenti un pericolo per loro e alzando così i toni con Boris Johnson affinché riveda l’accordo, sentendosi rispondere che le possibilità che ciò avvenga sono scarse. La rimarcata volontà del governo britannico di rivedere il protocollo segnala dunque la volontà di recuperare il pieno controllo dell’Irlanda del Nord ma serve anche soprattutto a mostrarsi vicini alla comunità protestante e unionista dell’Irlanda del Nord che percepisce il crescente abbandono londinese. La mossa è indirizzata anche a scongiurare nuove ondate di violenza nella regione.

Alta tensione

La situazione è dunque di alta tensione, con un quadro complesso per Londra. Innanzitutto la popolazione cattolica è in crescita e a breve supererà quella protestante, con la prospettiva quindi di celebrare il referendum come d’accordo del Venerdì santo. Brexit ha poi complicato le cose: l’appartenenza all’UE permetteva infatti di diluire le dicotomie come quella tra unionisti e repubblicani o tra cattolici e protestanti perché rappresentava un’appartenenza superiore.

Inoltre il fatto che sia l’Unione Europea che gli USA appoggino la riunificazione irlandese complica tutto per Londra. Dall’altro lato tuttavia i sondaggi mostrano comunque un quadro dubbio sia in Irlanda del Nord che in Irlanda, quest’ultima desiderosa di celebrare la riunificazione ma intimorita in primis dei costi e in secondo luogo di trovare all’interno del proprio Paese una nuova regione con una forte componente protestante che desiderava rimanere nel Regno Unito, traslando così le violenze dal vicino britannico al proprio interno.

Londra cammina sul filo

Londra in Irlanda del Nord si trova dunque in una situazione complicata: è consapevole che il possibile ritorno della frontiera tra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda condurrebbe a tensione e possibili violenze e dunque che una revisione del protocollo sarebbe pericolosa. D’altro canto sa anche che il mantenimento dello stato attuale (con Belfast vicina a Dublino e distante da Londra) nel giro di pochi anni renderebbe sempre più stretta la relazione tra le due Irlande e dunque sempre più probabile la riunificazione.

Il governo britannico si adopera così nel mentre per mostrarsi attivissimo in diverse partite globali, tutte di interesse statunitense, segnalando così la propria rilevanza e il ruolo fondamentale di un Regno Unito (di nome e di fatto) per le partite statunitensi in giro per il mondo, cercando di convincere Washington a non dar seguito al proprio appoggio alla riunificazione irlandese. Quale miglior segnale della decadenza imperiale vedere l’ex impero fare di tutto per ottenere la clemenza delle sue ex colonie?

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