RIMPAC 2022: il no a Taiwan raffredderà la tensione tra Usa e Cina?

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Fonte Immagine: Republicworld

Alla vigilia della 28a edizione di RIMPAC, esercitazione militare in programma nelle acque dell’Indo-Pacifico, Washington ha preferito invertire la rotta decidendo di non invitare Taiwan a partecipare alle esercitazioni. Il rischio sarebbe stato quello di rinfocolare le tensioni con Pechino e di inasprire le tensioni anche nel Mar Cinese Meridionale.

Perché il RIMPAC 2022 rappresenta molto più che un’esercitazione militare.

Dal 29 giugno al 4 agosto la Rim of the Pacific (RIMPAC) vedrà la partecipazione tra le isole Hawaii e la California meridionale di ventisei nazioni, 38 navi di superficie, quattro sottomarini, nove forze di terra, più di 170 aerei e circa 25 mila membri nell’intento di promuovere e sostenere relazioni di cooperazione, garantire la sicurezza delle rotte marittime negli oceani.

Il programma di addestramento comprenderà, tra le altre cose, operazioni anfibie, utilizzo d’artiglieria, esercitazioni sottomarine e di difesa aerea, operazioni di contrasto alla pirateria e di sminamento. L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di forze provenienti da diversi Paesi tra i quali le unità navali del Quadrilateral Security Dialogue(Quad), ovvero Usa, Australia, India e Giappone, oltre a Canada, Francia, Germania, Regno Unito e delegazioni provenienti da Filippine, Malesia e Brunei. Scopo dell’esercitazione è promuovere un Indo-Pacifico libero e aperto, inviando un chiaro segnale alla Cina, ai suoi progetti di dominio e supremazia nella regione.

L’ambiguità di Washington: ammettere, oppure no, Taiwan al RIMPAC.

Appare lecito ritenere come siano stati proprio gli Stati Uniti a gettare ulteriore benzina sul fuoco nei già tesi rapporti con la Cina vista la loro intenzione di includere inizialmente Taiwan nelle esercitazioni RIMPAC. Pechino è fermamente contraria ad un’eventuale indipendenza di Taiwan e lo stesso presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping abbia dichiarato come la riannessione dell’isola  alla madrepatria cinese risulti essere una mission del suo mandato politico.

L’inserimento di Taiwan nel RIMPAC 2022 divenne di stretta attualità dopo che il presidente statunitense Joe Bidenprocedette alla firma del National Defense Authorization Act (NDAA), all’interno del quale veniva affermato come l’isola dovesse prendere parte alle esercitazioni per preparare le proprie forze e mettersi al riparo dinanzi al “comportamento sempre più coercitivo e aggressivo” della Cina. Sulla base del Taiwan Relations Act (1979) la NDAAaffermava come Washington avrebbe dovuto continuare a sostenere lo sviluppo delle forze militari taiwanesi, necessarie per il mantenimento delle sua capacità di autodifesa.

Tuttavia, per non incorrere il rischio di aggravare ulteriormente le già delicate relazioni diplomatiche con la Cina, in una mossa all’insegna Realpolitik, Washington ha deciso in un secondo momento di escludere Taiwan dall’elenco dei 26 Paesi che prenderanno parte alle esercitazioni: l’opportunità di partecipare al RIMPAC avrebbe consentito a Taiwan di avere un quadro più chiaro dei ruoli che avrebbe potuto svolgere, di concerto anche con i suoi alleati, nello scenario Indo-Pacifico. Seppur in qualità di osservatore, Taiwan avrebbe avuto accesso al programma di esercitazioni. Ma il contraccolpo che sul piano dei rapporti internazionali una mossa simile avrebbe potuto generare, soprattutto per gli stessi Stati Uniti, sarebbe stato troppo alto.

La Cina non avrebbe probabilmente gradito una simile presa di posizione da parte degli americani, ovvero quella di condurre Taiwan a sedersi al tavolo in compagnia di membri NATO (Francia e Germania su tutti) e di diretti rivali dei cinesi come Filippine o Malesia: quest’ultimi, membri ASEAN (Association of South-East Asian Nations) hanno visto negli ultimi anni rinfocolare le loro tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, corridoio marittimo strategico, al centro degli equilibri regionali. I partecipanti al RIMPAC includono infatti una serie di alleati e partner statunitensi, comprese le potenze chiave del Pacifico come Giappone e Australia, che stanno anch’esse stanno assistendo ad una escalation delle tensioni con la Cina.

RIMPAC: una valvola di sfogo alle tensioni tra USA e Cina?

La scelta di Washington di non invitare Taiwan al RIMPAC si inserisce in realtà in una linea di condotta che aveva caratterizzato anche le precedenti edizioni delle esercitazioni nell’Indo-Pacifico: gli americani si son spesso serviti del RIMPAC per cercare di allentare le tensioni con Pechino, tanto da arrivare ad invitare le unità dell’Esercito popolare cinese a partecipare ai war-games nelle edizioni del 2014 e del 2016, occasioni durante la quale i cinesi fornirono il loro contributo con cinque navi e 1200 uomini.

In tale ottica potrebbe ascriversi la decisione di non invitare Taiwan: Biden potrebbe preferire di scegliere di abbassare i toni con Pechino, inviperita anche dall’Indo-Pacific Economic Framework, patto commerciale tra Stati Uniti e dodici paesi del Sud-Est asiatico siglato dal Capo della Casa Bianca durante la sua visita nel maggio scorso in Giappone e Corea del Sud con l’obiettivo di “scrivere le nuove regole per l’economia del 21º secolo”, rafforzare le catene approvvigionamento, investire in energia pulita.

Pur se la Cina rimane un partner fondamentale per molte nazioni dell’Indo-Pacifico, fonte chiave per il finanziamento infrastrutturale e investimenti aziendali, il quadro economico proposto da Biden fornisce, di fatto, un’alternativa all’approccio che la Cina sta cercando di adottare nella regione.

Un altro fattore che suggerisce a Biden di tenersi lontano da un’ulteriore ottenebramento nelle relazioni con Pechino è riconducibile al problema principale che preoccupa gli americani (e la Casa Bianca), ovvero l’alto tasso di inflazioneche sta attanagliando gli Stati Uniti. Le diatribe commerciali tra USA e Cina imperversano dal 2018 quando l’allora presidente Donald Trump avviò una guerra tariffaria con Pechino: da allora, anche dopo che Biden è entrato in carica, restano in vigore dazi del valore di miliardi di dollari ma il primo dei due pacchetti è in scadenza  il 6 luglio prossimo.

L’amministrazione statunitense sarebbe orientata a rivedere le tariffe sulle importazioni cinesi come estremo tentativo per ridurre l’inflazione, sospinta su questa strada anche da un’ampia fascia di aziende, specie quelle del settore dei servizi, che hanno esplicitamente chiesto a Biden di eliminare del tutto i dazi dell’era Trump. Come rovescio della medaglia, rimuovere le tariffe senza ottenere nulla in cambio da Pechino potrebbe costare alla Casa Bianca molte critiche da parte dei “falchi” anti-cinesi, che contestano alla Cina le pratiche sui furti di proprietà intellettuale o sui trasferimenti forzati di tecnologia.

Stati Uniti e Taiwan: un rapporto indigesto a Pechino.

D’altra parte la Cina ha ribadito la sua ferma opposizione alla stretta cooperazione militare tra Usa e Taiwan e l’inclusione di quest’ultima nel RIMPAC non avrebbe fatto altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco nei rapporti tra i due Paesi.

Seppur Washington giustifichi la sua presenza con la necessità di addestrare i militari taiwanesi sui sistemi d’arma che vengono loro consegnati, in ragione del fatto che alcuni sistemi di difesa necessitano di essere “provati sul campo”, la presenza di truppe americane sull’isola impegnate in operazioni di addestramento dell’esercito locale ha mandato letteralmente su tutte le furie Pechino: nell’ottobre scorso il presidente Tsai Ing-Wen è divenuta la prima leader dopo decenni a darne conferma, ribadendo la necessaria prosecuzione della cooperazione con gli Stati Uniti come strumento per migliorare le capacità difensive dell’isola. Dichiarazioni, queste, che son rimaste indigeste a Pechino e tali da indurre il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbi a condannare la condotta di Washington nella regione.

L’effetto farfalla: dall’Oceano Indiano al Mar Cinese Meridionale.

È necessario prendere in esame un’ulteriore elemento: il corso degli eventi nell’Oceano-Indiano, la concatenazione di alleanze, gli accordi di tipo militare e commerciale tra diversi attori internazionali in questa regione potrebbe riversare e produrre le sue dirette conseguenze anche su di un altro scenario, altamente instabile e nei confronti del quale Pechino ha gettato il suo sguardo da diverso tempo: il Mar Cinese Meridionale.

La presenza di unità militari taiwanesi nel RIMPAC 2022 avrebbe potuto indurre Pechino a compiere pressioni su alcuni degli attori internazionali impegnati nell’esercitazione, come ad esempio Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Filippine, inducendoli, ad esempio, a ritirare la propria partecipazione all’esercitazione. Alla luce delle dispute marittime tra Pechino e alcuni di questi Stati, il rischio sarebbe stato quello di scatenare un effetto domino nella regione. Il Mar Cinese Meridionale è incastonato fra Vietnam, Malesia, Indonesia, Brunei, Filippine, tutti Stati che forniranno il loro contributo al RIMPAC 2022.

Ricca di giacimenti di gas e petrolio, la regione risulta essere al centro di importanti traffici marittimi e la Cina ne rivendica il 90% delle sue acque. Nonostante le promesse fatte nel 2015 di non militarizzare le isole Paracelso e Spratly, Pechino ha installato “strutture militari necessarie” sugli isolotti artificiali ricavati negli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale e allestito una base navale a Yulin, presso l’isola di Hainan.

Perché le dispute attorno ai mari hanno acceso la rivalità tra Usa e Cina?

Le dispute attorno ai mari cinesi assumono un’importante ruolo nello scontro tra Stati Uniti e Cina. I due Paesi giocano nella regione un ruolo ambivalente ma in certi versi complementare: mentre Pechino ha accresciuto il suo potere commerciale, gli americani si pregiano del ruolo di garanti della sicurezza. Nel luglio del 2020 Washington ha respinto in toto le rivendicazioni territoriali della Cina, appoggiando quelle degli altri paesi rivieraschi.

Negli ultimi tempi la Cina ha intensificato le sue incursioni nel Mar Cinese Meridionale con Washington che non ha esitato a definire “pratiche predatorie” quelle messe in atto dai cinesi, intese come “la più grande minaccia alla libertà dei mari nella storia moderna”. Il Mar Cinese Meridionale risulta essere il teatro dove Pechino sta gettando il guanto di sfidaagli americani per il controllo delle rotte marittime cercando di ritagliarsi la propria sfera d’influenza sull’Asia degli stretti, nel decisivo nesso tra Oceano Indiano e Pacifico.

Ma per Biden, attanagliato anche dai problemi di politica interna, appare essere sconveniente aprire il fronte di crisi anche sul versante di politica estera. “Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole”: questa frase tratta dal cult movie “Jurassic Park” potrebbe chiarire agli americani le conseguenze che avrebbe un’ulteriore recrudescenza delle tensioni con la Cina.

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