IL SOGNO CINESE DI UNA CIVILTÀ ECOLOGICA

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Fonte Immagine: https://fuelcellsworks.com/news/china-hydrogen-to-play-bigger-role-in-green-transition-in-aviation-and-steelmaking/

A settembre 2020, in videocollegamento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Xi Jinping ha annunciato che la Cina si impegnerà a raggiungere la cosiddetta “neutralità carbonica” (碳中和 tàn zhònghé) entro il 2060. Quanto fattibile è quest’obiettivo?

Nel corso degli ultimi 30 anni circa, è approdato in Cina il concetto di shengtai wenming (生态文明), vale a dire di “civiltà ecologica”. Si tratta di un’idea che era già presente in Unione Sovietica verso fine anni Sessanta, quando gli scienziati iniziarono a identificare nel legame tra modernizzazione industriale e l’emergere delle crisi ambientali interne un problema avente a che fare con la civiltà in generale.

Se nell’accezione sovietica, tale concetto soleva criticare i modelli di sviluppo occidentali, nell’ottica cinese, la critica è indirizzata soprattutto alle norme dell’ambientalismo liberista, ormai fulcro delle politiche ambientali globali sin dal 1992. L’idea principale dietro questo concetto di “civiltà ecologica” è quella di una rivoluzione che possa seguire quella industriale, in modo da lenire i danni che quest’ultima ha causato e continua a causare sul rapporto Uomo-Natura.

Proprio questo rapporto tra Uomo e Natura è stato centrale nei dibattiti degli ultimi decenni: era già centrale in occasione della quinta Sessione Plenaria del 15° Comitato centrale del PCC del 2000, durante la quale quel processo di modernizzazione impostato da Deng Xiaoping è entrato in una fase successiva con l’obiettivo di creare la cosiddetta società moderatamente prospera (xiaokang shehui 小康社会).

Sia Jiang Zemin che il successore Hu Jintao hanno rafforzato ancor di più quest’ultimo concetto, favorendo così lo sviluppo della civiltà ecologica. Nel rapporto di Hu Jintao al 17° Congresso del Partito del 2007, infatti, il Presidente aveva chiarito che, al fine di realizzare una società moderatamente prospera, fosse necessario creare questa civiltà da intendere come “un modello industriale, di crescita e dei consumi improntato sul risparmio energetico delle risorse e sulla protezione ambientale”.

Il legale tra Uomo e Natura, così come quello tra sviluppo sociale e crescita economica, ha avuto una maggiore risonanza con Xi Jinping, il quale ha inserito il concetto di civiltà ecologica nello statuto del PCC, ponendolo persino come elemento cardine del “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Sebbene attualmente si tratti soltanto di un concetto teorico, nell’attesa che questo si concretizzi, i dibattiti su questo tema fanno sì che la RPC non possa essere oggetto di critiche dall’esterno (ma non solo) e, al tempo stesso, ponga una linea politica per i vari organi statali da seguire.

L’impegno verso quest’obiettivo di creazione della civiltà ecologica ha forse visto un impegno più metodico a partire dal 2014, con l’adozione dell’Energy Development Strategy Action Plan 2014-2020. Il piano, che è stato pubblicato dal Consiglio di Stato, mira a ridurre l’elevato consumo di energia per unità di PIL della Cina attraverso una serie di iniziative e obiettivi obbligatori, sostenendo una produzione e un consumo di energia più efficienti, autosufficienti, rispettosi dell’ambiente e innovativi.

Non vi è dubbio sul fatto che un impegno costante da parte del governo cinese sarebbe cruciale nell’attuale lotta ai cambiamenti climatici. Basti pensare che solo la Cina è responsabile del 28% delle emissioni globali. Inoltre, se riuscisse ad azzerare le proprie emissioni entro il 2060, così come auspicato dal Presidente Xi nel 2020, potrebbe ridurre di 0,2-0,3 gradi centigradi il surriscaldamento del pianeta entro il 2100.

Il periodo del 14° quinquennale, che va dal 2021 al 2025, è cruciale per compiere progressi efficaci in questa direzione green. Per la durata di questo periodo, la leadership cinese si è posta come obiettivo quello di dare priorità allo sviluppo di un’economia circolare, incentrata sulla massimizzazione dell’uso delle risorse e del ciclo di vita dei prodotti, colpendo così principalmente le imprese e i produttori che fanno uso di risorse ai fini della produzione.

I risultati avranno un impatto sulle aree della gestione ambientale, così come sugli obiettivi concordati a livello internazionale e, inoltre, funzioneranno da motivatore nei confronti dell’innovazione verde. Anche le imprese che si occupano di green-tech o della gestione dei rifiuti e/o del riciclaggio avranno vantaggi e opportunità di crescita maggiori.

Sebbene la Cina si sia dimostrata disposta a percorrere questa strada verso una civiltà ecologica, non vi è dubbio che tale percorso sarà tutto in salita. Lo slogan spesso rilanciato da Xi Jinping secondo cui “le acque chiare e le montagne verdi sono altrettanto pregevoli quanto le montagne d’oro e argento”, va contro problematiche, ad esempio, di tipo economico: si stima che la Cina debba spendere 6,4 trilioni di dollari per poter raggiungere gli obiettivi prefissati per il 2060. Inoltre, non va dimenticata la dipendenza, ancora attuale, della Cina nei confronti del carbone e del petrolio, che insieme ammontano a oltre il 70% dell’economia cinese.

Non a caso, la Cina è il più grande produttore e consumatore mondiale di carbone e, considerato il suo prezzo più basso, attira sempre più investimenti privati. Questo fa dubitare le reali intenzioni del Dragone. Raggiungere la tanto auspicata civiltà ecologica vorrebbe dire abbandonare il passato fortemente dipendente dai combustibili fossili per proiettarsi verso un futuro a nome di una transizione ecologica basata invece sulle energie rinnovabili. Per far sì che questo accada, per iniziare, ad esempio, la Cina dovrebbe chiudere almeno 600 delle sue 1.082 centrali a carbone entro il 2030. Quanto la leadership cinese è davvero disposta a fare ciò?

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