Libia. Ritorno al passato 

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Nella foto: a sinistra, Fathi Bashaga. A destra, Abdulhamid Ddeibah Fonte Immagine: middle-east-online.com

Lo scorso 17 maggio Tripoli è stata, per l’ennesima volta negli ultimi anni, teatro di scontri armati. A fronteggiarsi, sono state le due fazioni che si contendono oggi il potere in Libia: quelle del Primo Ministro – riconosciuto dalle Nazioni Unite – Abdulhamid Ddeibah e quelle di Fathi Bashaga, nominato Premier dal Parlamento di Tobruk. Quanto accaduto non è di certo stato un evento inaspettato.

Alle prime ore del mattino del 17 maggio scorso, le forze paramilitari del politico misuratino, Fathi Bashaga, hanno tentato di entrare in città e prendere il potere con la forza, ma sono state respinte dai difensori della capitale. Quanto accaduto non è di certo stato un evento che sorprende, poiché da marzo alcune milizie fedeli a Bashaga si erano posizionate vicino alla capitale libica. 

L’attacco non è stato un casuale ed isolato colpo di mano tentato da alcuni gruppi paramilitari, ma affonda le sue radici nella contrapposizione tra parte occidentale ed orientale del paese, riemersa in maniera prepotente dalla fine del regime di Gheddafi nel 2011.

Per quanto concerne l’ultimo periodo, i disordini sono ricominciati dopo che, a dicembre 2021, il Primo Ministro Ddeibah, il cui mandato era quello di traghettare il paese ad elezioni, non ha indetto la tornata elettorale. Ciò ha scatenato un’ondata di proteste, soprattutto da parte degli esponenti politici della Cirenaica: la Camera dei Rappresentanti libica, organo parlamentare di Tobruk, ha votato per la sostituzione di Ddeibah e per la nomina di un nuovo governo, guidato da Bashaga.

 Una settimana dopo, il parlamento di Tobruk ha dato la fiducia al nuovo esecutivo, il Governo di Sicurezza Nazionale (GNS). D’altro canto, l’Alto Consiglio di Stato, organo parlamentare di Tripoli, ha rifiutato di riconoscere la legittimità di tali iniziative, forte del sostegno delle Nazioni Unite e dei risultati elettorali ottenuti nel marzo 2021, dove Ddeibah aveva ottenuto la maggioranza dei voti, arrivando davanti ai più quotati Bashaga e Aguila Saleh (attuale Presidente della Camera dei Rappresentati). 

Dopo mesi di stallo e di tentativi di insediarsi a Tripoli – tra cui il fallito attentato ai danni di Ddeibah –  Bashaga ha tentato di prendere il potere con la forza, ma si è dovuto ritirare, poiché le milizie fedeli al governo di Tripoli hanno saputo prontamente respingere l’attacco.

In questo quadro frammentato e confusionario non va dimenticato il ruolo che occupa la figura di Haftar, a capo del Libyan National Army (LNA). Questi, dopo aver tentato di insediarsi a Tripoli nel maggio 2020, ha preferito mantenere un profilo più basso, utilizzando strumenti di soft power per fare pressioni sull’esecutivo tripolitino. L’uomo forte della Cirenaica ha spinto per favorire l’insediamento di Bashaga nella capitale, cosa che gli garantirebbe di proteggere meglio i propri interessi. Infatti, oltre ad essere il comandante dell’LNA, controlla anche gran parte dei giacimenti petroliferi situati nella zona di Sirte e del Fezzan, alcuni dei porti della costa, e ha posizionato propri uomini in posizione chiave all’interno del Ministero delle Finanze.

L’oro nero, secondo le stime della Banca Mondiale, rappresenta circa il 60% del PIL totale del paese. La recente chiusura forzata di alcuni – causata dalle manifestazioni da parte di gruppi tribali vicini ad Haftar – ha dimezzato la produzione giornaliera di barili di petrolio, nel tentativo di piegare il governo di Tripoli e costringerlo a passare i poteri all’esecutivo di Bashaga, negandogli l’accesso ai proventi derivanti dalla vendita del greggio. Tuttavia, il blocco della produzione è stato causato dal fatto che la National Oil Company (NOC) abbia sbloccato 8 miliardi di dollari, trasferendoli alla Banca Centrale libica; questo, oltre ad aver reso vana la mossa di Haftar, permetterà al governo di Ddeibah di tirare il fiato ed andare avanti ancora per qualche mese.

La crisi ucraina e il ruolo degli attori stranieri

La situazione interna è fortemente influenzata (e complicata) anche da variabili esogene, alcune di vecchia data, altre più recenti. Tra queste ultime, la crisi ucraina gioca un ruolo fondamentale. Infatti, nel corso del 2021 la Libia ha importato da Kiev circa il 48% del proprio fabbisogno di grano. Da quando il conflitto è in atto, le esportazioni di grano si sono fermate a causa del blocco navale imposto dai russi ai danni dei porti ucraini.

Più a lungo il blocco si manterrà, più pesanti saranno le conseguenze sulla popolazione libica, che già oggi vive in gravi condizioni sociali. Il rischio è che le tensioni interne vengano esacerbate, portando a nuovi scontri tra milizie e tribù differenti; non va infatti dimenticato che la parte meridionale del paese è porta d’accesso a grandi flussi migratori provenienti dal Sahel, e che qui vi sia una totale mancanza di controllo del territorio da parte delle istituzioni statali, il cui vuoto di potere è stato riempito da tribù quali i Tebu e i Tuareg.

Da anni sono presenti sul territorio attori esterni, primi tra tutti Russia e Turchia. Nonostante le diverse voci a riguardo, i paramilitari del gruppo Wagner presenti in Libia non hanno lasciato il paese per recarsi in Ucraina, ma hanno continuato il loro impegno affianco all’LNA. Questo per due semplici motivi: il primo è che nonostante l’ufficiale sostegno a Bashaga il punto di riferimento russo nell’ex colonia italiana è ancora il il Generale Haftar, anche a causa di vecchie frizioni fra Bashaga e Mosca stessa.

Haftar rappresenta la longa manus del Cremlino nel paese e Mosca non ha nessuna intenzione di rinunciare ad avere un ruolo nella fondamentale partita per la Libia e, più in generale, all’influenza sul bacino Mediterraneo, nel quale si è creato un vuoto di potere dal “pivot to Asia” degli Stati Uniti del 2011. In secondo luogo, i russi sono rimasti per contrastare i turchi, altri grandi attori fortemente presenti sul territorio libico.

Da che la Turchia nel 2019 ha messo piede in Libia, a sostegno del governo di Tripoli, la cooperazione militare tra i due paesi è andata via via crescendo; dalla firma dell’accordo marittimo riguardante le zone economiche esclusive (ZEE), alla presenza di militari nella base navale di Misurata e in quella aerea di Al-Watyaa. La Turchia sta continuamente aumentando i propri sforzi nel campo dell’addestramento militare, al fine di portare l’esercito libico in linea con gli standard globali. Erdoğan sa bene quanto il controllo della sponda sud del Mediterraneo sia un’arma di “ricatto politico” nei confronti dell’Europa circa la questione migratoria e non sembra volervi rinunciare.

Scenari futuri

L’ormai decennale contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica sembra dunque essere tornata al punto di partenza. Certo, con diversi governi e diversi attori interni. Tuttavia, ciò che non è cambiato sono le ingerenze esterne. Questo punto rappresenta la chiave di volta per la risoluzione del conflitto. Dietro allo scontro tra fazioni interne si celano infatti gli interessi e la competizione tra vari Stati; alla già citata rivalità fra Russia e Turchia, se ne aggiunge una altrettanto importante che vede Ankara in competizione con Il Cairo nella lotta per il predominio nel mondo musulmano.

Da anni infatti la Turchia sostiene movimenti e partiti di stampo islamista in tutta la regione mediorientale e nordafricana, nel tentativo di destabilizzare quei paesi dove invece questi attori sono stati messi al bando. Dunque, l’Egitto non può permettere che Erdoğan metta le mani sull’intera Libia e per questo motivo continua a sostenere la Cirenaica e i politici che la rappresentano (Haftar, Bashaga, Saleh). Con tali interessi in gioco, è difficile che la situazione si possa risolvere nel breve periodo, soprattutto senza l’intervento di un attore super partes che possa mediare al fine di ridare unità governativa ed istituzionale alla Libia.

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