La direttiva UE sui salari minimi: lo scenario europeo e la situazione in Italia

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Fonte Immagine: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/ddn-20220128-2

L’Italia, l’unico paese europeo in cui la retribuzione media annuale è diminuita negli ultimi 25 anni, è uno dei sei Stati membri dell’Ue a non aver ancora introdotto un salario minimo legale. 

Il 7 giugno 2022, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto l’accordo provvisorio sulla direttiva Ue per il salario minimo. Il progetto di una direttiva su salari minimi adeguati in Unione europea nasce da una propostapresentata dalla Commissione europea ai due colegislatori, il Consiglio e il Parlamento europeo, il 30 ottobre 2020.

Nelle successive occasioni di confronto, il dibattito si è concentrato in particolare sulla contrapposizione tra tutele garantite dalla contrattazione collettiva e tutele garantite da salari minimi legali, sulla salvaguardia della competenza degli Stati nella definizione delle retribuzioni minime, sulla necessità di definire salari dignitosi, sulla possibilità per gli Stati di scegliere liberamente i valori di riferimento e di riferire con cadenza biennale. L’individuazione di soluzioni di compromesso tra le parti ha portato all’accordo provvisorio del 7 giugno, che dovrà essere confermato dal Coreper prima del voto formale di Consiglio e Parlamento europeo. Dopodiché, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la direttiva nel diritto nazionale.

La direttiva

Una volta adottato in via definitiva, il provvedimento avrà lo scopo di favorire la definizione di un quadro procedurale volto a promuovere la contrattazione collettiva sulla determinazione dei salari, promuovere livelli adeguati di salari minimi legali, migliorare l’accesso effettivo di tutti i lavoratori alla tutela garantita dal salario minimo, con l’obbligo per gli Stati membri di presentare relazioni sulla copertura e l’adeguatezza dei salari minimi.

Posto che la tutela garantita dal salario minimo possa dipendere da contratti collettivi, da salari minimi legali stabiliti per legge o da una metodologia ibrida, la nuova normativa europea in materia di salario minimo prevede che gli Stati con una copertura della contrattazione collettiva inferiore alla soglia del 70% elaborino un piano d’azione per potenziare il ruolo della contrattazione.

I Paesi con un’elevata copertura della contrattazione collettiva, infatti, sarebbero caratterizzati da una percentuale inferiore di lavoratori con uno stipendio basso e dalla presenza di retribuzioni minime in media più elevate rispetto a quelle dei Paesi con una copertura inferiore. Inoltre, i salari minimi dovrebbero essere aggiornati periodicamente e adeguati in base a parametri e meccanismi di indicizzazione automatici. 

La direttiva sul salario minimo, dunque, rappresenta un’opportunità per contrastare il lavoro povero e per garantire ai lavoratori una retribuzione adeguata, tale da consentire di avere uno standard di vita dignitoso e di provvedere alla soddisfazione dei bisogni del lavoratore e della sua famiglia, coerentemente con il sesto principio del Pilastro europeo dei diritti sociali. Il provvedimento, inoltre, costituirebbe uno strumento per evitare la concorrenza sleale tra Stati, livellando gli standard salariali e di vita negli stati membri dell’Ue e riducendo le differenze tra paesi, oltre che uno strumento per contrastare il dumping salariale.

La situazione in UE

Stando ai dati forniti dall’Eurostat, aggiornati a gennaio 2022, relativamente alla definizione dei salari minimi lo scenario europeo è molto vario. Dei 27 Stati membri dell’Ue, sono 21 quelli che hanno adottato il salario minimo, con quote che oscillano dai 332 euro al mese della Bulgaria ai 2.257 euro al mese del Lussemburgo, che è il Paese con la retribuzione minima più elevata. Gli Stati che hanno un salario minimo inferiore a 1.000 euro al mese sono 13 e sono: Bulgaria (332€), Lettonia (500€), Romania (515€), Ungheria (542€), Croazia (624€), Slovacchia (646€), Repubblica Ceca (652€), Estonia (654€), Polonia (655€), Lituania (730€), Grecia (774€), Malta (792€) e Portogallo (823€). Solo due Paesi, Slovenia e Spagna, garantiscono una retribuzione minima di poco superiore a 1.000 euro al mese (rispettivamente 1.074€ e 1.126€). Gli Stati che superano la soglia di 1.000 euro al mese, ma con forti differenziazioni, sono: Francia (1.603€), Germania (1.621€), Belgio (1.658€), Olanda (1.725€), Irlanda (1.775€) e Lussemburgo (2.257€). Infine, gli Stati dell’Ue che, invece, non hanno adottato un salario minimo legale sono Italia, Danimarca, Cipro, Svezia, Finlandia e Austria. Si tratta di Paesi tra loro molto differenti, sia dal punto di vista culturale, che politico ed economico. 

La situazione in Italia 

L’Italia è uno dei sei Stati membri dell’Ue a non avere già una regolamentazione in materia di salario minimo. Il recente accordo sulla direttiva Ue sul salario minimo ha riacceso il dibattito sul tema, che vede coinvolti le parti sociali e il governo, creando tensioni all’interno della maggioranza e dello stesso governo. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, considera la direttiva dell’Ue come un’opportunità per contrastare la povertà. Diversa, invece, è la posizione del ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, che si oppone a questa riforma, in quanto avversa alla tradizione italiana. Eppure, è necessario prendere in considerazione alcuni dati significativi.

Ad oggi, l’Italia, seguendo il modello di Svezia, Finlandia e Danimarca, non ha adottato un salario minimo definito per legge al fine di lasciare libera e leale la contrattazione. Tuttavia, tra l’Italia e gli altri Paesi citati ci sono molte differenze in termini di reddito pro capite, di parità di potere di acquisto e, in generale, di qualità di vita. Secondo il Quality of Life Index, infatti, Svezia, Finlandia e Danimarca si trovano nella top 10 dei migliori paesi per qualità di vita, mentre l’Italia si trova al 36° posto. Inoltre, secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unico Stato europeo in cui il valore dello stipendio medio annuale è sceso rispetto al valore del 1990 (-2,9%). E la situazione è ancora più grave per i lavoratori under 30. 

L’adozione della direttiva Ue sul salario minimo, in ogni caso, obbliga l’Italia ad individuare una soluzione per raggiungere l’obiettivo fissato da Bruxelles. Le opzioni possibili sono tre. Da una parte, stabilire un salario minimo per legge. Dall’altra, lasciare che il salario minimo venga definito dalla contrattazione tra datori di lavoro e sindacati dei lavoratori.

Nel mezzo, una soluzione ibrida, l’adozione di un salario minimo legale, differenziato in base alle categorie professionali, con la possibilità di lasciare libera la contrattazione successiva. Quest’ultima soluzione permetterebbe di dare una nuova forma alle relazioni industriali, coniugando gli interessi dei diversi attori coinvolti. Eviterebbe salari minimi eccessivamente bassi, restituendo dignità ai lavoratori, ma eviterebbe anche distorsioni del mercato derivanti dalla definizione di retribuzioni minime che non corrispondono all’effettiva produttività dei lavoratori. Il Governo dovrebbe riconoscere che un’altra via, rispetto a quella percorsa fino ad ora, non solo è possibile, ma anche auspicabile

Perché occorre definire un salario minimo legale

Quella che può essere percepita come un’ingerenza di un ente sovranazionale in una politica nazionale è, in realtà, un’occasione per ripensare le relazioni industriali e le politiche del lavoro, mettendo in campo una serie di riforme, a partire dal salario minimo legale, volte a contrastare non solo la povertà, ma anche il gender gap, la disoccupazione giovanile e la cosiddetta fuga dei cervelli, rendendo il mercato del lavoro italiano maggiormente attrattivo. Basta pensare all’impatto della povertà e della disoccupazione sulle politiche fiscali, assistenziali e di welfare per comprendere come la spesa dello Stato possa modificarsi a seguito di piccoli interventi correttivi sui salari, attraverso la definizione di una soglia minima stabilita dalla legge e il potenziamento della contrattazione collettiva. Ed è sufficiente pensare a ciò per comprendere che il costo di non agire, in casi come questo, può essere molto maggiore del costo di intervenire.

Ha conseguito la laurea magistrale con lode in Studi internazionali presso l'Università "L'Orientale" di Napoli con una tesi sulle relazioni esterne dell'UE. Iscritta all’Albo dei giornalisti pubblicisti, ha collaborato con diverse testate giornalistiche, occupandosi di Politica ed Esteri. In seguito, ha intrapreso il percorso professionale da consulente.
Per lo IARI è caporedattrice della Redazione Europa. In particolare, si occupa di Affari europei ed Euro-Mediterraneo. È profondamente convinta che per comprendere la realtà che ci circonda sia necessario contestualizzare i fenomeni geopolitici, mai isolati e sempre interconnessi tra loro. Collaborare con lo IARI, analizzando temi di respiro europeo e internazionale, le permette di coniugare i suoi più grandi interessi: la scrittura e la politica internazionale.

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