I compromessi dell’Occidente per le risorse del Medio Oriente

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Con la crisi dovuta alla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti e i Paesi europei si stanno rivolgendo ai Paesi del Medio Oriente alla ricerca di risorse energetiche aggiuntive. C’è dunque da chiedersi quanto lo scendere a patti con gli Stati OPEC possa causare ripercussioni sulle condizioni socioeconomiche e sulle relazioni internazionali future.

Nonostante le sanzioni imposte alla Russia e la volontà di cessare le importazioni di prodotti energetici russi entro il 2022, gli Stati europei continuano a ricevere 3,5 milioni di barili di petrolio al giorno dalla Russia. Per questo motivo, essi sono alla ricerca di fonti energetiche alternative e si sono rivolti ad altri partner strategici, rafforzando le relazioni con gli Stati del Maghreb, dell’Africa, del Medio Oriente e cercando il dialogo soprattutto all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, che insieme potrebbero fornire 2,5 milioni di barili di greggio aggiuntivi al giorno. 

Tuttavia, gli Stati petroliferi del Medio Oriente non si sono dimostrati, ad oggi, così bendisposti ad accondiscendere alle condizioni dell’Occidente. E’ evidente che i Paesi produttori di combustibili fossili abbiano beneficiato dei guadagni aggiuntivi derivanti dall’innalzamento dei prezzi per la crisi ucraina, ma fattori politici interni all’OPEC e altri legati alle relazioni internazionali, devono essere tenuti a mente nella valutazione dei comportamenti degli Stati produttori.

Anzitutto, si deve considerare l’importante ruolo della Russia all’interno dell’OPEC, grazie ai suoi sforzi per controllare l’offerta globale e il prezzo del greggio. In seguito all’accordo di due anni fa sulle quote di produzione tra Arabia Saudita e Russia, non è detto che i sauditi e gli altri membri del consorzio siano disposti ad aumentare la propria produzione di petrolio a scapito di un alleato strategico. Tanto più se dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti, verso i quali molti Stati del Medio Oriente rimangono cauti per le politiche adottate da Trump, prima, e per la strategia di Biden, poi. 

I Paesi produttori dell’area MENA hanno reagito in modo differente al conflitto in Ucraina, evitando perlopiù di prendere posizioni nette a favore della Russia o degli Stati Uniti e degli alleati occidentali. Mentre il Qatar, recentemente definito dagli Stati Uniti ‘maggiore alleato esterno alla NATO’, è stato quello più decisamente orientato all’Occidente, l’Oman è stato il primo della regione ad essere visitato da un alto funzionario russo, ovvero il Ministro degli Esteri Lavrov, all’inizio di maggio. L’Arabia Saudita, invece, si è dimostrata ad oggi riluttante ad alzare le quote di produzione, a causa del ritiro degli USA dall’area mediorientale voluto da Trump e dell’insistenza di Biden sul rispetto dei diritti umani. Il Presidente USA, infatti, insiste sulla responsabilità saudita nell’assassinio del giornalista Jamal Khasoggi e ciò contribuisce alla tensione tra i due Paesi, nonostante la visita del principe Khalid bin Salman bin Abdulaziz, Viceministro della Difesa saudita, con il Segretario di Stato USA Anthony Blinken e le discussioni sulle opportunità per rafforzare la cooperazione tra i due Stati, nonché un altro incontro con il direttore della CIA Burns in Arabia Saudita. 

Nel frattempo, i Paesi UE si sono mobilitati per accrescere la quantità di risorse energetiche utilizzabili, sfruttando i canali diplomatici a loro disposizione e in gran parte individualmente. La Germania, ad esempio, ha concluso un accordo a lungo termine con il Qatar per l’importazione di gas naturale liquefatto (LNG), del quale l’emirato è il terzo produttore mondiale. L’Italia, invece, si è mossa nel rafforzamento delle relazioni con gli Stati del continente africano, quali l’Algeria, con la quale il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato un accordo per la crescita di fornitura di gas naturale a breve, medio e lungo termine e sono stati realizzati nuovi accordi economici bilaterali, oppure l’Egitto, che ha aderito ad esportare al nostro Paese maggiore gas naturale liquefatto. Infine, in una chiamata con il principe ereditario, il Vice Primo Ministro e il Ministro della Difesa sauditi, il presidente francese Macron ha rimarcato l’importanza della relazione strategica tra Arabia Saudita e Francia nel contesto della necessaria stabilizzazione regionale del Medio Oriente e della scarsità nel reperimento delle risorse energetiche. 

E’, tuttavia, doveroso chiedersi quanto tali rinnovate sinergie, alleanze, partnership tra gli Stati europei e gli Stati Uniti, da un lato, e i Paesi produttori, dall’altro, siano a lungo termine e non semplicemente rivolte all’interesse dei primi nei confronti delle risorse dei secondi. E’ d’un tratto svanita la preoccupazione occidentale per la salvaguardia dei diritti umani, per la promozione della democrazia e per la realizzazione dello stato di diritto in questi Paesi? Solo la durata della guerra in Ucraina e della crisi energetica, forse, possono dirlo. Resta un dato di fatto la preoccupazione degli attivisti per gli sviluppi futuri in questi territori, viste le tendenze autocratiche e centralizzatrici che nei Paesi del Medio Oriente si manifestano e il frequente sacrificio dei principi e dei diritti immateriali davanti alle necessità economiche. 

E’ altresì evidente che il modello dell’area MENA è tutt’altro che perfettamente funzionante. Al pari dello sviluppo e della crescita economica dovuti all’innalzamento dei prezzi del greggio, che porteranno esponenziali guadagni aggiuntivi dagli idrocarburi nel 2022 e, quindi, più tempo a disposizione per la diversificazione delle fonti energetiche e il graduale abbandono dei combustibili fossili, i Paesi produttori del Medio Oriente dovranno fare i conti con i risvolti negativi dovuti a un potenziale ‘arretramento della globalizzazione’ dovuto a una guerra prolungata. A causa dei loro crescenti e molteplici legami con il sistema economico e finanziario internazionale, infatti, eventuali tensioni nel sistema multipolare globale potrebbero minare il loro modello di sviluppo a lungo termine, con conseguenze negative soprattutto per le porzioni di popolazione più svantaggiate e già sottoposte ai forti divari socioeconomici. 

Infine, molto dipende anche dalla strategia di diversificazione energetica dell’Unione Europea e la sua fattibilità a lungo termine. Nonostante il supporto di Stati terzi, infatti, l’idea di sostituire integralmente gli idrocarburi russi dovrà trovare il riscontro anche altri produttori, da quelli americani (per ora con tentativi di successo limitati), a quelli sudamericani fino all’Iran. In caso di accordi di successo, quali saranno le condizioni e in che modo si potrà scendere a patti con Stati nei quali il rispetto dei diritti umani e internazionali passano in secondo piano? Importanti saranno le conseguenze degli accordi che saranno conclusi nei prossimi mesi, soprattutto quando sarà possibile una eventuale riforma sulle quote degli Stati OPEC, il documento sulle quali scadrà il prossimo settembre. 

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