L’India come argine alla Cina (e agli USA?) nel Sud-est asiatico

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Fonte Immagine: https://www.bilaterals.org/?review-of-fta-with-asean-will-help&lang=en

Le relazioni tra l’India e l’ASEAN, l’associazione regionale che raggruppa le nazioni del Sud-est asiatico, hanno da tempo raggiunto un carattere non più trascurabile dal punto di vista economico, ma stanno ultimamente assumendo una rilevanza strategica sempre maggiore anche politicamente. Entrambe vedono nella relazione bilaterale un’opportunità: l’ASEAN considera l’India un valido argine all’influenza della Cina, la cui minaccia incombe sul Mar cinese meridionale e oltre, nonché alla competizione tra Pechino e gli Stati Uniti nella regione; allo stesso tempo, l’India pare aver designato l’Asia sudorientale come punto di partenza per la sua ascesa al ruolo di grande potenza. 

Le relazioni tra l’India e l’ASEAN

Nel corso del summit virtuale tra il Primo Ministro indiano Narendra Modi e i leader delle nazioni dell’ASEAN, tenutosi lo scorso 28 ottobre, fu annunciato che il 2022 sarebbe stato designato come ASEAN-India Friendship Year. Quest’anno, infatti, rappresenta un importante traguardo nella relazione bilaterale, in quanto ricorre il 30° anniversario della partnership tra l’India e l’ASEAN, iniziata nel 1992, nonché il 10° anniversario del passaggio alla partnership strategica, siglata nel 2012.

La relazione è stata ulteriormente rafforzata a partire dal 2014, con il lancio da parte di Modi della cosiddetta Act East Policy, mirante a promuovere le relazioni politiche, economiche e culturali dell’India con la regione dell’Asia-Pacifico. Tale politica è a sua volta un upgrade della “Look East Policy”, inaugurata proprio nel 1992, il cui scopo era essenzialmente quello di procurare all’India nuovi partner nella regione dell’Asia-Pacifico dopo il crollo dell’URSS, che fino all’anno precedente era stata il principale alleato indiano. 

Negli anni successivi alla designazione dell’India come partner dell’ASEAN, il dialogo tra le due parti è andato via via approfondendosi, coprendo innanzitutto le dimensioni della politica e della sicurezza. L’India partecipa ogni anno a diversi incontri aventi carattere consultivo, come i Summit tra i leader (ultimo quello virtuale dello scorso ottobre), a livello ministeriale e di alti ufficiali.

Proprio l’India ospiterà il vertice dei ministri degli affari esteri cui prenderanno parte le 10 nazioni  dell’ASEAN, dal 15 al 17 giugno, per celebrare gli importanti anniversari ricorrenti quest’anno. Si prevede che l’incontro si concentrerà soprattutto su questioni di carattere economico, particolarmente la discussione circa l’Indo Pacific Economic Framework, l’iniziativa lanciata dal Presidente degli USA Joe Biden in occasione della sua visita in Giappone lo scorso 23 maggio, cui hanno aderito, tra gli altri, sia l’India che 7 nazioni dell’ASEAN (Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam). 

Altri temi economici al centro dell’attenzione nel corso del summit saranno gli investimenti (si stima che gliinvestimenti indiani nell’area del sud-est asiatico abbiano superato la ragguardevole cifra dei 2 miliardi di dollari USA nel 2020), le supply chains (nel 2020 il commercio bilaterale tra l’India e l’ASEAN ha raggiunto gli oltre 65 miliardi di dollari USA), nonché le aree di futura potenziale cooperazione, quali la sicurezza sanitaria (cruciale è stato l’aiuto dell’India nella lotta contro la pandemia nel sud-est asiatico, soprattutto per quanto riguarda la fornitura di vaccini), la tecnologia digitale e la transizione green per lo sviluppo sostenibile. Altro hot topic sarà senz’altro quello della sicurezza marittima, sul quale si dirà di più a breve. 

Una minaccia comune: la Cina

Un aspetto che sicuramente accomuna l’India e l’ASEAN è quello delle complicate relazioni con     il loro vicino cinese. In particolare, entrambe sono opposte alla Cina da dispute territoriali, di diversa natura. La disputa territoriale indo-cinese è di natura terrestre: oggetto del contendere sono due territori, l’Aksai Chin (amministrato dalla Cina ma rivendicato dall’India) e l’Arunachal Pradesh (amministrato dall’India ma rivendicato dalla Cina). Va ricordato che tale controversia portò i due giganti asiatici al conflitto nel 1962; da allora la situazione appare essersi alquanto stabilizzata, ma non sono rari episodi di recrudescenza delle tensioni (il più grave degli ultimi decenni verificatosi nel 2020). 

Al contrario, la disputa esistente tra la Cina e alcuni degli Stati membri dell’ASEAN è di natura marittima. Essa si concentra sul Mar cinese meridionale, un’area marina di circa 3 milioni e mezzo di kmche bagna principalmente le coste meridionali cinesi, la penisola indocinese, le Filippine e    le isole del Borneo e di Sumatra.

Tale area ha un’importanza economica e strategica fondamentale, in quanto attraverso di essa passa ogni anno circa un terzo del commercio mondiale, equivalente a quasi tre trilioni di dollari USA; inoltre, si ritiene che siano presenti ingenti giacimenti di gas naturale e petrolio; infine, l’area è cruciale per la pesca e, dunque, per la sicurezza alimentare di milioni di persone nel sud-est asiatico.

Oggetto della disputa sono diverse isole, barriere coralline, aree costiere e altre zone del Mar cinese meridionale, che sono al centro di rivendicazioni confliggenti da parte di Cina, Taiwan (a sua volta reclamata dalla Cina come propria), Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam (questi ultimi cinque membri dell’ASEAN).

Tutti gli Stati reclamanti avanzano pretese anche riguardo i diritti di pesca e di esplorazione, nonché potenziale sfruttamento, degli eventuali giacimenti presenti sul fondale marino. Rischi evidenti vengono posti alla navigazione e al commercio, soprattutto dai tentativi della Cina di imporre la sua posizione con la forza. Dei tentativi in tal senso sono stati portati avanti da Pechino attraverso la costruzione di isolotti artificiali ospitanti anche infrastrutture militari.

A complicare ulteriormente le cose è il ruolo rivestito dalla Cina come potenza globale (specialmente economica) emergente; ciò fa sì che le nazioni dell’ASEAN (così come l’India) non possano rompere con il dragone e debbano cercare a tutti i costi una soluzione pacifica alla controversia, instaurando delle relazioni basate non su un’ottica di dominio, ma di cooperazione. 

In questo contesto, assume centralità la questione della sicurezza marittima. Ed è proprio in questo senso che si è mossa, tra gli altri settori, la cooperazione tra l’India e l’ASEAN negli ultimi anni. Essa sta sempre di più assumendo la forma di iniziative congiunte per quanto riguarda fenomeni quali la pirateria, il traffico di stupefacenti e altri crimini marittimi, ma anche la delicata situazione del Mar cinese meridionale.

In tal senso, va sottolineato che entrambe le parti sostengono la libertà di navigazione secondo quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982 e si oppongono ad ogni cambiamento dello status quo tramite l’uso della forza, auspicando che siano mantenute la pace e la stabilità. Tali posizioni sono state ribadite ulteriormente in un incontro tenutosi pochi giorni fa tra l’India e il Vietnam, una delle parti in causa nella disputa nonché uno degli attori emergenti nell’area del sud-est asiatico. 

Da quanto detto, appare evidente l’interesse dell’India nella questione, non soltanto perché, come sottolineato in precedenza, il Mar cinese meridionale è vitale per il commercio internazionale, ma anche perché l’India intravede la chiara possibilità di limitare la proiezione di potenza della Cina; Nuova Delhi vuole così affermarsi come un valido partner alternativo agli occhi delle nazioni dell’ASEAN, sostenendo la loro causa, seppur mai schierandosi apertamente contro la Cina, nel tentativo di accreditarsi come potenza emergente nell’Asia-Pacifico.

Finora, comunque, la disputa territoriale relativa al Mar cinese meridionale non ha portato ad un conflitto militare, così come avvenne invece tra Cina e India nel 1962, ma il protrarsi della mancanza di una soluzione condivisa tra le parti non fa altro che aumentare la possibilità del verificarsi di una tale ipotesi in futuro. 

E gli Stati Uniti?

Relegati, almeno finora, al ruolo di spettatori (ma non troppo) nella questione del Mar cinese meridionale da parte di Pechino, che non accetta interferenze da parte di quelli che considera attori esterni alla regione, gli Stati Uniti si sono da sempre dichiarati anch’essi in favore della libertà di navigazione, in base ai principi sanciti dal diritto internazionale, nonché del mantenimento della pace e della stabilità nell’area, schierandosi contro la posizione della Cina e cercando di sfruttare la situazione nell’ottica di un contenimento del dragone asiatico nell’ambito della competizione a livello globale tra le due potenze.

Ne risulta che gli USA stiano sfruttando le circostanze per proporsi come partner alternativo alla Cina, tentando di rilanciare la loro strategia per l’Indo-Pacifico, come testimoniato recentemente dall’IPEF, di cui si è parlato in precedenza. Tuttavia, le nazioni dell’ASEAN sembrano piuttosto riluttanti ad affidarsi completamente agli Stati Uniti, poiché ciò significherebbe passare da una sfera d’influenza (quella di Pechino) ad un’altra (quella   di Washington). 

Per i motivi sopra esposti, l’India potrebbe essere l’attore adatto a consentire al sud-est asiatico di non rimanere invischiato nella competizione tra grandi potenze. Emblematico, a tal riguardo, è il caso delle Filippine. Nel gennaio di quest’anno, esse hanno acquistato dalla società indiana BrahMos missili supersonici per un valore di 370 milioni di dollari, nell’ambito di un accordo intergovernativo tra le Filippine e l’India, con lo scopo di ammodernare le dotazioni dell’esercito filippino, in un’ottica di deterrenza.

È inevitabile ricollegare tutto questo alle tensioni nel Mar cinese meridionale. Inoltre, ciò dimostra come Nuova Delhi stia compiendo passi concreti per porsi nei confronti delle nazioni del Sud-est asiatico come interlocutore alternativo a Pechino, ma non solo. Le Filippine, infatti, hanno preferito i sistemi d’arma indiani persino a quelli statunitensi, nonostante gli USA siano il loro partner di più lunga data.

Ciò dimostra la volontà delle Filippine  di non dipendere completamente né dalla Cina né dagli Stati Uniti, ovvero da quelle grandi potenze che cercano di imporre un ordine internazionale a loro immagine e somiglianza, in cui esse sono dominanti. L’esempio delle Filippine appare, in realtà, sintomatico di una tendenza che sembra registrarsi con diverse modalità in molti paesi dell’ASEAN, ossia quella di cercare dei nuovi interlocutori che limitino l’influenza delle superpotenze. Resta da vedere quali saranno i possibili sviluppi di tale tendenza in futuro.  

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