Il ponte che collega la Russia alla Cina, tra insidie e opportunità

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Il 10 giugno 2022 la Russia e la Cina hanno inaugurato un nuovo ponte transfrontaliero situato all’estremo est del Paese; tale iniziativa è volta ad aumentare ulteriormente il commercio tra le due nazioni. Questa semplice opera ingegneristica potrebbe nascondere sia opportunità che insidie per Mosca.

Il ponte che unisce la città russa di Blagoveshchensk alla città cinese di Heihe, attraverso il fiume Amur (noto in Cina come Heilongjiang), è lungo poco più di un chilometro ed è costato 19 miliardi di rubli (342 milioni di dollari). Le autorità russe hanno affermato che il nuovo collegamento aumenterà il volume degli scambi commerciali in virtù di quella partnership “senza limiti” che è stata inaugurata a febbraio, poco prima dell’inizio della guerra in Ucraina.

L’iniziativa, per quanto dapprima possa apparire come una mossa di mera propaganda di entrambi i governi, è volta ad approfondire – così come rilevato anche dal vicepremier cinese Hu Chunhua – la cooperazione con la Russia in tutte le aree economico – strategiche. Infatti, secondo le prime analisi redatte dal Ministero dei Trasporti russo, il ponte aiuterebbe a incrementare il commercio annuale bilaterale a oltre 1 milione di tonnellate di merci, arrivando ad una crescita di flusso di merci con Pechino intorno ai 200 miliardi di dollari entro il 2024. Non solo vantaggi da un punto di vista economico ma anche logistico, infatti, il traffico merci sul ponte ridurrebbe la distanza di viaggio delle merci cinesi verso la Russia occidentale di 1.500 chilometri (930 miglia) 

Va specificato che la volontà di una maggiore cooperazione russo – cinese ha le sue origini ancora prima dell’inizio delle ostilità in Ucraina, anche prima che venissero imposte sanzioni alla Russia, tanto che Mosca e Pechino avevano già pianificato la loro partnership commerciale per i prossimi anni avvenire. Ora che la Cina sembra disposta a prendere almeno parte di ciò che la Russia potrebbe non essere in grado di vendere in Europa e altrove, il commercio bilaterale tra le due nazioni dovrebbe subire un’accelerazione. 

Infatti, l’economia cinese può usufruire a prezzi ribassati di quell’energia russa che un tempo era destinata altrove. Le sanzioni e il blocco del gas russo che dovrebbe avvenire tra pochi mesi, rende necessario trovare nuovi acquirenti anche a costo di vendere a costo deprezzato. Stesso paradigma anche per i prodotti agricoli e le altre materie prime.  Oltre a ciò, la Cina fornirebbe uno sbocco commerciale per quei prodotti che non possono essere più comprati dai russi nei mercati occidentali per via delle sanzioni.

Questo tipo di interdipendenza, vendita di materie prime da Mosca a Pechino e vendita di prodotti commerciali da Pechino a Mosca, potrebbe costituire un modello a lungo termine che potrebbe trasformare la Russia e la Cina in una specie di sodalizio in cui entrambe le potenze sono l’una indispensabile all’altra. Motivo per cui, prima dell’invasione dell’Ucraina, le due nazioni hanno elaborato un piano per aumentare il loro commercio bilaterale all’equivalente di 250 miliardi di dollari entro il 2024 con un tasso di crescita di circa il 20% all’anno rispetto ai livelli odierni. 

Tale interscambio commerciale è stato RESO POSSIBILE, da un lato, grazie al supporto economico della Cina, che ha prestato ben 50 miliardi di dollari a Mosca per costruire l’oleodotto di 2.540 miglia dall’Oceano Pacifico alla Siberia orientale (ESPO); dalla’altro, grazie al supporto energetico russo.

Questi interventi economico- energetici fanno parte di un piano ben strutturato da parte di Pechino, volto a legare Mosca da vicino alla Belt and Road Initiative (BRI); infatti, la Cina ha prestato fondi alla Russia per costruire gasdotti di approvvigionamento esclusivamente a vantaggio della fornitura energetica di Pechino, che si avvantaggia così duplicemente, sia per il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico, sia perché i soldi prestati verranno poi restituiti con un aggio di interesse. In poche parole, la Cina ha prestato dei soldi alla Russia per costruire una infrastruttura che beneficia economicamente ed energeticamente principalmente la Cina stessa.

Ma le perdite in termini di energia che la Russia sta subendo dalle sanzioni Europee posso essere dirottate ad oriente?

L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) riferisce che la Russia produce circa 10,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ma consuma solo circa 3,5 milioni di quei barili. Di conseguenza, deve esportare circa 7 milioni di barili di petrolio al giorno. Proporzioni simili si possono applicare anche al gas naturale. Prima, tali quantità erano destinate all’Europa, ma adesso, dato che, in prospettiva verrà bloccato l’import russo di energia, la Cina sarebbe disposta ad assorbire l’intera porzione di mercato Europeo lasciato scoperto.

Pechino ad oggi importa circa 11 milioni di barili di petrolio al giorno dall’estero da diversi produttori e anche una considerevole quantità di gas naturale; ciò comporta che la Cina potrebbe teoricamente assorbire qualsiasi quantità di fonti energetiche che la Russia è disposta a vendere. Per fare questo basterebbe che Pechino triplichi i suoi acquisti di energia russa; invece dell’attuale 15,5% delle importazioni di energia che riceve dalla Russia, la percentuale dovrebbe salire a quasi al 55%; scelta che il partito comunista cinese ha già dichiarato di volere fare nei prossimi anni.

Questo tipo di relazione sinergica in ambito economico commerciale per quanto sia appetibile per entrambe le potenze, risulta essere più vantaggiosa per Pechino che per Mosca. Per costruire le infrastrutture necessarie a sostenere questa mole di interscambio commerciale che le due potenze hanno stabilito di portare avanti, la finanza cinese è obbligata ad investire in nuove infrastrutture e ad espandere i propri interessi finanziari anche all’interno della Russia orientale. Col tempo, questo tipo di relazione potrebbe progredire fino a un punto in cui una Russia profondamente indebitata e dipendente dai capitali cinesi, diverrebbe parte della sfera di influenza cinese.

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