L’AMMISSIONE DI COLPEVOLEZZA DI FLUKE-EKREN E IL RUOLO DELLE DONNE NELLO STATO ISLAMICO

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Fonte Immagine: Reuters. Un membro femminile del battaglione jihadista Ahbab Al-Mustafa assembla un fucile durante l'addestramento militare in una moschea del quartiere Seif El Dawla di Aleppo

Allison Fluke-Ekren, ex guida statunitense del battaglione femminile dello Stato Islamico Khatiba Nusaybah, si è dichiarata colpevole di cospirazione finalizzata al supporto materiale a un’organizzazione terroristica straniera. Quale il suo ruolo e quello delle altre donne occidentali nell’operatività del gruppo terroristico?

Allison Fluke-Ekren donna originaria del Kansas, che ora rischia 20 anni di carcere, ha ammesso davanti a un tribunale federale della Virginia di aver ricoperto il ruolo di leader del sopracitato battaglione nel 2017 a Raqqa. Qui avrebbe addestrato altre donne all’utilizzo di fucili d’assalto, granate ed esplosivi suicidi, nonché erogato formazione medica e religiosa, oltre che specifici corsi finalizzati all’addestramento alla preparazione di un attacco terroristico. 

In attesa della sentenza del 25 ottobre 2022, solide prove sarebbero state raccolte a sostegno della sua accusa, che includerebbe per l’appunto l’addestramento militare per conto dello Stato Islamico (d’ora in po nei testo SI) di oltre 100 donne in Siria, il supporto a diversi gruppi terroristici per oltre 6 anni in Iraq, Libia e Siria e il supporto ai leader di Ansar al-Sharia nella sintesi di documenti trafugati all’indomani dell’attacco al complesso statunitense di Bengasi nel 2012.

Fluke-Ekren è la prima donna statunitense a essere perseguita per aver ricoperto un ruolo di leadership nel gruppo militante dello Stato Islamico, ma non certamente l’unica donna occidentale unitasi alle fila del gruppo terroristico durante gli anni della sua maggiore operatività. 

Il suo impegno in diverse organizzazioni terroristiche e al fianco dei cinque mariti deceduti come “martiri” si sarebbe protratto a partire dal 2008, con un’intensificazione del coinvolgimento a partire dal 2016 per lo Stato Islamico in Siria. 

Secondo le testimoni presenti, l’accusata avrebbe manifestato più volte negli anni l’intenzione di colpire un’università americana oppure compiere un attacco terroristico nel parcheggio di un supermercato utilizzando una vettura carica di esplosivo.

Sebbene inoltre la Ekren sia riuscita ad abbandonare il territorio siriano consegnandosi alle autorità, moltissime sono ancora le donne di origine straniera che hanno cooperato con lo SI bloccate nel Nord-Est siriano. Campi come al-Hawl e al-Roj, infatti, ospitano numerosi ex e attuali membri femminili dell’organizzazione terroristica, impossibilitati a far ritorno nei propri paesi di origine perché rifiutati dai propri governi.

La donna e il suo ruolo nello Stato Islamico

Dal momento che le donne all’interno del Califfato dello Stato Islamico – come anche nell’operato di altre organizzazioni militanti/terroristiche – sono state a lungo relegate alla sfera domestica è interessante analizzare a seguito di quali eventi la percezione sia mutata e come sia stato permesso a membri come Allison Fluke-Ekren di ricoprire ruoli da protagoniste nell’operato del gruppo.

Secondo il fondamento ideologico dello Stato Islamico, il ruolo della donna è confinato alle responsabilità domestiche e all’accudimento e indottrinamento dei figli all’ideologia estremista islamica. Le uscite devono essere limitate alle occasioni necessarie e un ritorno positivo al ruolo di moglie e madre è auspicato. Per tale ragione, all’interno dei confini del califfato dello SI le donne sono state in gran parte relegate alla sfera domestica e il loro ruolo nella costruzione del proto-stato è stato perlopiù limitato al sostegno indiretto ai mariti e ai figli militanti. 

All’apice della sua capacità di governance lo SI ha istituito una rigida politica di segregazione di genere espletata nella costante presenza di un “guardiano” (maḥram) al fianco della donna, che ha permesso a quest’ultima di adottare solamente ruoli specifici come medico, infermiere, insegnante, amministratrice e agente della sicurezza interna tramite arruolamento nelle brigate femminili di ḥisbah (polizia religiosa).

Le unità interamente femminili ricoprivano comunque un ruolo limitato, pragmaticamente attivato dalla leadership dello SI al fine di raggiungere parti della popolazione altrimenti off-limit. Inoltre, nonostante le donne parte della ḥisbah inoltre, fossero addestrate all’uso delle armi, potessero guidare e percepire un salario, nonché pattugliare le strade senza maḥram, le brigate funzionavano sotto una struttura di leadership prevalentemente maschile.

Ciò che potrebbe sembrare dunque un conferimento di potere al di fuori della sfera domestica rimane un utilizzo dei membri femminili puramente pragmatico e limitato – almeno fino al 2017 – al livello organizzativo.

Considerando invece il coinvolgimento in combattimento e in particolare nell’esercizio del jihād al-aṣghar o jihād minore/della spada – da intendersi come sforzo meritorio espletato mediante il combattimento fisico che si contrappone al jihād al-akbar o lotta interiore e spirituale contro l’io inferiore – la questione si fa più complessa. La partecipazione delle donne in questo ambito delle donne è stato uno sviluppo particolarmente significativo e controverso per lo Stato Islamico.

Risulta evidente, analizzando cronologicamente gli eventi, che il gruppo abbia scelto di avvalersi della forza femminile nel jihād solo nel momento di maggiore bisogno e vicinanza alla sconfitta territoriale. Quella che esternamente potrebbe essere fraintesa come l’emancipazione femminile all’interno dello Stato Islamico non è altro che il frutto di una scelta pragmatica quasi obbligata. 

Per comprendere meglio l’evoluzione analizziamo il marcato cambiamento nella visione delle donne e del loro ruolo, tenendo sempre in considerazione che nell’ideologia islamista estremista i ruoli di genere rimangono centrali e che i gruppi estremisti violenti hanno sempre lottato per determinare il ruolo appropriato delle donne all’interno dei loro ranghi.

La donna nel Califfato e l’espletamento del Jihad Minore

Nonostante gli ideologi dell’islamismo violento non incoraggiassero attivamente la partecipazione delle donne nel jihād minore, già i primi ideatori di Al-Qaeda riconoscevano la possibilità per la donna di prendervi parte, in particolare partecipando al cosiddetto jihād difensivo. 

Il jihād difensivo, contrapposto a quello offensivo perché messo in atto solo in risposta ad un attacco aggressivo contro la religione, la ummah (comunità dei credenti), il Paese, la società o l’individuo, e terminato nel momento stesso in cui il nemico cessi il proprio attacco, rientra nel cosiddetto jihād minore e assume dunque una connotazione miliare.

Già ai tempi di Al Qaeda in Iraq (AQI), il leader Abu Mus’ab al-Zarqawi ricordava nel 2003 che il jihād difensivo corrispondesse a un dovere collettivo incombente su tutti e che, anche in considerazione della solida presenza internazionale in territorio iracheno, la partecipazione femminile nella lotta armata fosse altamente appropriata.

Nel periodo di maggiore pressione esterna da parte della coalizione, AQI faceva spesso uso di attentatori suicidi donne, il cui coinvolgimento rispecchiava perfettamente la necessità operativa del momento. Proprio come nel caso di AQI, che ha visto svanire la necessità di intervento femminile con l’allentamento della pressione internazionale, anche per lo Stato Islamico – suo erede – si è trattato, a partire dalle prime consistenti perdite territoriali, di una scelta pragmatica temporaneamente conveniente.

A confermare ciò vi è il cambio repentino di atteggiamento avutosi a seguito dell’intensificazione dell’offensiva militare della coalizione internazionale contro il gruppo, avvenuta tra il 2014 e il 2015. In un manifesto che articolava il ruolo ideale delle donne nel Califfato, pubblicato dall’ala mediatica della brigata femminile Al-Khansa, si sosteneva nel 2015 che in circostanze molto specifiche –  come il caso in cui non vi fossero uomini sufficienti a proteggere un paese – e a seguito di autorizzazione da parte degli ‘ulama si autorizzavano le donne a partecipare al combattimento. Il documento forniva alle donne l’autorità legale di commettere violenza nel quadro del jihād difensivo, pur notando che le condizioni di esistenza del medesimo non fossero ancora soddisfatte e che ci si trovasse ancora pienamente nella fase offensiva. 

Nonostante questa specifica, rimase a lungo evidente come il gruppo ritenesse possibile il coinvolgimento femminile già allora e preparasse uno sviluppo in questo senso. Tra il 2015 e il 2016, lo Stato Islamico ha continuato a rilasciare infine diversi documenti che delineavano i ruoli delle donne in combattimento, continuando al contempo a sottolineare che alle stesse era consentito partecipare al jihād solo in circostanze difensive molto particolari e mai nell’ambito del jihād offensivo.

Pur non incoraggiando attivamente le donne a partecipare ai combattimenti, inoltre, lo SI non condannava le donne coinvolte nel combattimento per le loro azioni: una contraddizione che evidenzia chiaramente il rapporto ambivalente del Califfato nei confronti dei membri femminili.

Infine, nonostante si sia fatto ampio utilizzo delle immagini di donne in combattimento come strumento di propaganda, il vero e proprio impiego delle stesse è stato mantenuto fino circa al 2017 in extrema ratio

L’evoluzione e la nuova pragmatica percezione del ruolo femminile

Ciò che ha realmente fatto mutare la percezione verso interventi non giustificati e non ad hoc da parte delle donne è stato effettivamente il timore della sconfitta. Dal momento in cui si è cominciato a registrare le maggiori perdite territoriali, contestualmente alla dichiarazione del passaggio ideologico dal jihād offensivo a quello difensivo, la messa in campo della componente femminile dello SI ha trovato giustificazione. 

È stato solamente a partire dall’autunno 2017 che l’intervento di nuclei e brigate come quella controllata dalla Fluke-Ekren è divenuto decisivo e ha permesso alle donne di essere addestrate e schierate sul campo a difesa del Califfato islamico.

Sebbene la presenza femminile nel combattimento non sia mai stata immaginata ideologicamente dallo SI a livello offensivo, il dovere personale di difesa della madrepatria sotto attacco permetteva ideologicamente il coinvolgimento attivo nella violenza delle donne nel momento di maggiore bisogno. 

Tale evoluzione ha permesso negli anni a ridosso della sconfitta territoriale un pragmatico coinvolgimento femminile non più specifico e limitato alle sopracitate circostanze, bensì esteso al combattimento armato di qualsiasi tipologia a supporto del sofferente esercito maschile.

Oggi, le donne che hanno partecipato all’offensiva dello SI, soprattutto quelle occidentali, si trovano in gran parte prigioniere nei campi di detenzione costruiti nella parte nordorientale della Siria al fine di ospitare le famiglie degli ex membri SI rimasti sul territorio dopo la sconfitta territoriale del gruppo e ivi sono rimaste, perché i rispettivi governi hanno rimosso loro la cittadinanza o non permettono tuttora il loro rimpatrio. 

Uno sguardo a oggi

Il processo a Allison Fluke-Ekren rimane attualmente un caso isolato e giudicare dal ritmo di rimpatri e dall’assente supporto esterno fornito alle autorità curde nella gestione di campi come al-Hawl e al-Roj lo rimarrà per molto tempo.

Il ruolo violento delle donne nello SI rimane tuttavia ancora oggi fondamentale e più difficile da decifrare dal momento che le maggiori energie di intervento sono concentrate sulla risposta alla violenza fisica e non sull’individuazione dei mezzi di diffusione ideologica e perpetrazione domestica. Dopo la sconfitta dello Stato Islamico, donne e bambini nei campi e all’estero continuano a condurre le operazioni del gruppo e ne perpetuano l’ideologia terroristica tenendo in vita le cellule dormienti al fine di favorire la loro “rinascita”.

Intervenire su questi campi e interrogarsi sui fattori che hanno spinto centinaia di donne occidentali completamente estranee alla realtà siriana ad arruolarsi e pianificare attacchi terroristici rimane una priorità. Osservando gli sviluppi passati è inoltre facilmente immaginabile che la rinascita eventuale dello Stato Islamico possa essere favorita e ampiamente supportata dalla componente femminile del gruppo, per la maggior parte ancora in libertà.

Ad oggi sappiamo che nei momenti di maggiore necessità le donne appartenenti allo Stato Islamico possono essere addestrate e schierate sul campo e che il loro sostegno silente alla perpetrazione ideologica è fondamentale. La confessione di Allison Fluke Ekren lo conferma e ci invita a prevenire il fenomeno e a considerare la vulnerabilità di chi ne è stato in passato coinvolto.

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