AMERICA A MANO ARMATA

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Mentre il trascorrere del tempo fa riemergere le spaccature all’interno della Nato sul conflitto russo-ucraino, trasformatosi in guerra d’attrito nel Donbas, gli Stati Uniti continuano a vivere una tempesta interna tra inflazione galoppante, prezzi della benzina alle stelle, record di morti per overdose di droghe ed escalation di vittime per sparatorie di massa. Malessere che potrebbe distrarne azioni ed attenzioni di politica estera e sottrarre consenso politico alla prosecuzione della guerra per procura contro Mosca. Nei prossimi mesi gli episodi di violenza o terrorismo domestico politicamente, etnicamente o razzialmente motivati da parte di estremisti e suprematisti bianchi indottrinati da teorie del complotto potrebbero aumentare in preparazione ed in scia ad attesi eventi politici come le elezioni di midterm e la storica decisione della Corte Suprema sul destino del diritto all’aborto

La “carneficina” evocata in passato da Donald Trump come metafora dello stato di depressione di quell’America bianca, rurale e post-industriale impoverita dalla globalizzazione e psicologicamente scossa dall’impero, che affonda la propria disperazione in Bibbia, armi ed alcool, continua a mietere vittime. I numeri dei decessi per le c.d. “malattie della disperazione” hanno raggiunto nuove vette negli ultimi due anni. Nel 2020 le morti per overdose da sostanze stupefacenti hanno superato per la prima volta la soglia delle 100.000 e nel 2021 hanno registrato un nuovo record assoluto con quasi 108.000 decessi, un aumento del 50% rispetto all’era pre-pandemica. Il 75% dei casi di overdose è dovuto ad abusi relativi al fentanyl e ad altri oppiacei sintetici importati soprattutto dalla Cina. Altro fronte di aperta ostilità tra Washington e Pechino.

Nel 2020 le morti per overdose sono state responsabili per l’11% nella drammatica diminuzione dell’aspettativa di vita degli americani su cui ha inciso pesantemente anche l’epidemia di coronavirus. Nel 2021 si è invece registrato un importante calo nel consumo di droghe e alcool tra gli adolescenti americani, complici le restrizioni pandemiche, la diminuzione delle occasioni di interazione sociale e il maggiore coinvolgimento familiare. Tuttavia, la clausura pandemica ha inciso negativamente sulla salute mentale degli adolescenti (anche in Italia), tra i quali sono aumentati i sintomi di noia, ansia, depressione e solitudine.

L’epidemia di armi e di stragi di massa

La pressione sociopsicologica scatenata dal Covid-19 ha impattato anche nel vertiginoso aumento degli omicidi con armi da fuoco, che hanno raggiunto la soglia più elevata degli ultimi 25 anni e registrato incrementi in 28 stati, in modo trasversale tra piccole e grandi città, tra stati blu e rossi. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), negli ultimi 5 anni negli Usa i morti per arma da fuoco sono stati più di 194.000 con una media di circa 39.000 decessi all’anno e una perdita di oltre 4,5 milioni di anni di vita tra 2015 e 2019. Secondo il Fbi nel 2021 gli incidenti classificati come sparatorie di massa sono aumentati del 50% rispetto al 2020. Nei primi sei mesi del 2022 la situazione è peggiorata. Almeno 246 sparatorie di massa, definite dal Gun Violence Archive come un incidente in cui “quattro o più persone vengono colpite o uccise escluso il tiratore”, si sono verificate quest’anno in diverse parti d’America, dal Texas al Michigan, dalla California al Tennessee – nel primo semestre del 2021 erano state 161.

L’epidemia di morti violente ha quindi contribuito, insieme a quelle di coronavirus e di oppiacei, ad abbassare il livello di aspettativa di vita degli statunitensi che già nel 2019 risultava di due anni inferiore a quella del Portogallo, uno dei paesi più poveri dell’Europa occidentale.  Con 4 omicidi e 6 suicidi[1] con armi da fuoco ogni 100.000 persone (dati rispettivamente 18 volte e 7 volte superiori la media delle nazioni ad alto reddito), gli Stati Uniti vantano il più alto tasso di mortalità dovuta ad armi da fuoco nel mondo sviluppato[2].

Nel 2020 le armi da fuoco hanno rappresentato la principale causa di morte tra bambini e adolescenti, uccidendo più di 4.300 persone di età compresa tra 1 e 19 anni (+33% sul 2019).  Costi umani cui si sommano quelli economici stimatiin 280 miliardi di dollari all’anno in termini di perdita di qualità della vita (214 mld), produttività (51 mld) e salari (500 mln) nonché di costi sanitari (3,5 mld) e giudiziari (10,7 mld). Sul piano demografico ed etnografico, il 98% delle sparatorie di massa sono perpetrate da uomini che rappresentano anche la stragrande maggioranza (85%) delle vittime. Dati più alti della media si registrano tra i giovani di età compresa fra i 10 e i 24 anni (+40%), tra i neri e i latini – che hanno una probabilità di essere uccisi per gun shooting rispettivamente 10 volte e 2 volte superiore rispetto ai bianchi – e fra i maschi afroamericani, i cui tassi di morte per armi da fuoco sono 21 volte superiori a quelli dei coetanei bianchi. 

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Gli ultimi due anni hanno registrato in parallelo numeri record negli acquisti di armi (circa 23 milioni nel 2020, +65% rispetto al 2019). Vi è una stretta una correlazione fra l’aumento dei tassi di omicidi e l’esplosione degli acquisti di armi dovuta al c.d. dilemma della sicurezza, per cui l’altrui riarmo induce ad armarmi per proteggermi dall’aumentata circolazione di armi, in un pericoloso loop che si autoalimenta specialmente in un periodo di estrema incertezza lavorativa, economica ed esistenziale e in un paese abituato alla violenza, dove vige storicamente e culturalmente una concezione privatistica della protezione di famiglie e proprietà e nel quale, unico caso al mondo, esistono più armi che persone in circolazione[3].

Particolarmente allarmante è la diffusione di armi d’assalto automatiche e semiautomatiche. “Legalizzate” dopo la rimozione nel 2004 del divieto[4] federale imposto nel 1994 dall’amministrazione Clinton sulla produzione, vendita, trasferimento e possesso di fucili d’assalto, questa tipologia di armi, specie i mitragliatori AR-15 (versione civile dell’M16 in uso ai militari), è la più utilizzata dai responsabili delle più drammatiche sparatorie di massa negli Usa. Compresa quella compiuta poche settimane fa dal diciottenne Salvador Rolando Ramos che con il suo AR-15 acquistato come regalo di compleanno ha ucciso 19 bambini e 2 insegnanti[5] della Robb Elementary School di Uvalde, cittadina di 9.000 anime nel Texas meridionale.

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L’America marziale

Secondo un recente sondaggio, la violenza armata è citata come la questione politica più importante per il voto alle elezioni di midterm del prossimo novembre, seconda solo alle problematiche economiche (inflazione) e davanti all’immigrazione – come si vede le priorità degli americani sono di politica interna. Vi è un crescente sostegno tra gli americani all’adozione di nuove leggi per ridurre la violenza armata, considerate prioritarie dal 70% degli statunitensi rispetto alla protezione del Secondo Emendamento (29%). 

La pressione dell’opinione pubblica ha spinto dieci senatori repubblicani a trovare un accordo quadro bipartisan con i democratici per superare l’ostruzionismo dei 60 voti al Senato su una legislazione più restrittiva su acquisto e circolazione di armi. Le misure in discussione riguardano l’introduzione di leggi “bandiera rossa”, che impedirebbero l’acquisto di armi a persone con problemi di salute mentale o con precedenti di minacce o di condotte pericolose e violente, mentre sono state scartate altre restrizioni volute dai dem come l’innalzamento da 18 a 21 anni del limite minimo di età per acquistare fucili d’assalto e la proibizione di caricatori ad alta capacità ed armi automatiche. 

Ma la maggioranza del Grand Old Party (Gop) riflette l’opinione predominante degli elettori repubblicani, contrari a divieti nazionali sulla vendita di armi d’assalto o ad altre restrizioni e potrebbe impugnare la questione come un’arma nella battaglia per la leadership del Gop. L’influente senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul ha definito le proposte legislative in discussione come un “piano democratico di marchiare e insultare la nostra polizia e i nostri soldati come suprematisti bianchi e neonazisti”, un insulto ai valori tradizionali dell’America. Il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott, che l’anno scorso definì il Lone Star State come lo Stato “leader nella difesa del Secondo Emendamento”, nella conferenza stampa susseguente al massacro di Uvalde ha individuato la causale della strage nei problemi di salute mentale del giovane omicida. Scomposta reazione di una parte dell’America conservatrice che risponde ai mass shootings con la richiesta di più armi (come la proposta di armare gli insegnanti per la difesa delle classi) e che avverte le restrizioni sulle armi come minaccia allo stile di vita americano tradizionale.

Il diritto di “tenere e portare armi”, non casualmente collocato nel Secondo Emendamento in apertura alla Costituzione, è infatti fortemente radicato nella storia e nel canone culturale-identitario dell’homo americanus perché elemento centrale del processo formativo ed espansivo della nazione verso il West, trainato dalla spinta individuale dei coloni e avvenuto senza alcuna copertura di sicurezza del governo federale. Dinamica che costringeva i coloni a difendere da sé i territori conquistati, fucile alla caviglia, perennemente collocati su una frontiera mobile, instabile, in continua espansione. 

Quanto compreso da Joe Biden che, a differenza della sinistra del suo partito, nel chiedere misure di contenimento alla proliferazione di armi non mette in discussione il Secondo Emendamento. “Per così tanti di voi a casa, voglio essere molto chiaro: non si tratta di togliere le pistole a nessuno. Non si tratta di diffamare i proprietari di armi”, ha recentemente dichiarato il presidente democratico rivolgendosi direttamente a quell’America profonda, situata tra Midwest e Dixielanddecisiva sul piano elettorale perché portatrice del canone culturale nazionale e del carattere marziale.

Attitudine alla violenza che macchia il soft power e il modello democratico americano, in declino di attrattività tra i soci dell’Anglosfera (Regno Unito, Australia, Canada) e negli Occidenti europeo ed asiatico (Giappone, Corea del Sud). Perché aliena a quei paesi, come il nostro, che pertengono alla sfera d’influenza americana, laddove l’esistenza quotidiana è meno incerta ed aspra, migliore la qualità della vita. Perché gli Usa vivono in dimensione storica. Repubblica imperiale costantemente sul piede di guerra, l’America deve disporre di una popolazione relativamente giovane ed allenata alla violenza, disposta a combattere chiunque ne volesse sfidare il primato egemonico. 


[1] Nel 2020 il numero di suicidi (oltre 24.000 casi) è rimasto analogo a quello del 2019, rappresentando comunque circa il 60% delle morti per arma da fuoco.

[2] Negli Usa il tasso di omicidi con armi da sparo è 25 volte superiore a quello degli altri paesi ad alto reddito

[3] Nel 2020, secondo i dati Gallup il 45% circa degli uomini e il 19% delle donne americane possedeva una pistola. Oltre 400 milioni di pistole e oltre 20 milioni di fucili d’assalto sono in possesso ai soli civili, cioè una media di 1,3 armi a persona. Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Usa rappresentano il 40%46% delle armi possedute da civili.

[4] Attualmente solo sette stati (California, New Jersey, Hawaii, Connecticut, Maryland, Massachusetts e New York) più il distretto di Washington DC vietano armi d’assalto.

[5] Si tratta della seconda più mortale sparatoria in una scuola elementare dopo quella avvenuta nel 2012 alla Sandy Hook Elementary School di Newtown (Connecticut), dove furono uccisi 20 bambini e sei membri del personale scolastico.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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