“Pigmentocrazie” e il vizio di erigere barriere per una maggiore integrazione nelle dinamiche del Primo Mondo

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Fonte immagine: https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1567193/muro-haiti-repubblica-chilometri-armato

Lo scorso 20 febbraio il presidente dominicano Luis Abinader ha dichiarato l’inizio della costruzione di un muro di confine alla frontiera tra Repubblica Dominicana ed Haiti. L’isola di Hispaniola si trova difatti, ad oggi, spaccata in due emisferi antitetici e le politiche protezioniste dominicane mirano sempre più a difendere l’economia nazionale del paese ad oriente ed il mito di una razza propriamente dominicana dalle instabilità socioeconomiche provenienti dalla disastrata Haiti. Tuttavia, l’ipocrisia di tale discriminazione razzista, perlopiù attuata tramite politiche migratorie di stampo conservatore, non è che la mera conseguenza di un passato coloniale di lucro e sopruso.

L’isola caraibica di Hispaniola, ufficialmente divisa a metà dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, vede coesistere sul suo territorio due realtà nettamente opposte l’una all’altra. Se la Repubblica Dominicana (RD), situata nella parte est dell’isola, rappresenta un paradiso turistico internazionale e vanta una duratura stabilità politica ed un’economia avanzata che hanno agevolato negli anni crescita economica e riduzione della povertà, l’economia haitiana non può dirsi altrettanto sviluppata.

Al contrario, con un 80% degli abitanti che vive sotto la soglia di povertà, Haiti rappresenta “il paese meno sviluppato dell’emisfero settentrionale e il più povero di tutta l’America Latina”. Non solo in territorio haitiano il mancato accesso ai servizi primari, l’analfabetismo e la disoccupazione dilagano, così come prospera l’instabilità politica sin dalla caduta del regime dei Duvalier di fine anni 90, ma la nazione caraibica viene inoltre sistematicamente colpita da calamità naturali di grave entità, di cui il terremoto di magnitudo 7.2 del 14 agosto 2021 è solo l’ultimo lampante esempio.

Fatta eccezione per l’inarrestabile abbattersi di catastrofi quali quest’ultima citata, gran parte della miseria e devastazione che grava su Haiti si è cementificata nei secoli a seguito della contrazione dell’ingente debito dell’ex-colonia nei confronti del paese colonizzatore, la Francia. Pertanto, sin dalle rispettive dichiarazioni di indipendenza dei due coinquilini dell’isola di Hispaniola i processi di sviluppo dei due paesi si sono svolti in maniera diametralmente opposta.

Nello specifico, i leader dominicani – forti del risentimento provato verso il paese vicino per il violento tentativo di riunificazione dell’isola intrapreso da Haiti – hanno investito nel tempo copiosi sforzi nella costruzione di un passato ancestrale dominicano in opposizione agli attributi propriamente haitiani. Questa auto-identificazione, tanto mitologica quanto illusoria, sulla scia dell’antihaitianismo si è quindi stagliata in difesa e promozione della cultura ispano-europea importata a Santo Domingo dai coloni spagnoli, rigettando al contempo connotati quali il fenotipo di pelle nero, la discendenza e cultura afro-americana, le pratiche religiose voodoo e la lingua creola-francese.

Questa radicata ostilità presto divenuta sistematica tra i due “gemelli diversi” dell’isola di Hispaniola è quindi dovuta ad un passato coloniale di abusi e schiavitù, nonché di imposta emulazione delle dinamiche di sviluppo tipicamente occidentali e capitalistiche. Quando nel 1492 Cristoforo Colombo sbarcò in America l’isola caraibica in questione venne designata prima colonia e base ufficiosa dei coloni europei nel cosiddetto Nuovo Mondo.

La Spagna rivendicò immediatamente l’isola per sé e la trasformò in un porto d’ingresso per i primi schiavi africani nei territori spagnoli appena conquistati; così facendo, i coloni spagnoli segnarono quindi l’inizio dell’esperienza nera nell’emisfero occidentale[1]. Tuttavia, alla luce del graduale disinteresse degli ispanici per la parte ovest dell’isola le terre occidentali divennero prede ambite di pirati, bucanieri e filibustieri perlopiù di origine francese. Di conseguenza, nel XVII secolo la corona francese dichiarò di suo possedimento la colonia di Sainte Domingue ad ovest dell’isola, in contrasto con l’insediamento spagnolo di Santo Domingo situato ad oriente.

Dopo un secolo di grande ricchezza e sviluppo per la colonia occidentale, lo scoppio della Rivoluzione haitiana – durante la quale gli schiavi neri si ribellarono per essersi visti negare i diritti derivanti dalla Rivoluzione francese – portò Haiti a dichiarare la propria indipendenza dalla Francia nel 1804 come prima repubblica nera nell’emisfero occidentale. Presto, però, gli schiavi auto-liberatisi suscitarono l’inimicizia degli abitanti della colonia orientale. Non solo questi invasero l’intera isola, temendo altrimenti di compromettere la ritrovata indipendenza in assenza di un’unica stabile autorità, ma fecero inoltre ricadere sull’intera popolazione il pesante fardello di 90 milioni di franchi d’oro da pagare alla Francia come prezzo per la libertà, in risarcimento per la perdita di denaro dei proprietari delle piantagioni di zucchero.

A tal proposito, si ritiene che i 22 anni di occupazione (1822-44) dell’odierna RD da parte di Haiti abbiano alimentato un sentimento di crescente disprezzo nei confronti degli haitiani, in seguito al tentativo del presidente “occidentale” Boyer di epurare l’isola dalle ultime vestigia della cultura spagnola imponendo l’identità haitiana ai futuri dominicani. I leader “orientali” – che lamentavano lo stare alla mercé di individui che consideravano inferiori – si ribellarono quindi al dominio haitiano dichiarando l’indipendenza dominicana nel 1844. In seguito, l’antihaitianismo causato dal risentimento provato diede vita alla tristemente nota “negrofobia”, ovvero quella “paura e […] avversione per le persone di colore e la cultura nera”[2].

Negli anni questo antagonismo ideologico, costruitosi in contrapposizione con un “altro” opposto e “razzialmente inferiore”, si è invischiato nel pensiero delle masse dominicane che, ad oggi, sostengono in grande maggioranza l’istituzionalizzazione di politiche razziste da parte dello Stato per paura di una sostituzione etnica. Nello specifico, questa brutale retorica conservatrice viene perlopiù implementata attraverso rigide ed autoritarie politiche migratorie intraprese dalla Repubblica Dominicana, così contribuendo allo stigma socio-politico nei confronti dei migranti haitiani che cercano fortuna nel paese confinante.

Tuttavia, l’ipocrisia della difesa di un mito ancestrale di discendenza euro-ispanica si è spesse volte dimostrata lesiva per la stessa popolazione dominicana che, nonostante si consideri “bianca” poiché fondatasi in opposizione ad una repubblica nera, è composta al 90% di cittadini di colore[3]. Difatti, la narrativa sempre più attuale di “de-haitianizzazione” della frontiera si basa su criteri fallaci tipici di un darwinismo sociale applicato alla specie umana.

L’infondata e discriminatoria categorizzazione razziale della popolazione, tanto in ambito sociale quanto economico, comporta quindi il bisogno di una talvolta illegale ma necessaria negoziazione identitaria al fine di sfuggire alla fenotipica profilazione razziale. È su queste basi che è stata avviata lo scorso febbraio la costruzione di un muro di 392 km al confine con Haiti per scindere i due emisferi opposti dell’isola di Hispaniola.

Contrariamente alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Abinader secondo cui la recinzione comporterà beneficio per entrambe le nazioni, affermando che la RD “non può farsi carico della crisi politica ed economica” che ha investito Haiti, l’autorità dominicana ha esplicitato la volontà del Paese di attenersi alle logiche della politica di potere affinché il sottosviluppato paese confinante non intacchi l’avanzata economia nazionale e non comprometta il tanto ambito ma velato progetto eugenetico di “sbiancamento della razza”.

Se già sotto la dittatura del generale Trujillo (1930-61) circa 20,000 migranti haitiani vennero trucidati lungo la linea di frontiera, nei decenni a venire sono stati eseguiti rimpatri forzati e deportazioni di massa in violazione del diritto a giusto processo a spese di decine di migliaia di haitiani, dominicani di origine haitiana o dominicani di aspetto haitiano. Inoltre – nonostante il governo dominicano persista nel negare l’attuazione di pratiche di discriminazione razziale – specifiche sentenze arbitrarie approvate più di recente hanno reso esplicito come in materia di nazionalità lo stato dominicano sia da ritenersi “responsabile della sua conservazione, della sua correzione e della sua salvaguardia”.

In particolare, nel 2010 è stata posta fine alla validità dello jus soli nel paese per limitare il già difficile conferimento della cittadinanza a figli di immigrati haitiani e dominicani di origine haitiana. La Corte costituzionale dominicana ha poi deciso nel 2013 di applicare retroattivamente tale legge, rendendo così apolidi centinaia di migliaia di dominicani di origine haitiana nati a partire dal 1929[4].

Perciò, come sopramenzionato, se è vero che un’identificazione sociale errata nella RD può avere conseguenze disastrose – quali l’esclusione civile o sociale, la deportazione o persino la morte – ad oggi, il destreggiarsi nella negoziazione della propria identità per camuffare le proprie origini o parvenze è divenuto pratica di uso comune. Astuti diversivi quali la dimostranza di capacità linguistiche particolari o l’appropriazione di pratiche che esulano da attività di origine tipicamente afro-americana sono pane quotidiano per chi desidera risiedere nel Paese.

Eppure, per quanto queste tecniche possano agevolare un’integrazione sociale diversamente ostacolata, nella complessità contemporanea di quella che Bauman definì come “modernità liquida” sarebbe opportuno impegnarsi affinché le barriere tra paesi o popoli possano essere sormontate piuttosto che rafforzate.

Se il governo dominicano si serve dell’efferatezza di logiche razziste in fatto di politica d’immigrazione – quindi stabilendo standard convenzionali in contrasto con un preciso termine di paragone – altre “pigmentocrazie” seguono una stessa tendenza denigrando a loro volta paesi considerati razzialmente inferiori secondo standard di pigmentazione della pelle ancor più stringenti. Difatti, così come la RD perpetra misure razziste nei confronti dei migranti haitiani, gli stessi dominicani subiscono discriminazione razziale principalmente da parte dei vicini portoricani per via dell’attuazione di simil logiche da parte di questi ultimi[5].

Pertanto, quest’istituzionalizzazione contingente di strutture sociali razziste – in linea con l’atroce eredità coloniale e ad implicito sostegno della politica di potere della supremazia bianca – risulta essere nient’altro che un ipocrita e controproducente paradigma di non accettazione. La recente decisione dominicana di erigere un muro di confine alla frontiera con Haiti non fa eccezione a questa retorica volta ad alimentare un globale e vicendevole sentimento di auto-rigetto e diffidenza. Favorendo una tale narrativa, non solo si prendono di mira e si designano gli haitiani quali “diavoli dietro lo specchio”[6], ma si calpesta al contempo la stessa natura e storia del popolo dominicano, il quale in passato costitutiva un tutt’uno con i “gemelli” oltreconfine.


[1] Torres-Saillant S. (1998), “The Tribulation of Blackness”, Latin American Perspectives, 25(3), pp.126.

[2] Heredia N. (2017), “Racial Construction and Hierarchical Privilege in the Dominican Republic”, Honors Projects Overview, pp.18.

[3] Ibid., 18.

[4] Ibid., 22-29.

[5] Sawyer M. Q., Paschel T.S. (2007), “We didn’t cross the color line, the color line crossed us”, Du Bois Review, Social Research On Race, 4(2), pp.310.

[6] Gregory S. (2007), The Devil behind the Mirror: Globalization and Politics in the Dominican Republic, Berkeley, Los Angeles and California, University of California Press.

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