Dmitry Medvedev, il “non-successore” al Cremlino

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Fonte immagine: quotidiano.net

Il recente attacco nei confronti degli Occidentali da parte di Dmitry Medvedev, attualmente vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo e leader del partito Russia Unita, ha destato scalpore e preoccupazione. Ma veramente tali affermazioni vorrebbero renderlo uno dei papabili (di nuovo) alla successione di Putin? 

Recentemente, Dmitry Medvedev ha rilasciato un commento contro gli Occidentali, dicendo di odiarli e che farebbe di tutto per farli sparire. Non è la prima volta che si esibisce in affermazioni particolarmente dure, grazie e soprattutto al suo canale Telegram, dove fino ad ora ha avuto modo di criticare ampiamente le sanzioni applicate dall’Unione Europea ed invocare più volte l’uso delle armi nucleari. Le sue dichiarazioni anti-occidentali sono state trattate con forte preoccupazione, in quanto non mirano affatto all’apertura e al dialogo, bensì rappresentano l’ennesimo segnale di allontanamento da parte della Federazione Russa nei confronti dell’Occidente. 

A parte la minaccia, che ovviamente porta a pensare ad un’ulteriore crisi dal punto di vista diplomatico e ad un’escalation militare, è meritevole anche una riflessione proprio intorno al ruolo di Medvedev, il quale percorso politico ha subìto diverse mutazioni nel corso del tempo. Nonostante i cambiamenti, ciò che emerge dagli attacchi dell’ex presidente è che tali dichiarazioni potrebbero possibilmente portare una rivalutazione della sua posizioneall’interno dell’amministrazione Putin. Infatti, Medvedev starebbe cercando di riprendersi un posto non solo all’interno del governo -di cui è stato primo ministro dal 2012 al 2020- ma di elevare anche il consenso dell’intera amministrazione e del popolo russo nei suoi confronti, come papabile successore del presidente. Tale tentativo ha origine negli anni della sua presidenza alla Federazione Russa (2008-2012), periodo nel quale ha tentato un’apertura in politica estera nei confronti di Washington, con cui ha firmato il programma New START per la riduzione della produzione delle armi nucleari. Lui è stato il presidente russo della vittoria nella guerra in Ossezia del Sud del 2008, e colui che non ha posto il veto per le operazioni militari dell’ONU in Libia. Inoltre, aveva dichiarato di voler proteggere “la fragile democrazia russa” e di aver implementato un forte programma anti-corruzione all’interno del Paese. I quattro anni durante la sua presidenza erano mirati ad apportare delle modifiche in quella che era la visione della Russia post Guerra Fredda, non come un Paese sconfitto e vendicativo, ma come un’entità in grado di accettare un mondo multipolare, attraverso lo sviluppo di rapporti amichevoli con le regioni ex membri dell’Unione Sovietica. 

Per quanto oggi il suo operato possa venire riconosciuto come elemento a suo favore per la successione, non è così semplice che Medvedev possa togliersi di dosso l’etichetta di “liberale”. Di seguito al suo periodo al Cremlino, lo stesso Putin ha stabilito per lui un “declassamento”, prima a primo ministro, e a vicepresidente del Consiglio di sicurezza e leader del partito Russia Unita, poi.

Un passato da dimenticare quindi, se le notizie (non così attendibili) della malattia di Vladimir Putin dovessero effettivamente rivelarsi vere. Porte aperte alle candidature, che però richiedono che il successore di Vladimir Putin sia un Vladimir Putin 2.0. Carismatico, forte, che abbia legami con le amministrazioni come anche con i servizi segreti -in quanto fondamentali entrambi per i cambi di potere-, che sappia tenere testa agli approcci anti-russi delle regioni limitrofe e dei tentativi di separatismo etnico-religioso. 

Ci sono personaggi conosciuti a Putin che sarebbero considerati decisamente migliori a ricoprire il ruolo di presidente. In lizza, ci sarebbero Aleksandr Bortnikov, direttore del controspionaggio dell’FSB, e Sergey Sobyanin, sindaco di Mosca. Nonostante i pochi legami con i servizi segreti, quest’ultimo avrebbe più probabilità a salire al Cremlino grazie alla forte reputazione di amministratore onesto che lo precede. Proprio sulla base di questa mancanza di entrambi i fattori nei candidati appena nominati, che Medvedev starebbe alzando la posta, le sue affermazioni guerrafondaie vorrebbero proprio portare i siloviki (membri delle forze armate e servizi segreti) dalla propria parte. 

Ed ecco che, con una lettura dettagliata, tuttavia sia evidente come il treno sia passato e che Medvedev per quanto si sforzi a difendere l’invasione russa dell’Ucraina, non riuscirà a (ri-)conquistare la poltrona al Cremlino. Si è trasformato in un anti-occidentale per eccellenza, che tuttavia non avrebbe abbastanza credibilità sia all’interno della Russia che al di fuori. E forse non possiede nemmeno abbastanza carisma per imporre dei principi liberali  di nuovo in un Paese in cui i principi liberali non attecchiscono. 

Dmitry Medvedev è quindi un personaggio controverso, non diversamente da altri membri della cerchia di Putin, che successivamente a questi cambi di umore sta sempre più assumendo una reputazione da fantoccio. Se dopo la guerra in Ucraina i rapporti con l’Europa e l’Occidente si allontanassero ulteriormente, forse Medvedev è sulla strada giusta. Ma se, invece, successivamente al conflitto ci fosse un riavvicinamento? Quali interpretazioni delle sue dichiarazioni verrebbero considerate? È facile immaginare che attualmente Medvedev abbia un piede in due scarpe e che questo gli costerà la candidatura. 

Valentina Topatigh, nata a Udine classe 1997. Dopo la maturità linguistica, ha ottenuto la Laurea Triennale in Scienze Politiche alla Statale di Milano, con tesi in diritto pubblico comparato sulla mozione di fiducia e sfiducia nei rispettivi ordinamenti di Germania e Spagna. È attualmente tesista per il master in International Law and Global Governance alla Tilburg University nei Paesi Bassi. Contemporaneamente ai suoi studi è anche membro della redazione America Latina per lo IARI.

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