VERSO LA FINE DELLA GUERRA IN YEMEN?

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Fonte Immagine: Al Monitor

In Yemen le parti in conflitto hanno esteso ai primi di agosto la tregua inizialmente prevista per due mesi.

La tregua in Yemen iniziata il 2 aprile, la prima dal 2016, sarebbe dovuta scadere lo scorso giovedì ma, dopo giorni di negoziati, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen ha annunciato che le parti hanno concordato un’estensione della tregua fino ai primi di agosto.

L’accordo tra la Coalizione filo-governativa guidata dall’Arabia Saudita e il Movimento Houthi prevede i seguenti punti: arrestare le operazioni militari da entrambe le parti; permettere due voli commerciali a settimana da Sanaa verso Giordania ed Egitto; consentire  a 18 navi trasportanti carburante di entrare nel porto di Hodeidah; aprire gli accessi per Taiz e altri governatorati. Le città menzionate sono tutte sotto il controllo dei ribelli Houthi.

A circa tre mesi dalla tregua, il numero di civili uccisi e feriti in Yemen è diminuito di oltre il 50% e gli aeroporti commerciali, di cui la Coalizione Saudita aveva vietato in precedenza l’utilizzo, hanno ripreso a funzionare.

D’altra parte, rimangono alcune questioni irrisolte dall’accordo; in particolare la situazione a Taiz, la terza città yemenita più importante, dove le principali vie di accesso sono bloccate dagli Houthi. Qui, migliaia di persone hanno protestato la scorsa settimana chiedendo alle Nazioni Unite di fare pressione sugli Houthi per porre fine al blocco da loro imposto sulla città; le persone sono costrette a utilizzare percorsi pericolosi con lunghi tempi di percorrenza per entrare e/o uscire da Taiz.

A tal proposito, significativa è la dichiarazione di un residente della città riportata da Al-Jazeera. “A causa dell’assedio degli Houthi, circa quattro milioni di persone stanno soffrendo una tragedia umana che difficilmente si può trovare altrove […] Ma non viene esercitata alcuna pressione sugli Houthi per costringerli ad aprire le strade e a porre fine all’assedio soffocante e quotidiano sui civili”.

In Yemen è in corso una delle crisi umanitarie peggiori della storia; si tratta di un conflitto di lunga data con risvolti geopolitici complessi di cui hanno pagato le conseguenze più dure i civili. Tra il 1998 e il 2014 il tasso di povertà è cresciuto esponenzialmente fino a raggiungere il 94,68% nel 2014. L’anno seguente, l’Arabia Saudita, a capo della Coalizione filo-governativa anti-Houthi, ha iniziato a bombardare le postazioni dei ribelli presenti in Yemen, contribuendo all’aggravarsi del conflitto. 

Il Movimento Houthi, il quale riceve sostegno logistico-finanziario da parte di Teheran dal 2004, è riuscito nel tempo a sviluppare un identità inclusiva e nazionalista, affianco all’aspetto religioso zaydita. La denominazione del gruppo, modificata nel 2014 in Ansar Allah (i partigiani di Dio), racchiude in sé diverse correnti, talvolta anche in contrasto. Nel redigere la  propria agenda politica, il movimento si rifà infetti a temi vicini al Sunnismo – l’opposizione alla corruzione, l’importanza della stirpe profetica, l’unità musulmana -, ma allo stesso tempo si mostra come parte di un’unica comunità religiosa che parla in nome dell’intero popolo yemenita.

Il supporto fornito da Teheran a Ansar Allah, in linea con la sua strategia militare dell’Asse di Resistenza, non è tuttavia un tentativo per raggiungere un’influenza a breve termine in Yemen. Al contrario, è un tentativo per aprire canali di comunicazione nel Golfo con l’obiettivo di costruire in futuro relazioni più solide, in funzione di contrasto all’egemonia saudita e dei suoi alleati pro-status-quo del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Allo stesso tempo, riconoscendo che lo Yemen rappresenta una priorità per Riyadh, il governo 

iraniano è consapevole che un maggior coinvolgimento e impiego di risorse nel conflitto aumenterebbe il rischio di uno scontro diretto con i Saud, possibilità che Teheran vorrebbe evitare in quanto i costi di un maggior coinvolgimento non compenserebbero gli eventuali benefici.

Alla luce di ciò, se da una parte la tregua in corso in Yemen fa ben sperare per una risoluzione politica e pacifica del conflitto, dall’altra parte sono molti i punti irrisolti e non bisogna dimenticare che, anche se il conflitto yemenita ha una dimensione prettamente locale, è parte delle dinamiche regionali che si ascrivono alla cosiddetta Nuova Guerra Fredda Araba. Pertanto, l’inaugurazione di una nuova fase del conflitto yemenita, in vista di una risoluzione politica e pacifica di quest’ultimo, dipende fortemente anche dalle intenzioni di Arabia Saudita e Iran, i principali attori esterni coinvolti nella guerra in Yemen.

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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