IL RITIRO DEI COLOSSI TECH CINESI DALLA RUSSIA

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Nonostante la diplomazia del Dragone stia invitando a una maggiore cooperazione con il governo russo in campo tecnologico, diversi colossi tech cinesi stanno chiudendo le proprie sedi situate sul territorio della Federazione Russa.

La relazione diplomatica e commerciale tra Cina e Russia è fondamentalmente basata sullo spazio (inteso come conquista e gestione dello spazio extraterrestre), sulla tecnologia e, infine, sulla gestione dei vari tipi di energia, come il petrolio e il gas. Mentre le aziende tecnologiche occidentali si stanno apertamente ritirando dalla Russia, l’ambasciatore cinese Zhang Hanhui ha difeso la cooperazione hi-tech tra i Pechino e Mosca, che non dovrebbe essere “influenzata da altri fattori“. Queste parole di difesa sono state pronunciate più volte dall’inizio del conflitto in Ucraina.

Eppure, passando alla concretezza dei fatti, il Partito comunista cinese sta attuando una serie di manovre e di misure riguardanti la guerra russo-ucraina che non stanno aiutando le aziende cinesi presenti sul suolo russo a rimanere e che le sta portando a imitare, almeno in parte, l’atteggiamento occidentale. Da un lato, queste manovre e misure includono le dichiarazioni di tutela dell’integrità territoriale ucraina, dall’altra il riutilizzo costante della propaganda russa in ottica anti Nato e anti Usa, funzionale alla narrazione del governo di Pechino nell’area asiatica-pacifica. Il risultato finale è un’ambiguità che è sì strategica sul piano diplomatico ma che per le aziende private si sta trasformando in un rompicapo complicato da risolvere e da attuare. 

Le ultime parole dell’ambasciatore Zhang sono state La cooperazione nel campo della scienza e della tecnologia è libera da interferenze da parte di altri fattori e viene portata avanti in modo indipendente”, aggiungendo che entrambe le parti “continueranno a promuovere la cooperazione in questo campo nello spirito del mutuo beneficio“. Ma queste parole non sembrano rispecchiare la realtà, perché le big tech cinesi non si stanno muovendo in questa direzione e stanno, infatti, chiudendo le loro sedi in Russia.

Un esempio è costituito da Xiaomi, multinazionale che opera nel campo dell’elettronica di consumo, o ancora Lenovo, azienda produttrice di personal computers. Un altro esempio è la multinazionale Huawei, la quale sta rallentando le sue attività commerciali e di vendita sul suolo russo. La ragione? Queste aziende provano un forte timore di essere colpite dalle sanzioni mosse contro la Federazione russa. L’economia cinese, dipendente dalle importazioni e dalle esportazioni tecnologiche e dei semiconduttori, non può sostenere sanzioni del genere e deve cautelarsi. Nel medio periodo, c’è da aspettarsi la chiusura di più sedi russe delle multinazionali big-tech cinesi.

Nata sotto il segno del Toro, è barlettana di origine ma romana di adozione. Dopo aver acquisito il diploma di laurea triennale in Mediazione Linguistica alla SSML “Carlo Bo” di Bari, nel 2020 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi Internazionali di Roma con una tesi in geopolitica, incentrata sul profilo identitario di Hong Kong e sul ruolo che ricopre nel rapporto antagonistico tra Cina e Stati Uniti.
Appassionata di Estremo Oriente da tempo immemore, dal 2019 studia il cinese e si interessa alla strategia di ascesa politica ed economica della Cina a livello internazionale e alle dinamiche di potere che intrattiene con le altre nazioni; un giorno, spera di riuscire a metterci piede fisicamente. Incuriosita dall’ambiente giovanile, stimolante e professionale dello IARI, è entrata a farne parte nell’aprile del 2021 in qualità di membro della redazione “Asia e Oceania”.

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