Dopo Uvalde, anche in Canada si riaccende il dibattito sulle armi da fuoco

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Fonte Immagine: https://www.dw.com/en/canada-announces-new-bill-to-freeze-handgun-sales/a-61981609

A seguito della sparatoria nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, che ha provocato la morte di 19 bambini e due adulti, e dell’assalto in un supermercato di Buffalo, nel quale sono rimasti uccise 10 persone, il dibattito sulle armi da fuoco si è riacceso anche in Canada, dove il Partito Liberale ha proposto una nuova legge volta a imporre nuove, severe restrizioni sul possesso e sul commercio di armi da fuoco.

Secondo il Dipartimento di Giustizia del Canada, il 26% dei nuclei familiari nel paese possiede un’arma da fuoco, rispetto al 48% delle famiglie statunitensi. Complessivamente, 3 milioni di canadesi detengono collettivamente un totale di 7 milioni di armi da fuoco, perlopiù armi lunghe, di cui 1,2 milioni sono soggette per legge a restrizioni. 

Circa il 70% dei detentori di armi le utilizza per la caccia, in un paese in cui l’attività venatoria è estremamente diffusa, mentre la percentuale di canadesi che indica la difesa personale o della proprietà come motivo principale per il possesso di armi è estremamente bassa, attestandosi sotto la soglia del 5%. 

Negli ultimi dieci anni, il numero di armi da fuoco importate in Canada per l’uso da parte di privati ​​è diminuito considerevolmente. Nel 1990, il numero di armi in entrata nel paese superavano di dieci volte quelle esportate. Il rapporto è diminuito sensibilmente negli ultimi anni, fino quasi a raggiungere la parità.

A partire dal 2014, secondo il Canadian Centre for Justice and Community Safety, le vittime di violenza armata sono aumentate significativamente. Il numero dei reati di questo tipo è più alto nelle zone rurali rispetto ai centri urbani, dove tuttavia la percentuale di casi implicanti l’uso di armi da fuoco è più elevato rispetto al totale di crimini violenti. Negli ultimi anni, le regioni maggiormente affette dall’aumento della violenza armata sono la Columbia Britannica, l’Ontario, l’Alberta, i Territori del Nordovest e la Nuova Scozia.

Sebbene il fenomeno delle stragi commesse con armi da fuoco sia assai più circoscritto che negli Stati Uniti, la storia recente del Canada è comunque costellata di tragici episodi. Tuttavia, rispetto a quanto accade oltreconfine, queste vicende hanno condotto negli anni a una legislazione assai più restrittiva sul commercio e il possesso di armi da fuoco.

Il 6 dicembre del 1989, lo studente Marc Lépine fece irruzione in un’aula di ingegneria presso l’École Polytechniquedi Montréal, impugnando una carabina Ruger semiautomatica acquistata legalmente. Dopo aver allontanato i maschi, aprì il fuoco sulle studentesse, uccidendo 14 ragazze e ferendone altrettante prima di rivolgere l’arma contro sé stesso.

A seguito della strage nella métropole, venne costituita la Coalition for Gun Control, i cui sforzi condussero all’approvazione di una nuova legge federale sul controllo delle armi da fuoco, il Canada Firearms Act, con l’approvazione del disegno di legge C-68 nel dicembre 1995.

Il provvedimento portò all’implementazione di un nuovo sistema di licenze, rendendo obbligatoria la registrazione delle armi da fuoco e dei relativi proprietari. Inoltre, stabilì la messa al bando delle pistole a canna corta e delle armi calibro .25 e .32, con l’eccezione di quelle possedute al momento dell’entrata in vigore del divieto (grandfather clause). La maggior parte delle disposizioni del disegno di legge è entrata in vigore nel 1998, mentre nel 2003 è stata resa obbligatoria anche la registrazione delle armi lunghe. 

Più di recente, il 18 aprile 2020, il cinquantunenne Gabriel Wortman, travestitosi da ufficiale della Royal Canadian Mounted Police, aggredì sua moglie Lisa Banfield a Portapique, in Nuova Scozia. Diede quindi inizio a una lunga fuga attraverso la provincia canadese, nel corso della quale uccise 22 persone a colpi d’arma da fuoco, ferendone altre sei. A dodici ore di distanza dal primo attacco, Wortman venne ucciso dalle Giubbe Rosse presso la cittadina di Enfield, a nord di Halifax. 

Wortman perpetrò l’attacchi adoperando quattro diverse armi: un fucile Colt in uso presso le forze dell’ordine, una carabina Ruger Mini-14 (la stessa utilizzata trent’anni prima nella strage di Montréal) e due pistole semiautomatiche, una Ruger P89 e una Glock GmbH. 

L’uomo non era munito di regolare licenza e non era quindi autorizzato al possesso di armi da fuoco. Ciononostante, appena dodici giorni dopo la strage, il 1° maggio 2020, con un decreto legislativo (Order-in-Council), il governo federale canadese mise al bando oltre 1.500 diverse armi d’assalto, tra cui il Ruger Mini-14. 

Al tempo stesso, venne approvata un’amnistia per i possessori delle armi oggetto di recente divieto, al fine di consentire in tempo utile la disattivazione, la distruzione o l’esportazione verso paesi nei quali il possesso fosse regolarmente consentito.

Dopo la sparatoria a Uvalde dello scorso 24 maggio, il governo canadese ha ripresentato una versione rafforzata del Bill C-21, una proposta di legge per il rafforzamento del controllo sulle armi da fuoco che era stata avanzata in prima istanza a febbraio 2021, ma che si era arenata in parlamento con le ultime elezioni federali.

Il provvedimento prevede l’attuazione di un blocco nazionale sull’acquisto, l’importazione, il trasferimento e la messa in commercio di pistole, rafforzando le sanzioni contro il contrabbando e traffico illegale di armi da fuoco e consentendo al tempo stesso alle amministrazioni municipali di approvare statuti che vietino determinati modelli nelle relative giurisdizioni.

In caso di approvazione, i giudici potranno imporre la confisca di armi da fuoco ai soggetti che abbiano commesso atti di violenza domestica, molestie o stalking, oppure che siano sottoposti a procedimenti penali. È inoltre previsto il meccanismo della red flag, che consentirebbe di far pervenire denunce anonime su possibili comportamenti a rischio, quali minacce di autolesionismo o violenza contro terzi, consentendo alle forze dell’ordine il sequestro preventivo delle armi in possesso dell’individuo segnalato.

Alcuni gruppi per la difesa dei diritti delle donne, in una lettera congiunta, hanno chiesto al governo di depennare la red flag dalla proposta di legge, asserendo che tale disposizione scaricherebbe la responsabilità della denuncia dei soggetti a rischio dagli organi di polizia sulle potenziali vittime.

In aggiunta alla proposta di legge, il ministro della pubblica sicurezza Marco Mendicino ha annunciato l’avvio, entro fine anno, di un programma federale di riacquisto obbligatorio delle armi messe al bando con il decreto del 1° maggio 2020. Bill Blair, il ministro della sicurezza e della preparazione alle emergenze, ha giustificato la misura affermando che “in Canada possedere un’arma è un privilegio e non un diritto”, diversamente dagli Stati Uniti.

Nonostante l’intensità del dibattito sul gun control sia inferiore rispetto a oltreconfine, in Canada, come negli Stati Uniti, i conservatori si oppongono alla stretta sulle armi. Le principali obiezioni al provvedimento proposto dal governo Trudeau, che dovrebbe passare con il sostegno del Nuovo Partito Democratico, sono due. 

La prima è che il vero problema della violenza con le armi da fuoco, in Canada, non sarebbero tanto le stragi commesse da “lupi solitari”, bensì la violenza tra gang e organizzazioni criminali, perpetrata con armi da fuoco detenute illegalmente. Questa considerazione è ineccepibile. Secondo il Ministero della pubblica sicurezza, negli ultimi dieci anni gli omicidi legati alle guerre tra bande nelle principali città canadesi sono raddoppiate. Dei 743 omicidi registrati nel 2020, il 20% è collegato al crimine organizzato e alle bande di strada.

La seconda critica mossa al governo Trudeau è quella di avere promosso negli anni misure atte a colpire gli onesti proprietari di armi da fuoco, anziché il contrabbando transfrontaliero. In realtà, in aggiunta al giro di vite sul traffico illegale di armi previsto con il Bill C-21, negli ultimi anni l’esecutivo è stato molto attivo nel contrasto a questa tipologia di crimine.

Uno dei provvedimenti più importanti nella lotta al traffico illegale di armi da fuoco è stata, nella primavera 2021, l’istituzione di un’apposita task force congiunta tra l’agenzia federale canadese per i controlli doganali (Canada Border Services Agency o CBSA) e il dipartimento statunitense per le investigazioni sul crimine transfrontaliero (Homeland Security Investigations o HSI), in accordo con l’amministrazione Biden.

Il compito primario della task force è quello di garantire il flusso di intelligence al fine di rilevare e intercettare i carichi illegali di armi, munizioni ed esplosivi destinati al contrabbando tra Stati Uniti e Canada, garantendo al contempo che il movimento legale di beni e servizi rimanga ininterrotto.

Inoltre, nei primi mesi del 2020, la sezione della CBSA della Greater Toronto Area (GTA), sottoposta al Ministero della pubblica sicurezza, ha istituito il Firearms Interdiction Team (FIT), con il compito di ostacolare l’importazione di armi e componenti illegali nel paese. Solamente nel primo anno di attività del FIT, gli ufficiali di frontiera hanno sequestrato oltre 5.000 armi da fuoco introdotte illegalmente in Canada dall’estero. 

Sebbene i conservatori accusino Trudeau e il Partito Liberale del Canada di sfruttare la tragedia di Uvalde a scopi propagandistici, le organizzazioni per il controllo delle armi da fuoco plaudono l’operato dell’esecutivo. In particolare, Wendy Cukier, presidente della già citata Coalition for Gun Control, ha accolto con favore il Bill C-21, affermando che la stretta sulle pistole promossa dal governo federale potrebbe rappresentare un punto di svolta per il contrasto alla violenza armata nel paese.

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