Se Visegrád non c’è più (per ora)

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Il gruppo di Visegrád non è mai stata realtà strategica quanto piuttosto una comunione di (alcuni) interessi contingenti. Se questi crollano Visegrad segue, per il momento.

Il Gruppo di Visegrád, composto dalla Polonia, dall’Ungheria e dai due Paesi dell’ex Cecoslovacchia, ha costituito per anni un’ipotetica unione all’interno dell’UE, con le sue peculiarità e la sua visione strategica. Questo almeno è ciò che veniva sostenuto in più contesti, ciecamente. Peccato infatti che in realtà i membri del gruppo non abbiano mai elaborato una strategia comune, non posseggano comunanze di interessi generali, non abbiano mai elaborato una postura geopolitica uniforme né le proprie popolazioni si siano mai sentite parte di un vero percorso comune. Ma allora perché Visegrád esisteva (ed esiste) riuscendo al contempo addirittura a generare tante illusioni sulle proprie potenzialità di trasformarsi in qualcosa di più?

Divergenze interne

Quattro Paesi, tutti e quattro all’interno dell’UE e tutti e quattro all’interno della Nato, certo, ma in modo differente. Partiamo dalla fine: esaminare l’appartenenza all’alleanza atlantica permette di designare un buon quadro della situazione rispetto alle differenze che intercorrono tra i quattro Paesi. Tra questi è la Polonia che può essere considerato il membro più entusiasta della Nato: maggiormente militarizzata (si avvicina al 2% di spesa militare rispetto al PIL), fortemente russofoba (dunque avanguardia utile per la frontiera orientale Nato in direzione di Mosca) e con un occhio sempre puntato su Washington, gancio utile per la propria sopravvivenza in mezzo ai suoi due carnefici di sempre, ovvero Russia e Germania. Repubblica Ceca e Slovacchia hanno invece mostrato negli anni un’appartenenza meno aggressiva all’interno dell’alleanza, affiancandosi alla posizione tedesca – con cui sono notevolmente legate anche dal punto di vista economico – e cercando di trovare un equilibrio tra una posizione avversa a Mosca e una invece più morbida.

Infine arriva Budapest: l’Ungheria non ha mai mostrato granché impegno all’interno della Nato, strumento utile ma quanto basta, sicuramente impossibile da utilizzare come Varsavia, pena la rovina dei propri rapporti speciali con Mosca. A differenza della Polonia infatti l’Ungheria ha vissuto per meno parte della propria storia la presenza russa, protetta anche dalla catena dei Carpazi che ha reso meno frequente l’arrivo dei russi nella pianura pannonica.

Kiev amplia la frattura

Il dossier Ucraina divide poi ulteriormente i quattro Stati, a maggior ragione in seguito all’invasione russa: se la Polonia è lo stato più apertamente e convintamente al fianco di Kiev, nonostante i contrasti che ne hanno caratterizzato storicamente il rapporto, e lo spazio dell’ex Cecoslovacchia si è confermato sempre ambiguo ma comunque a sostegno di Kiev, ben diverso è il discorso di Budapest. L’Ungheria nel dossier Ucraina conferma il legame che la unisce al Cremlino e si è sempre mostrato scarsamente solidale con Kiev. In particolare in seguito all’invasione russa il premier ungherese Orbán, corroborato e incoraggiato dalla riconferma popolare ottenuta due mesi fa, mantiene il suo Paese lontano dalla guerra e da Kiev, dichiarandolo esplicitamente e motivando tale scelta con i pericoli che il conflitto reca con sé in termini di crisi economica ed energetica. Orbán intende infatti continuare a cavalcare il ruolo di paladino degli interessi nazionali magiari anche a costo di isolarsi nel contesto geopolitico occidentale, come sta avvenendo.

Lo sguardo di Orbán ai Carpazi

Non sono un mistero gli interessi ungheresi nella Transcarpazia ucraina, regione con una presenza magiara e che vanta una storica appartenenza all’Ungheria. Della sognata volontà del leader ungherese di riappropriarsi della regione si discetta da tempo; è rilevante però come la convinzione che tale volontà esista sia stata di recente sottolineata anche dall’ex ministro degli esteri polacco e attuale europarlamentare Sikorski che in un tweet di marzo affermò come a suo parere Orbán avesse raggiunto un accordo con Putin per la spartizione dell’Ucraina. Commento non male da parte di un importante esponente politico della Polonia, ovvero del Paese con cui Budapest forma la coppia principale all’interno di Visegrad. Orbán di fatto continua nel proprio allineamento al Cremlino e nel contrasto a ogni politica che supporti Kiev: non lo fa certo per fare un piacere a Putin, quanto per perseguire il proprio sogno di Grande Ungheria, mai tramontato tra i paesaggi della pianura pannonica e rinverdito con le politiche dell’attuale leader magiaro.

Collanti di Visegrád

Ma cosa accomunava dunque il gruppo? Il collante che ha messo insieme e tenuti sostanzialmente uniti i membri di Visegrád non è di natura valoriale né strategica quanto rappresentato dalla traiettoria storica comune vissuta da questi Paesi, tutti usciti dal blocco sovietico riacquistando piena sovranità solo di recente e per questo motivo restii a qualunque cessione della propria sovranità – appena riconquistata – a entità sovranazionali quali le istituzioni comunitarie dell’Unione Europea. È stata dunque la loro asincronia storica rispetto all’Europa occidentale ad accomunare i quattro membri: il loro pieno storicismo, frutto proprio della recente riconquista della sovranità, non permetteva loro di porsi nei confronti delle regole e dei processi comunitari allo stesso modo dei partner occidentali, pienamente immersi nel post-storicismo.

L’unione nel contrasto alle politiche comunitarie

Soprattutto Polonia e Ungheria, i due membri più importanti, sono dunque accomunati dalle modalità con cui stanno dentro l’occidente e in particolare nella postura verso l’Europa occidentale, regione vista all’interno di Visegrád come entità che persegue l’obiettivo di allargare nell’Europa orientale il proprio modello di democrazia liberale spingendo verso una continua e progressiva cessione di sovranità a entità sovranazionali quali l’Unione Europea. Ma in questa parte d’Europa, che ha riacquistato sovranità solo di recente con la caduta della cortina di ferro, la cessione di sovranità e la perdita di identità non sono negli orizzonti possibili allo stato attuale. Così il gruppo di Visegrad ha trovato coesione e convergenze nel dialogare su questioni inerenti l’Unione Europea mentre la disarmonia concernente opinioni e posizionamenti nei confronti della Russia ha costituito un punto spesso evitato per impedire lo sfaldamento del gruppo. Al contempo il loro interesse economico nell’Unione Europea, fonte di sviluppo economico per l’area, rende la loro appartenenza imprescindibile e una loro uscita dall’UE impensabile. I Paesi di Visegrád rimangono dunque agganciati all’ovest ma a modo loro, sfruttandone appieno i benefici ma restando con un piede ben piantato nella storia, senza volersi lasciare andare a eccessivi slanci di passione comunitaria.

Visegrád si spezza…

Alla luce di quello che è stato detto risulta chiaro come la contingente urgenza del dossier russo rappresenti un importante pericolo per la tenuta del gruppo che oggi infatti non regge più. Visegrád è di fatto giunto a un punto morto, con la Polonia che sta spingendo forte sul supporto a Kiev ponendosi come avanguardia del fronte antirusso, Repubblica Ceca e Slovacchia che supportano le preoccupazioni magiare circa la propria dipendenza energetica da Mosca – ricercando assicurazioni sulle decisioni di embargo alle forniture russe – e Budapest che invece si fa avanguardia russofila. Ma se Praga e Bratislava danzano nel mezzo senza tuttavia spingersi fino allo scontro con l’occidente, la spaccatura in Visegrád si consuma soprattutto nella rottura della corda tirata dai due estremi opposti di Varsavia e Budapest, con quest’ultima sempre più isolata nel campo occidentale per la vicinanza a Mosca e l’avversione a Kiev.

…ma non muore

L’allineamento tra polacchi e ungheresi non regge più e così Visegrád è oggi forse al punto più basso della sua storia. È tuttavia ingenuo considerare questo come il capitolo finale dell’alleanza: si potrebbe dare per certa la morte di Visegrád ipotizzandone e descrivendone la nascita per comunanze di ideali e di visione strategica. È tuttavia proprio questa narrazione a essere errata: l’unione si è infatti sempre tenuta insieme soprattutto per la contingenza di interessi dei loro membri nel contrasto a una serie di imposizioni provenienti da occidente, specie dalle istituzioni comunitarie. Ed è intorno a questi elementi – e proprio grazie a essi – che il gruppo di Visegrád è destinato a proseguire una volta superato l’apice della tensione tra i suoi due membri principali. Possono cambiare i contesti e variare le modalità ma gli interessi di Visegrád rimangono vivi e dunque rappresentano una spinta sufficiente a cooperare ancora in un futuro più o meno breve.

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