LIBIA, IN BILICO TRA CAOS ED ELEZIONI MANCATE

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Fonte Immagine: Anadolou Agency

La Libia sta attraversando una complessa fase di transizione politica e ha bisogno di istituzioni elette democraticamente in grado di fornire sicurezza alla popolazione per non ripiombare nel caos.

Mentre l’attenzione mediatica si focalizza principalmente sul conflitto in Ucraina, da settimane il caos è ripiombato in Libia. Sul fronte interno, due fazioni politiche interne si stanno contenendo la sovranità del paese. Da una parte, ilGoverno di unità nazionale, con sede a Tripoli, a guida del premier a interim Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh; dall’altra, il Governo di stabilità nazionale, con sede a Tobrouk, sotto la guida dell’ex Primo Ministro FathiBashagha. 

Niente di nuovo per la Libia in quanto dal 2014 il paese è spaccato in due tra Tripolitana e Cirenaica, rispettivamente la parte occidentale e orientale. Cambiano le personalità, ma la situazione resta la stessa di qualche anno fa quando c’erano Al-Sarraj e Haftar a contendersi il paese. Oggi, mentre il primo è uscito di scena, il secondo continua a esercitare una significativa influenza politica e non sembra disposto a rinunciare al su potere.

Per comprendere come si è arrivati nuovamente a tale situazione di stallo, è necessario fare un passo indietro e ripercorre i principali avvenimenti che hanno caratterizzato la situazione politica interna del paese negli ultimi due anni circa.

Pochi mesi dopo la fallimentare campagna militare intrapresa da Haftar per la conquista di Tripoli, le due fazioni rivali – rappresentate dal Governo di unità nazionale e la Camera dei rappresentanti di Tobrouk – sono giunte a un accodo di cessate-il-fuoco il quale è stato formalizzato ufficialmente a ottobre 2020.

A fine gennaio dello scorso anno, le Nazioni Unite hanno annunciato i candidati del governo di transizione libico, incaricati di nominare i tre membri del Consiglio Presidenziale e un Primo Ministro. I 75 partecipanti sono figure locali e regionali, le quali rappresentano le diverse fazioni politico-militari coinvolte nella crisi libica, e il cui compito sarebbe stato quello di supervisionare i preparativi delle elezioni nazionali previste il 24 dicembre 2020.  

Il giorno precedente tale data l’Alta Commissione per le elezioni nazionali (High National Elections Commission) ha annunciato il rinvio delle elezioni a causa di faglie nelle legislazioni elettorale e diversi ricorsi relativi all’ammissibilità dei candidati. A oggi, niente è stato ancora stabilito.

Già prima dell’annuncio relativo al rinvio delle elezioni presidenziali, molti erano scettici riguardo il loro effettivo svolgimento. Infatti, se a partire dall’estate 2020 abbiamo assistito a un raffreddamento della guerra civile in ibia, tuttavia, sono continuate a permanere forti divisioni all’interno dell’esecutivo e sono emerse con il diffondersi d’indiscrezioni riguardo i possibili candidati diverse polemiche.

Oltre al nome dell’attuale Premier Abdulhamid Dabaiba, mal visto da gran parte dei libici, già da mesi trapelava quello di Khalifa Haftar, vicino al Cairo e ad Abu Dhabi, e del figlio del colonnello Gheddafi, Saif Al-Islam Gheddafi, sostenuto da Mosca. Nonostante le accuse di crimini internazionali il figlio del rais è stato ammesso alle presidenziali grazie alla decisione della Corte di appello di Sebha.

L’11 febbraio un commando d’individui non identificati ha aperto il fuoco contro l’auto del Premier libico Abdel Hamid al-Dbeibah mentre quest’ultimo era in viaggio verso casa. L’accaduto è avvenuto nella giornata in cui a Tobruk si sono svolte le votazioni della Camera dei rappresentanti per la scelta di un nuovo premier a interim, le quali hanno portato alla nomina di Fathi Bashagha, incaricato di formare un nuovo governo e far approvare gli emendamenti della dichiarazione costituzionale.

A seguito della caduta del regime di Gheddafi nel 2011, e è seguita una terribile guerra civile, diventata progressivamente un conflitto regionale e internazionale a tutti gli effetti. Tribù locali, gruppi di mercenari e stati terzi hanno sfruttato i vuoti di potere offrendo il proprio sostegno alle due principali fazioni interne rivali.

La Libia è in transizione dal 2011 e oggi, più che mai,  ha bisogno d’istituzioni elette democraticamente in grado di fornire sicurezza alla popolazione per non ripiombare nel caos, come successo in seguito della deposizione di Gheddafi. Tuttavia, il territorio statale è fortemente frammentanto: le tre regioni storiche che compongono il paese – Tripolitania, Cirenaica, Fezzan – appaiono come monadi incomunicabili;   mercenari e gruppi armati governano localmente.

A inizio dicembre scorso l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, ha rivelato la presenza di 20.000 forze straniere e mercenarie in Libia, descrivendo questa situazione come una terribile violazione della sovranità nazionale. Lo scorso anno migliaia di siriani, per lo più giovani al di sotto dei trent’anni, sono stati reclutati da Ankara per combattere nel paese nord-africano con la promessa di remunerazioni o altri incentivi.

Gran parte di questi avevano militato nelle file dell’opposizione siriana a seguito dello scoppio della Primavera araba, Ankara, tuttavia, non è il solo paese invischiato nei flussi di foreign fighters che hanno interessano la Libia negli ultimi anni. A maggio 2019 un rapporto della Commissione dell’ONU ha rivelato che due compagnie commerciali, con sede a Dubai, Lancaster 6 DMCC e la Opus Capital Asset Limited FZE, sono state coinvolte nell’invio di combattenti, occidentali e sudafricani, i quali hanno militato nelle fila di Khalifa Haftar il quale, tutt’oggi, controlla gran parte della Cirenaica.

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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