IL GENOCIDIO SENZA RESPONSABILI

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Fonte Immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Golden_Temple_Amritsar_Gurudwara_(cropped).jpg

Il referendum tenutosi a Brescia lo scorso 8 maggio per la secessione del Punjab è il segno che il progetto del Khalistan anima ancora le speranze di molti sikh, mentre si avvicina il 38° anniversario dell’operazione militare che segnò una profonda frattura tra il governo indiano e la popolazione sikh.

Lo scorso 8 maggio, migliaia di indiani di fede sikh provenienti da varie parti di Europa si sono riuniti a Brescia per il referendum organizzato dall’associazione Sikhs For Justice (SFJ), che vede come obiettivo la creazione del Khalistan, un Paese indipendente fondato sul sikhismo, sul territorio dell’attuale Punjab indiano (a maggioranza sikh) e del Punjab pakistano.

Non si tratta di un’aspirazione di recenti natali: ha infatti origine ai tempi della colonizzazione britannica, e ha visto i suoi maggiori sviluppi nel corso degli anni ’80. Oggi il movimento per il Khalistan non ha più la sua base sul territorio indiano e gran parte del suo sostegno, anche economico, proviene dai punjabi emigrati all’estero  ̶  tuttavia è un sogno tutt’altro che svanito, e l’aspra opposizione che il governo indiano vi ha manifestato negli anni suggerisce  che è ancora in grado di impensierirlo.

In questi giorni ricorre il 38° anniversario di un evento che ha segnato profondamente il movimento per il Khalistan, ancorandone le radici ideologiche, ed ha causato nella popolazione sikh un’indignazione che perdura fino ad oggi: l’Operazione Blue Star.

Pianificata dall’allora primo ministro Indira Gandhi, leader del Congresso Nazionale Indiano, e portata a compimento tra il 1 e il 10 giugno 1984, l’Operazione Blue Star intendeva essere la risorsa decisiva nella battaglia del governo indiano contro il Dharam Yudh Morcha, movimento guidato da Jarnail Singh Bhindranwale.

Il movimento aveva lo scopo indefettibile di ottenere l’accoglimento integrale della risoluzione di Anandpur Sahib,  formulata dal partito punjabi Shiromani Akali Dal (SAD) in un contesto di dispute del Punjab con il governo centrale e con lo stato di Haryana per questioni religiose, economiche e territoriali che si protraevano da anni. Il fallimento delle trattative tra il SAD e il governo aveva infatti diffuso in un’ala del partito e in molti giovani sikh il sentire che l’unica via per ottenere il riconoscimento e il rispetto dell’identità sikh e delle richieste del Punjab fosse la militanza.

Questo intransigenza trovò la propria guida in Bhindranwale, non nuovo a episodi violenti e determinato a ottenere l’accettazione della risoluzione con ogni mezzo.  La risoluzione di Anandpur Sahib aveva come scopo fondamentale l’ottenimento di maggiore autonomia per il Punjab e la difesa dell’identità dei sikh, ritenuta minacciata e vittima di interferenze e ostilità. 

Nonostante lo stesso presidente del SAD, Harchand Singh Longowal, avesse dichiarato che il documento non costituisse in alcun modo un’istanza secessionista, il primo ministro Indira Gandhi lo interpretò come tale, preoccupata per i tumulti causati dal movimento e, probabilmente, per la reazione che l’elettorato induista avrebbe avuto nel caso di un atteggiamento troppo permissivo del governo. 

Il primo ministro aveva già in passato trovato nei sikh delle forti resistenze alla sua azione di governo, come nel caso della sospensione dello stato di diritto avvenuta tra il 1975 e il 1977, quando in India venne dichiarato lo stato di emergenza dall’allora presidente Fakhruddin Ali Ahmed, su proposta di Indira Gandhi. Delle 140.000 mila persone arrestate in quel periodo, si stima che più di un terzo fossero sikh, i quali si opposero strenuamente.  Il Dharam Yudh Morcha era percepito sempre più dal primo ministro come una minaccia per il Paese, la quale si riteneva essere supportata e finanziata da quello che era il principale nemico dell’India, ovvero il Pakistan. Porvi fine era diventato un obiettivo prioritario che vedeva nell’Operazione Blue Star il proprio compimento.

L’operazione militare aveva lo scopo di eliminare le figure chiave del movimento, ossia Jarnail Singh
Bhindranwale, Amrik Singh e Shabeg Singh, i quali avevano posto la loro base nel Tempio d’Oro, luogo sacro della religione sikh. L’esercito entrò dunque ad Amritsar, in Punjab, e il 3 giugno circondò il Tempio d’Oro. In quei giorni vi si trovavano fino a 10.000 pellegrini, che si ritrovarono bloccati all’interno e ignari di quello che stesse accadendo.

Nonostante il governo in seguito affermò che il luogo di culto fosse stato evacuato, tutte le testimonianze dirette riportano che i fedeli non fossero stati avvisati né dell’imminente attacco, né dello stretto coprifuoco che era stato implementato. Il massiccio attacco da parte dell’esercito indiano vide il contrattacco dei militanti e si protrasse per diversi giorni, risultando in un gran numero di vittime, sia tra le fila dell’esercito che tra i militanti  ̶  ma soprattutto tra i fedeli e i pellegrini che si trovavano nel luogo di culto.

Le stime ufficiali contano poco più di 500 morti tra i civili, ma negli anni stime ulteriori hanno ipotizzato tra le 5000 e le 7000 vittime civili: le uccisioni non sarebbero avvenute solo nel contesto dello scontro, ma come deliberati atti di violenza da parte di membri dell’esercito nei confronti di fedeli sikh che si trovavano all’interno del Tempio o che cercavano di allontanarsi. E’ stato inoltre testimoniato, e in seguito ammesso anche dal governo indiano, il furto di migliaia di manufatti dall’interno del Tempio; le informazioni riguardo la loro presunta restituzione sono tuttavia sempre state vaghe. Inoltre la biblioteca del complesso sacro venne data alle fiamme, causando la distruzione di numerosissime reliquie e manoscritti. 

Questo evento scosse profondamente in tutto il mondo i membri della comunità sikh, che vide nell’Operazione un attacco alla stessa anima della loro religione; la prospettiva di un Punjab completamente indipendente dall’India, il Khalistan, iniziò così a dominare i desideri di molti sikh. La deliberata distruzione del luogo più sacro del sikhismo, il vilipendio verso i suoi articoli di fede e la brutalità nei confronti dei fedeli segnarono un momento fondamentale nella memoria collettiva della comunità sikh, e un punto di rottura che non esaurì i suoi effetti nell’arco di quell’estate.

Il 31 ottobre 1984 Indira Gandhi morirà per mano di Beant Singh e Satwant Singh, guardie del corpo del primo ministro, mossi dal desiderio di vendicare la profanazione del luogo sacro e la morte degli innocenti rimasti vittime dell’attacco o delle violenze su cui il governo aveva chiuso un occhio. La successiva morte dei due assassini fornì al movimento per il Khalistan i suoi principali eroi, dichiarati poi ufficialmente martiri dall’Akal Takht di Amritsar.

Ciò che accadde in seguito fu l’episodio più grave di violenza dai tempi della partizione dell’India, paragonabile ai pogrom avvenuti in Europa nei secoli scorsi: quando la notizia della morte del primo ministro Gandhi venne resa di dominio pubblico, un’ondata di violenza verso i sikh si accese a Delhi per poi espandersi nelle ore e nei giorni successivi, con numerose uccisioni e la devastazione delle loro attività, oltre che la persecuzione anche delle famiglie non-sikh sospettate di cercare di aiutarli. Anche la vettura in cui viaggiava il presidente Zail Singh (il primo sikh a ricoprire la carica di presidente dell’India) venne presa di mira dagli assalitori non appena giunse all’ospedale in cui era stato trasportato il primo ministro Gandhi. 

Le aggressioni, registrate in oltre quaranta città in varie parti dell’India, risultarono nella morte di migliaia di sikh. I feriti e le donne vittime di violenza videro in molti casi rifiutata l’assistenza medica negli ospedali. La polizia, quando non partecipava alle aggressioni, assisteva senza intervenire, e diversi testimoni hanno dichiarato che in alcune zone le forze dell’ordine diffusero deliberatamente notizie false volte ad aizzare la popolazione.

L’entità delle aggressioni avvenute in India ai danni dei sikh da parte dei connazionali induisti in quei primi giorni di novembre fu gravissima, sia dal punto di vista umano che politico. Nonostante ci si riferisca spesso a questo episodio come a un caso emblematico di intolleranza religiosa del popolo, sarebbe più giusto classificarlo come una caso emblematico di violenza di Stato: da rappresentanti dello Stato voluta, tollerata  o promossa.

I gruppi di assalitori basavano la propria azione su delle liste in loro possesso, che riportavano informazioni dettagliate sui sikh presenti nel loro vicinato: i loro nomi, il loro indirizzo, l’indirizzo delle loro attività. Conducevano le aggressioni armati di spranghe di ferro, kerosene e polveri infiammabili, tornando più volte nei luoghi indicati per accertarsi di aver ucciso tutte le persone presenti sulla lista. La velocità di organizzazione, la meticolosità e la calma con cui le aggressioni furono perpetrate, come fossero una missione più che un impulso, hanno indotto degli analisti a ipotizzare che si sia trattato di un piano predefinito che aspettava soltanto un pretesto  ̶  teoria sostenuta anche da diversi partiti che si oppongono al Congresso Nazionale Indiano.

Sono noti i nomi dei membri del partito che incitarono le folle, distribuendo le armi e le liste, così come sono noti anche i nomi di alcuni ufficiali delle forze dell’ordine che collaborarono alle aggressioni e ne nascosero le prove; ciononostante le vittime e le loro famiglie non hanno ottenuto giustizia né sufficienti riparazioni in questi decenni: sebbene si siano susseguite diverse commissioni per indagare sulle aggressioni, la prima sentenza di uno dei protagonisti d’alto profilo dei crimini di quel novembre è arrivata solo nel 2018.  


Gran parte di loro hanno continuato relativamente indisturbati le proprie carriere: nonostante le tiepide scuseespresse da Sonia Gandhi, nuora di Indira e leader del Congresso Nazionale Indiano, e da suo figlio Rahul Gandhi,  Jagdish Tytler, protagonista di molte testimonianze presentate dai sopravvissuti al massacro, è tutt’ora membro del partito e intrattiene con i suoi leader importanti relazioni politiche. Negli anni si è parlato più volte della parabola di violenze culminate nell’Operazione Blue Star e nei pogrom del successivo novembre usando il termine “genocidio”, e recentemente è stato riconosciuto come tale anche dall’Assemblea Legislativa dell’Ontario, in cui gli indiani rappresentano la minoranza etnica più numerosa. Il termine è stato invece sempre rifiutato dal governo indiano, così come è sempre stato fermamente negato il ruolo dello Stato nel massacro.

A riguardo la posizione dell’attuale partito al governo, il Bharatiya Janata Party, è piuttosto ambigua: l’India, sotto il governo di Narendra Modi, criticò infatti la risoluzione dell’Ontario e nel 2019 chiese e ottenne la rimozione di un memoriale intitolato “1984 Sikh genocide memorial” da una biblioteca negli Stati Uniti; ciononostante il BJP negli anni ha più volte utilizzato l’Operazione Blue Star e i successivi massacri come strumento con cui attaccare il Congresso Nazionale Indiano, usando dure parole di condanna. In occasione della controversia riguardante il memoriale, il Console Generale indiano di New York dichiarò che i sikh in India non sono soggetti ad alcuna persecuzione  ̶  ma la voce delle vittime racconta la storia di un oltraggio mai dimenticato, e l’India potrebbe in futuro trovarsi costretta ad ascoltarla.

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