L’IMPATTO DELLA CRISI IN UCRAINA SULLA SICUREZZA ALIMENTARE MONDIALE

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L’invasione russa dell’Ucraina determina una condizione di insicurezza alimentare globale, data la rilevanza di questi due paesi in termini di esportazioni di grano nel mondo

L’invasione russa dell’Ucraina ha creato una condizione di incertezza che circonda le filiere globali di approvvigionamento di materie prime e di merci, poiché Russia e Ucraina rappresentano due tra i cinque maggiori esportatori al mondo di grano, frumento, orzo, semi di girasole e potassa (un componente dei fertilizzanti da coltivazione). Molti paesi del Nord Africa e del Medio Oriente importano cereali, grano e orzo per più del 50% da Ucraina e Russia.

Non solo, Kiev è anche uno dei principali fornitori di mais per Unione Europea, Cina, Egitto e Libia. Prima dell’inizio della guerra, il commercio mondiale di prodotti agro-alimentari viveva già una fase di crisi a causa di un aumento vertiginoso dei prezzi dovuto a molteplici cause. In primo luogo, le tensioni diplomatiche tra i paesi OPEC e il resto del mondo hanno portato a un incremento dei costi energetici. In secondo luogo, la pandemia da Covid-19 ha messo in crisi il modello di funzionamento just-in-time delle filiere produttive globalizzate causando problematiche logistiche e sprechi.

Il modello just-in-time non prevede la conservazione di scorte in magazzino, e il flusso di merci viene così gestito da contratti di trasporto ravvicinati nel tempo con carichi minori che rispondono alla domanda. La pandemia da Covid-19 ha interrotto le catene logistiche, e il modello just-in-time è entrato in crisi poiché non essendoci scorte di magazzino è stato difficile recuperare dispositivi medici o microchip necessari alle case automobilistiche e alle imprese digitali. In terzo luogo, si sono verificati una serie di eventi climatici estremi in paesi chiave per il commercio agro-alimentare come Brasile, Argentina, paesi dell’Africa Orientale e Cina, che hanno portato a lunghi periodi di siccità o inondazioni. 

La guerra in Ucraina non ha fatto altro che peggiorare una crisi già esistente, poiché molti terreni lì coltivati sono diventati terreno di battaglia e le infrastrutture chiave della manodopera agricola sono andate distrutte. Non solo, l’occupazione di città portuali come Mariupol, Kherson, Berdyansk, e Mykolaiv sta ostacolando l’accesso al Mar Nero, impedendo così a Kiev di esportare prodotti agro-alimentari via mare verso il Medio-Oriente e i paesi africani.

Inoltre, Russia e Bielorussia sono stati colpiti da sanzioni che hanno ridotto l’esportazione di fertilizzanti, il che ha avuto una ricaduta mondiale poiché questi due paesi insieme costituiscono il 20% dell’export globale di questi prodotti. Oltre alle sanzioni, il governo di Mosca stesso ha deciso di imporre rigide quote massime di esportazione di olio di girasole e di minacciare il blocco totale di esportazioni di cereali e fertilizzanti ai paesi “non amici”. Tutti questi elementi insieme hanno determinato una crisi globale che potrebbe portare a una riduzione del 10% del volume di esportazione di cibo a livello mondiale. Le conseguenze nel breve periodo ricadranno sulle forniture globali di grano e cereali, sui mercati di fertilizzanti e gas naturale, e sui produttori agricoli nella prossima stagione di coltivazione.

Tra i più colpiti, oltre all’Ucraina, ci sono i paesi in via di sviluppo importatori netti di prodotti alimentari che già durante la crisi pandemica hanno sperimentato un aumento dei tassi di malnutrizione della popolazione. Nel lungo periodo, l’impatto maggiore ricadrà sulle esportazioni russe non solo di fertilizzanti, ma anche di gas naturale – per il quale Mosca detiene il 20% del commercio mondiale. Per mitigare la crisi alimentare che questa guerra sta innescando, la comunità internazionale dovrebbe assicurarsi che le sanzioni imposte alla Russia non impattino anche paesi terzi dipendenti dalle sue esportazioni.

Nel quadro dell’impatto globale di questa crisi, qual è la situazione dell’Unione Europea? Il Mercato Unico dell’UE si basa sul principio dei flussi commerciali aperti tra gli Stati Membri, e questa condizione sta venendo meno da paesi come l’Ungheria, che a marzo 2022 ha messo al bando le esportazioni di grano. Se altri paesi seguissero la scelta del governo di Orbán, come la Bulgaria che già ha paventato una simile misura, il Mercato Unico subirebbe delle conseguenze imprevedibili. Essendo auto-sufficiente in termini di prodotti agricoli e di origine animale, il rischio che l’UE corre non è in termini di approvvigionamento alimentare. Piuttosto, l’Europa è dipendente dalle importazioni di energia, fertilizzanti e mangimi per animali, e l’aumento dei prezzi globali di questi prodotti costituisce una preoccupazione per produttori e consumatori a basso reddito. La Commissione Europea ha subito delle pressioni da parte di grandi gruppi d’interesse privati e dai loro rappresentanti politici – il COPA-COGECA, i Popolari Europei, e Macron – affinché venisse momentaneamente congelata la strategia verde dell’UE che prevede che il 10% dei terreni coltivabili vengano destinati alla conservazione della biodiversità. Questi attori hanno richiesto di poter invece aumentare la quota dei terreni da coltivare per incrementare la produzione e quindi l’offerta di prodotti agricoli, ottenendo così una riduzione dei prezzi. La Commissione Europea ha optato infine per una soluzione di compromesso che concede una deroga temporanea per la quale i contadini possono coltivare anche la quota del 10% dei terreni destinati alla conservazione della biodiversità, ma ha comunque ribadito che bisogna rispettare gli obiettivi di medio periodo delle strategie Biodiversity e Farm to Fork per raggiungere quanto prefissato dal Green Deal e dall’accordo sul clima di Parigi. In questo quadro va inserita anche la fazione più ambientalista, che propone una soluzione diversa: ridurre la dipendenza dai fertilizzanti e liberare i terreni destinati al pascolo animale.

Se in Europa non è in gioco la sicurezza alimentare, nei paesi in via di sviluppo in Africa e Medio Oriente questo rischio è concreto. Paesi come Eritrea, Somalia ed Egitto dipendono quasi del tutto dalle importazioni di cereali provenienti da Ucraina e Russia. Paesi come Congo, Sudan, Etiopia, Yemen e Burundi sono relativamente meno dipendenti, ma hanno un contesto socio-economico estremamente fragile per cui non possono adattarsi facilmente all’aumento dei prezzi e diversificare il loro approvvigionamento. Questi paesi hanno assunto una posizione di neutralità, in occasione del voto sulla risoluzione in seno all’Assemblea Generale ONU che condannava l’invasione dell’Ucraina, poiché sotto pressione dell’Occidente ma allo stesso tempo in difficoltà per la loro dipendenza di approvvigionamenti dalla Russia. Ciononostante la Commissione Europea ha varato un pacchetto di aiuti da 554 milioni di euro per i paesi del Sahel e del lago del Chad, sia per renderli autonomi ma anche per impostare una collaborazione per rafforzare il sistema alimentare multilaterale. È fondamentale che l’UE, per evitare di ricevere un atteggiamento di contrasto da parte dei paesi in via di sviluppo come successo con gli aiuti in termini di vaccini per il Covid-19, deve trattare gli interessi in gioco su un piano di reciprocità. 

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