LA ROBOANTE STASI DEL VIAGGIO DI BIDEN IN ASIA

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Fonte Immagine: https://www.italiaoggi.it/news/biden-la-guerra-in-ucraina-accresce-rischi-simili-in-asia-pacifico-202205240759146307

Il dichiarato supporto di Biden a Taiwan in caso di invasione è stata la notizia principale del viaggio di Joe Biden in Asia, ma nasconde altre considerazioni importanti.

Il viaggio del Presidente Joe Biden in Asia ha fatto scalpore soprattutto per aver affermato, in seguito a una domanda della stampa, che gli Stati Uniti sarebbero pronti a difendere Taiwan in caso di aggressione. Tuttavia, il viaggio è servito soprattutto per verificare lo stato di salute delle alleanze statunitensi nella regione indo-pacifica, con particolare riferimento a Corea del Sud e Giappone. Considerate le contingenze, la risposta su Taiwan era la più ovvia possibile, per quanto diplomaticamente un po’ fuori luogo per quanto riguarda la forma. Alla luce della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti non possono mostrare vulnerabilità in Asia-Pacifico e sarebbero certamente disposti a intervenire, dato che il potere regionale cinese derivante dall’assorbimento di Taiwan sarebbe l’ultimo chiodo sulla bara dell’egemonia statunitense. Le stesse ipotesi circolano certamente anche tra i corridoi di Zhongnanhai, dove allo stato attuale i rischi hanno un peso maggiore rispetto alle opportunità.

Considerando quindi più che minime le possibilità di una spiralizzazione nel breve periodo, è interessante segnalare gli elementi che possono condizionare gli eventi nel medio-lungo periodo, che sono in particolare quattro.

Il primo sta nella scelta della nuova Corea del Sud del conservatore Yoon Suk-yeol, in cui l’opinione pubblica percepisce la Cina sempre più come una minaccia, nonostante gli stretti rapporti commerciali ed economici tra Pechino e Seoul. La Corea del Sud potrebbe quindi operare una scelta di campo più decisa e rafforzare l’asse con Washington entrando nella Quad initiative. Il trade-off è però rappresentato dai rapporti con la Cina, probabilmente troppo lucrativi anche rispetto ai vantaggi offerti dalla Quad.

Il secondo punto è la traiettoria della politica interna ed estera giapponese, sempre più diretta a un rafforzamento militare e a una “normalizzazione” dell’uso della forza da parte dello Stato. Al momento il processo di revisione dell’art. 9 non è ancora in cantiere, ma tutto lascia presagire che nei prossimi anni potrebbe esserlo. Le tensioni con la Cina e la guerra in Ucraina sembrano essere i processi chiave che potrebbero portare il moderato Kishida a compiere il progetto del “falco” Abe Shinzo, dove la moderazione del primo sarebbe la chiave per convincere l’opinione pubblica della razionalità delle scelte operate.

Il terzo punto è la proposta di Biden chiamata “Indo-Pacific Economic Framework”, un’iniziativa economica volta a supportare lo sviluppo di relazioni economiche e commerciali tra i Paesi membri, tra i quali figurano i classici alleati statunitensi e molti Paesi ASEAN. Tuttavia, questa iniziativa sembra avere tutte le caratteristiche della prima cosa che verrà fatta saltare dal prossimo inquilino repubblicano della Casa Bianca. L’assenza della Cina all’interno di questo programma rafforza gli estremi politici di entrambe le parti, aumentando le possibilità di ulteriori tensioni. Questo programma potrebbe essere una buona opportunità per coinvolgere la Cina e creare nuovi canali di dialogo. La guerra in Ucraina dovrebbe aver insegnato che escludere i propri avversari strategici può avere conseguenze più gravi di un contrasto continuo all’interno di istituzioni stabili e meccanismi politici consolidati.

Il quarto punto è il mancato incontro tra Giappone e Corea del Sud. Washington dovrebbe avere tutto l’interesse a portare le due parti al tavolo e convincerle a superare determinate differenze in nome dei comuni obiettivi sul piano politico internazionale. Le fratture tra Tokyo e Seoul sono un elemento che va a ovvio detrimento del fronte filostatunitense nella regione indo-pacifica , avvantaggiando quindi Pechino.

Sostanzialmente, questo viaggio non sembra aver prodotto grandi novità dal punto di vista della strategia statunitense per la regione indo-pacifica. Al di là delle dichiarazioni, lo scenario è quello di uno stallo che va a rafforzare la posizione degli alleati degli Stati Uniti, ma non necessariamente di tutta l’alleanza: questo è dovuto al fatto che maggiori investimenti nel settore difesa da parte di Giappone e Australia dovranno essere logicamente seguiti da un maggior dibattito interno nell’alleanza, che andrà quindi a perdere necessariamente efficacia.

Nato nel 1992 in Sardegna, consegue la laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università di Cagliari, per poi proseguire gli studi in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureandosi con una tesi sulla dottrina militare maoista. In mezzo, un’esperienza di quattro mesi presso la Capital Normal University di Pechino e un crescente interesse per tematiche riguardanti l’Asia-Pacifico, la strategia militare e la marittimità. Nel 2019 consegue il master in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale presso l’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, dove frequenta il 78° Corso Normale di Stato Maggiore per ufficiali della Marina Militare. Continua a collaborare con l’Istituto, principalmente per convegni e incontri all’Arsenale di Venezia e partecipando in veste di tutor alle esercitazioni di Pianificazione Operativa. Attualmente vive a Venezia ed è membro dello IARI, redazione Asia-Oceania, dove si occupa principalmente del Giappone. È inoltre membro del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima), think-tank affiliato alla Marina, e ha pubblicato analisi e approfondimenti per altre testate online.

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