KOSOVO NELLA NATO: UN OBBIETTIVO POSSIBILE?

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Fonte Immagini: NATO doesn’t exclude sending more troops to Kosovo if need be as Russia launches war on Ukraine (dtt-net.com)

La presidente del Kosovo Vjosa Osmani qualche mese fa durante una conferenza stampa congiunta ad Ankara con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, ha lanciato un appello al presidente Turco affinché aiuti il Paese balcanico a entrare nell’Alleanza Atlantica. Ma può uno Stato non riconosciuto da alcuni membri NATO stessa, entrare a far parte del Patto Atlantico?

Invasione Russa 

In seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e ai timori di una potenziale aggressione da parte della Serbia, che rimane l’unico Paese in Europa, insieme la Bielorussia, a non applicare sanzioni contro Mosca, il Kosovo, preoccupato dall’ambiguità della politica estera serba, ha chiesto un’adesione accelerata alla NATO. Il governo di Pristina teme l’instabilità regionale e la possibilità che la Serbia agisca contro il Paese, anche se sembra improbabile il suo desiderio di aderire all’Alleanza Atlantica si concretizzi.

Tuttavia, la Serbia non è l’unico paese che alimenta un clima di tensione nell’area, c’è anche la Bosnia Erzegovina, che da inizio anno sta attraversando una grave crisi politica, in quanto da mesi il leader secessionista Milorad Dodik, minaccia di riportare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina alla secessione.

Per queste ragioni, il Kosovo, aspira ad entrare nella NATO, in quanto questo significherebbe sostegno per la democratizzazione delle istituzioni e soprattutto per il potenziamento del fragile settore della difesa che è uno dei problemi che più preoccupa gli Stati Balcanici in generale. Tuttavia, l’adesione alla NATO da parte del Kosovo è tutt’altro che semplice, e anzi forse più difficile degli altri Stati sorti dopo il collasso dell’Ex-Jugoslavia.

Le relazioni bilaterali Serbia-Russia

Da secoli la Serbia e la Russia intrattengono una relazione di amicizia in quanto uniti da profondi legami culturali e religiosi, dalla loro eredità slava e ortodossa alle loro salde alleanze durante le guerre mondiali del secolo scorso. Inoltre, la Serbia dipende quasi interamente dal gas russo e le sue principali compagnie energetiche sono controllate da maggioranza russa. Secondo Al Jazeera, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha annunciato di essersi assicurato un accordo triennale per la fornitura di gas naturale con la Russia.

Una mossa del governo serbo non casuale, proprio nel momento in cui i paesi dell’Unione Europea stanno provando senza poche difficoltà, ad eliminare gradualmente le forniture di gas russo. Tuttavia, già nel 2008, la Serbia ha affidato parte del suo settore energetico a società russe: Gazprom Neft e Gazprom detengono insieme la quota di maggioranza dell’unica compagnia petrolifera del Paese: Naftna, mentre Gazprom è l’azionista di maggioranza dell’unico impianto di stoccaggio di gas del Paese. Non è chiaro come la Serbia potrebbe ricevere il gas russo se l’UE decidesse di interrompere definitivamente le forniture russe che attraversano i suoi Paesi membri.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE sta provando a ridurre frettolosamente le forniture di gas russo ed ancora oggi non si è trovata una soluzione definitiva. Le preoccupazioni del Kosovo, che ricordiamo la Serbia considera ancora parte integrante del proprio territorio, in quanto non ne riconosce l’indipendenza, sono tutt’altro che infondate. ha aumentato gradualmente il proprio bilancio militare a partire dal 2016 e rimane il Paese che spende di più nella regione, superando il 2% del PIL (2,42% nel 2021).

Se compariamo queste cifre con gli altri paesi dell’area, appare chiaro la reale mole d’investimenti della Serbia riguardo le spese militari, in quanto la Croazia, che è il secondo paese con la spesa militare più alta nella zona, stanzia l’1,70% del suo PIL per la difesa, poco meno della metà della spesa militare serba. Curiosamente, nonostante gli Stati Uniti siano il maggior donatore nel settore della difesa per tutti i Paesi dell’area Balcanica (Serbia inclusa).


Ufficialmente Serbia e NATO intendono migliorare e incrementare la cooperazione tra loro, alleati hanno sostenuto una serie di progetti del Fondo fiduciario della NATO in Serbia. Tra questi, un progetto per la distruzione di 28.000 armi leggere e di piccolo calibro in eccesso, completato nel 2003, e un altro per la distruzione sicura di 1,4 milioni di mine e munizioni, completato nel 2007. È in corso un terzo progetto per la distruzione di circa 8.000 tonnellate di munizioni ed esplosivi in eccesso.

Un altro progetto quinquennale, completato nel 2011 e attuato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), ha aiutato quasi 6.000 membri del personale della difesa congedati in Serbia ad avviare piccole imprese. Nel 2017, la Serbia ha lanciato il suo secondo Piano d’azione nazionale riguardo donne, pace e sicurezza per il periodo 2017-2020. La Serbia è associata alla politica e al piano d’azione NATO/EAPC su donne, pace e sicurezza, che è stato approvato al vertice NATO di Bruxelles nel 2018.  Inoltre, insieme agli Stati Uniti, la Serbia ha guidato una serie di progetti di alcuni esperti finanziati dalla NATO per sviluppare una serie di indicatori, per aiutare a valutare come la NATO e i Paesi partner stiano riducendo il gender-gap nel settore della difesa.

Questa situazione sebbene possa apparire ambigua, è perfettamente in linea con le ambizioni del governo serbo dopo il collasso della Jugoslavia: dimostrando equilibrio nella politica fra l’Occidente e la Russia, tra l’ambizione strategica di integrazione europea, la cooperazione ad alto livello con la NATO e la necessità di tenere Mosca allineata ai propri interessi per scopi politici e diplomatici.

Kosovo e NATO

Il Kosovo è riconosciuto da 26 dei 30 membri della NATO, il che significa che sarebbe impossibile ottenere il voto unanime necessario. Spagna, Grecia, Romania e Slovacchia, tutti membri della NATO, non riconoscono il Kosovo. I rappresentanti del Patto Atlantico hanno ribadito più volte che i criteri di adesione sono quelli previsti dall’articolo 10 del Trattato di Washington e che il processo di adesione rimane invariato, nonostante la crisi Ucraina.  

La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia nel febbraio 2008 non ha violato il diritto internazionale, in quanto con 10 voti a favore e 4 contrari, i giudici della Corte Internazionale di Giustizia hanno concluso che la dichiarazione non viola né il diritto internazionale generale, né una risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 1999 a seguito della fine dei combattimenti in Kosovo, né il quadro costituzionale adottato dal Rappresentante speciale del Segretario generale per conto della Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite (UNMIK).

Tuttavia, sebbene il tribunale dell’Aja si sia espresso favorevolmente riguardo l’indipendenza kosovara, il neonato paese balcanico vive ancora in una situazione di limbo giuridico in quanto solo 113 Stati dell’ONU su 193 riconoscono la sua indipendenza. Oltre al problema del riconoscimento, il Kosovo è ancora troppo dipendente dagli aiuti internazionali, non solo quelli destinati al settore della difesa ma anche economici.

Inoltre, la difesa e stabilità dell’area al momento è garantita dalla NATO ed in particolare dagli Stati Uniti, che, come abbiamo scritto in precedenza, restano i più grandi donatori dell’area, e che possiedono la più grande base americana nei Balcani: Camp Bondsteel, capace di ospitare fino a 7000 truppe, gestita dalla Kosovo Force (KFOR) che, fino al 2021, è stata sotto il comando dell’italiano Franco Federici, con una forza di più di 3.000 militari e civili.

Appare quindi improbabile che il Kosovo entri nella NATO, almeno finché non risolverà prima i suoi problemi legati al riconoscimento e nonostante siano passati quasi 15 anni dalla dichiarazione d’indipendenza unilaterale del parlamento kosovaro, la situazione sembra non aver avuto sviluppi ed il neonato stato Balcanico, rimane ancora oggi in un limbo giuridico che gli impedisce di realizzare un programma a lungo termine che dia priorità allo sviluppo economico e sociale del Paese. 

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