IL COUNTDOWN ESPLOSIVO DI AL-HAWL NON ACCENNA A RALLENTARE

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Al-Hawl è una “bomba a orologeria” di cui nessuno si vuole occupare, ma i rischi connessi al funzionamento del campo e per la vita dei suoi abitanti continuano ad aumentare.

Situato nella provincia siriana di Hasakah, al confine iracheno, al-Hawl è il più grande campo per sfollati interni situato nella parte nord-orientale della Siria. Il sito è attualmente abitato da persone in fuga dalla guerra civile siriana e famiglie di foreign fighters appartenenti allo Stato Islamico, ivi relocate a seguito della sconfitta territoriale del gruppo jihadista nel 2019.

Occupato oggi da circa 57000 persone, prevalentemente di nazionalità irachena e siriana -ma non solo- il campo rappresenta un pericoloso epicentro di criminalità, isolamento, coercizione e radicalizzazione. A un anno di distanza da quando ne abbiamo parlato l’ultima volta le sue condizioni di sicurezza non sono migliorate e i rischi ambientali aumentati. 

Secondo un rapporto di Save the Children pubblicato ad aprile “Nel 2021, una media di più di due persone sono state uccise a settimana, rendendo al-Hawl, pro capite, uno dei luoghi più pericolosi al mondo per essere un bambino“.

Solo nel mese di aprile 2022 sono state uccise all’interno di Al-Hawl almeno 9 persone, ovvero oltre il doppio di quelle registrate nel mese precedente. Le morti, presumibilmente causate da membri appartenenti allo Stato Islamico, presente sotto forma di cellule dormienti, colpiscono maggiormente donne e bambini, vittime talvolta anche delle operazioni per la messa in sicurezza del campo operate dalle SDF curde – a cui è stato affidato il difficile compito di controllare l’area.

Alle difficoltà di gestione dell’ingente numero di persone presenti, esposte ad un elevato rischio di radicalizzazione, si somma la lentezza dei rimpatri, che avrebbero dovuto fin dall’arrivo delle famiglie dei combattenti ISIS provvedere allo svuotamento parziale del campo e alla riduzione della pressione da esso operata sul territorio siro-iracheno. 

Ad oggi al-Hawl è controllato come una vera e propria prigione a cielo aperto, che è possibile abbandonare solo il caso di rimpatrio e difficilmente raggiungibile anche da parte delle poche organizzazioni umanitarie rimaste.

Secondo un rapporto incentrato sul primo trimestre del 2022 presentato al Congresso USA dal framework del Lead Inspector General, al ritmo attuale ci vorranno quasi 15 anni per rimpatriare tutti gli iracheni presenti nel campo, che nei mesi recenti hanno costituito la maggioranza delle vittime degli attacchi.

Nonostante inoltre, sia le autorità curde che la coalizione internazionale designata alla lotta contro lo Stato Islamico abbiano a più riprese invitato la comunità internazionale a favorire il rimpatrio dei propri cittadini, pochi sono stati i passi mossi in questo senso.

Se rimpatriare i foreign fighters appare complicato a causa dell’ostruzionismo dei governi europei che non vogliono avere più nulla a che fare con questi cittadini, anche il ritorno alle proprie località di origine o residenza di siriani e iracheni è complesso. Le comunità da cui giungono difficilmente sono disponibili ad accoglierli indietro e gli stessi governi mostrano perplessità rispetto alle condizioni di sicurezza con cui il rimpatrio potrebbe essere portato a termine.

Le maggiori perplessità concernono in particolare l’associazione con lo Stato Islamico o la possibile esposizione alla sua ideologia e violenza lunga anni, che si diffonde a macchia d’olio e che dovrebbe preoccupare non solo i governi siriano e iracheno, bensì l’intera comunità internazionale. Di fronte infatti, alla possibilità di una rinvigorimento dello SI tale per cui le cellule dormienti dovessero riuscire a fuggire e raggiungere i propri associati a Raqqa e in altre province dove la loro attività sta ritornando ad essere presente, ad essere coinvolti non sarebbero solo la Siria e l’Iraq, ma tutta la comunità globale.

Ad aggravare le condizioni precarie del campo, vi è stata la recente evasione da una prigione di Hasakah di un imprecisato numero di membri dello Stato Islamico a fine gennaio. L’attacco, durato 10 giorni ha lasciato inoltre centinaia di morti e dispersi, molti dei quali riusciti a fare ritorno presso Raqqa o a trovare rifugio presso al-Hawl. Secondo fonti locali infine, ci sarebbe l’intenzione da parte dei combattenti fuggiti di liberare parte dei propri associati proprio presenti nel campo e in attesa di essere rimessi in libertà.

I fattori di rischio che rendono al-Hawl un luogo in cui vivere estremamente precario includono anche le difficili condizioni ambientali a cui è sottoposto il territorio, particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico e alle intemperie.

Le continue uccisioni dei mesi appena trascorsi e l’aumentare dei fattori di rischio legati alla diffusione di ideologie terroriste e alla proliferazione di cellule dormienti dello SI presso al-Hawl impongono una riflessione sulla sua messa in sicurezza e sulle difficoltà riscontrate dalle forze curde nella sua gestione. Nonostante gli sforzi infatti delle medesime autorità, numerosi sono stati i minori deceduti a seguito del coinvolgimento nelle operazioni di messa in sicurezza e troppo alti sono i crimini e le sofferenze riportate da parte degli abitanti. I disattesi appelli di supporto delle SDF non hanno fatto che aumentare la precarietà del luogo e aumentare l’inclinazione dello stesso verso la trasformazione in un rifugio jihadista di portata presto incontrollabile.

Le previsioni a medio termine considerando l’anno trascorso e i non progressi fatti sono disastrose. Solo un solido impegno al rimpatrio da parte dei paesi di cui gli abitanti del campo sono cittadini, accompagnato da un’intensa attività di messa in sicurezza in supporto all’operatività curda potranno rallentare il countdown esplosivo di al-Hawl e allontanare l’implosione dello stesso.

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