GLI STATI UNITI SEMPRE MENO AMBIGUI SULLA DIFESA DI TAIWAN

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Fonte Immagine: thewirechina.com

La scorsa settimana, il presidente Joe Biden ha affermato per la terza volta da quando occupa lo Studio Ovale che gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in difesa di Taiwan in caso di aggressione cinese. Anche questa volta il Commander in-Chief è stato puntualmente ripreso e corretto da funzionari della Casa Bianca e dai vertici del Dipartimento di Stato (DoS) e della Difesa, i quali hanno precisato che la presa di posizione del presidente non determina un cambiamento nella politica ufficiale di ambiguità strategica e nel riconoscimento della One China Policy (yige Zhongguo), come regolate dal Taiwan Relations Act del 1979, dai tre comunicati congiunti e dalle Sei Assicurazioni del 1982. 

Ancora una volta le dichiarazioni di Joe Biden sono state diffusamente ma erroneamente considerate una gaffe commessa da un presidente senescente noto per reiterati scivoloni pubblici. E tuttavia c’è del metodo nell’apparente goffaggine del presidente americano e negli interventi riparatori dei suoi collaboratori. Un gioco delle parti e degli specchi finalizzato ad inviare messaggi in bottiglia a diversi destinatari. 

All’opinione pubblica interna e internazionale, per prepararle ad uno scenario di guerra sino-statunitense intorno a Taiwan, ritenuto probabile dalle alte sfere del Pentagono entro la fine di questo decennio, e ricordare agli americani che nel lungo termine il rivale numero uno dell’America[1] sarà la Cina, unica grande potenza che per ambizioni e capacità economiche, tecnologiche e militari è in grado di rivedere l’ordine internazionale liberale a guida americana.

Agli alleati e ai partner asiatici, per tranquillizzarli sull’impegno americano a difendere l’ordine di sicurezza basato sulle regole dal tentativo cinese di cambiare con la forza lo status quo regionale. La guerra in Ucraina ha vertiginosamente alimentato la volontà dei taiwanesi di combattere una invasione cinese (dal 40% al 70%) ma ha anche ridotto la loro fiducia su un intervento militare diretto degli Usa a loro difesa. Il fatto che gli Usa abbiano continuamente dichiarato di non poter intervenire direttamente a difesa dell’Ucraina perché ciò scatenerebbe la terza guerra mondiale contro un paese nucleare, unito all’inefficacia strategica delle sanzioni economiche nel cambiare i calcoli politici di Vladimir Putin, ha palesato i limiti della deterrenza americana e potrebbe essere interpretato da Xi Jinping come un segnale di debolezza dell’Occidente. 

Alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), per mantenere alta la deterrenza nei suoi confronti – non casualmente le uscite di Biden sull’impegno americano a difesa dell’ex colonia giapponese sono solitamente arrivate dopo le sortite di caccia, bombardieri o navi da guerra cinesi nei cieli o nelle acque intorno a Taiwan. Biden ha voluto segnalare a Xi e compagni che l’America, pur essendo impegnata anima e corpo a sterilizzare le capacità militari russe per i prossimi anni, non dimentica il teatro primario dell’Indo-Pacifico, sebbene l’impressionante supporto militare a Kiev abbia già costretto il Pentagono a ritardare oltre il 2026 le consegne a Taipei di 250 missili terra-aria Stinger (programmate per il 2026) e di obici semoventi M109A6 Paladin (programmate per il 2023-2025).

Fonte: nccu.edu.tw

Le dichiarazioni di Biden sono arrivate, peraltro, a pochi giorni dalla modifica della scheda informativa del DoS sulla relazione Usa-Taiwan dalla quale sono stati espunti i passaggi sul riconoscimento statunitense della “posizione cinese secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan fa parte della Cina” e sul negato supporto all’“indipendenza di Taiwan”, mentre è stato aggiunto il riferimento alle Sei Assicurazioni fra i documenti che regolano il rapporto trilaterale Usa-Cina-Taiwan. Triplice messaggio diretto all’Impero del Centro: gli Usa intendono ridurne i margini di giustificazione in caso di attacco su Taiwan non considerando la questione un affare interno alla Repubblica Popolare, segnalano a Pechino che potrebbero intervenire direttamente e che continueranno ad armare gli isolani per rafforzarne le capacità di autodifesa. Messaggio perfettamente compreso a Zhongnanhai, dove la mossa americana è stata condannata come “un tentativo di cambiare lo status quo nello Stretto di Taiwan”.

Dall’ambiguità alla chiarezza strategica? 

Le dichiarazioni di Biden si inseriscono nell’annoso dibattito interno alla politica e agli apparati statunitensi sulla postura strategica da adottare nel rapporto triangolare Usa-Cina-Taiwan. Ambiguità o chiarezza strategica?

Dal 1979, anno del passaggio del riconoscimento diplomatico statunitense dalla Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan) alla Cina comunista, a Washington ha prevalso la linea dell’ambiguità strategica. Posizione che riflette uno status quo favorevole alla potenza egemone, l’ambiguità concede a Washington maggiore flessibilità tattica dal momento che un più serio ed esplicito impegno potrebbe aumentare l’assertività degli isolani, la cui autopercezione identitaria è sempre più specificatamente taiwanese.

Fonte: nccu.edu.tw

Convinta di avere le spalle coperte dalla superpotenza Taipei, che oramai rigetta totalmente la formula “un paese, due sistemi” stracciata da Pechino con la repressione e annessione politica di Hong Kong, potrebbe provocare Pechino e compiere passi verso l’indipendenza de iure, innescando una crisi che alla fine intrappolerebbe Washington, trascinandola in una guerra involontaria. La legge anti-secessione varata dal governo cinese nel 2005 prevede infatti la dichiarazione formale di indipendenza taiwanese come casus belli per l’uso della forza da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) per difendere la sovranità e la sopravvivenza del Partito-Stato. E dello stesso Xi Jinping che ha elevato a “missione storica” ​​per la “completa riunificazione della Cina” il recupero (pacifico o manu militari) dell’isola considerata “ribelle”. Confondere gli stessi taiwanesi evita agli Usa di dare loro false speranze frenandone gli spiriti più oltranzisti.

Ma negli ultimi vent’anni all’interno degli Usa non sono mancate le spinte per attenuare l’ambiguità strategica, giudicata con crescente forza come anacronistica in ragione dei mutati rapporti di forza attraverso lo Stretto. L’impetuosa crescita tecnologica e militare dell’Epl ha sovvertito i rapporti di forza tra Pechino e Taipei e ha accorciato le distanze convenzionali con gli Usa, riducendone in parte la forza deterrente, in re ipsa asimmetrica rispetto a quella degli interlocutori dal momento che l’estensione strategica della superpotenza sino alle porte di casa dei rivali la impegna in partite come quella ucraina e taiwanese dove la posta in gioco di Washington non assume la dimensione vitale che ha per russi e cinesi. E ciò contribuisce a spiegare l’ambiguità strategica verso Kiev e Taipei e la difficoltà tattica di mantenere una credibile deterrenza.

Il primo ad esplicitare dalla Casa Bianca una minore ambiguità fu il presidente George W. Bush che nel 2001 prometteva che gli Usa avrebbero fatto “tutto il necessario per aiutare Taiwan a difendersi”. La posizione di Bush era influenzata dai neoconservatori dominanti in seno alla sua amministrazione, tornati alla ribalta nel quadriennio trumpiano. Fosse stato per il tycoon newyorkese gli Usa avrebbero invece abbandonato l’isola al proprio infausto destino, troppo lontana per essere prontamente difesa. “Taiwan è a due metri dalla Cina” mentre noi “siamo a 8.000 miglia di distanza. Se invadono, non c’è niente da fare al riguardo”, il sunto del pensiero disfattista di The Donald. Opposto a quello del suo ex segretario di Stato di Mike Pompeo, falco neocon che in occasione di una recente visita a Taiwan si è pronunciato a favore del suo riconoscimento diplomatico “come paese libero e sovrano”.

Negli anni di Trump, su regia dell’apparato neocon capeggiato da Pompeo, Washington ha sensibilmente ridotto l’ambiguità strategica sia sul piano diplomatico che su quello militare, attraverso l’aumento degli incontri ad alto livello tra funzionari governativi statunitensi e taiwanesi ai sensi del Taiwan Travel Act approvato dal Congresso nel 2018, la pubblicizzata vendita di armamenti e l’avvio di programmi clandestini di addestramento militare (esercitazioni di assalto anfibio e aereo, guerriglia urbana ed operazioni congiunte) a Taiwan e a Guam da parte delle forze speciali dell’Esercito e dei Marines. 

Oggi la sicurezza di Taiwan rappresenta una delle poche questioni di consenso bipartisan al Congresso e gode di un crescente sostegno da parte dell’opinione pubblica americana. A Capitol Hill sono sempre più numerose le voci di democratici e repubblicani che chiedono di passare ad una posizione di “chiarezza strategica” e sono in discussione diversi disegni di legge destinati alla sicurezza di Taipei. Introdotto nel 2020, il Taiwan Invasion Prevention Act se approvato porrebbe fine alla politica di ambiguità strategica fornendo al presidente un’autorizzazione permanente all’uso della forza militare per difendere Taiwan in caso di invasione cinese. La Taiwan Deterrence Initiative e l’Arm Taiwan Act prevedono di inserire Taipei nel Foreign Military Financing del DoS e di istituire un programma di finanziamenti militari da 3 miliardi di dollari (una cifra corrispondente a quella degli aiuti militari annuali degli Usa ad Israele) per rafforzarne le capacità di autodifesa. 

Ma Taipei dovrà dotarsi sistemi d’arma per la guerra asimmetrica e la negazione d’area come missili anti-nave, missili terra-aria, mine marine e droni da ricognizione e d’attacco e rinunciare ad acquistare nuove costose forze “pesanti” terrestri, aeree e navali. “Con la Cina come sfida di ritmo, Taiwan è lo scenario di ritmo, guidato da una strategia di negazione”, ha affermato lo scorso marzo Ely Ratner, vicesegretario alla Difesa per gli affari indo-pacifici, riferendosi all’obiettivo americano di trasformare Taiwan in una fortezza inespugnabile dotata di aculei in grado di infliggere altissimi costi a qualsiasi invasore.

La competizione strategica sino-statunitense, massima sfida geopolitica del 21° secolo, è appena iniziata e la guerra in Ucraina rischia di catalizzarne la conflittualità. Se nel 2013 Xi Jinping rassicurava il presidente Barack Obama sul fatto che l’Oceano Pacifico fosse abbastanza spazioso da ospitare gli Stati Uniti oggi per i dirigenti comunisti non è più così. D’altro canto, per Washington il valore strategico di Taiwan è immensamente superiore a quello dell’Ucraina perché la sua caduta nelle mani dell’Impero del Centro costituirebbe una minaccia esiziale per la talassocrazia egemone. 

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[1] La guerra in Ucraina ha risvegliato l’avversione degli americani verso la Russia, tornata nel suo tradizionale ruolo di nemico per eccellenza. Nonostante due terzi degli statunitensi considerino la Cina una “grande minaccia”, solo un americano su quattro la definisce un “nemico”, etichetta attribuita alla Russia dal 70% degli americani.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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