LA RIFORMA DEI TRATTATI POTREBBE DIVIDERE L’UE?

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Fonte Immagine: Huffpost

Lo scorso 4 maggio, in plenaria al Parlamento europeo, è stata adottata una risoluzione che getta luce sulla possibilità che si convochi una Convenzione per dare il via a un processo di revisione dei Trattati istitutivi dell’UE, in un contesto non unanime.

Si è conclusa, lo scorso 9 maggio con una cerimonia a Strasburgo, la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’iniziativa promossa dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione europea per ascoltare la voce degli europei e consentire loro di esprimersi sul futuro dell’Europa. Dopo un anno di dibattiti e discussioni, i lavori della Conferenza hanno dato vita a un rapporto incentrato su 49 proposte, con nuovi obiettivi da raggiungere e più di 320 misure che, secondo i cittadini europei, le istituzioni europee dovrebbero seguire.

Il Parlamento, nella recente risoluzione, innanzitutto, prende atto del fatto che i risultati emersi dalla Conferenza hanno evidenziato una serie di criticità riguardo, generalmente, l’impianto istituzionale europeo, il processo decisionale o la suddivisione delle competenza tra Stati e Unione. Da tali problematiche consegue, ad esempio, la possibilità di ampliare i poteri del Parlamento europeo (organo di espressione della volontà popolare e del principio di democraticità) rispetto al processo decisione conferendogli un diritto di iniziativa legislativa, ovvero la possibilità di abolire il metodo di votazione all’unanimità in seno al Consiglio che, di fatti, pregiudica l’adozione di atti importanti per l’Unione tutta, in particolare in aree politiche sensibili, come salute, tasse e difesa, a causa del veto di un singolo.

In virtù di ciò e in conformità ai Trattati, il PE ha richiesto «la convocazione di una Convenzione attivando la procedura di revisione dei Trattati di cui all’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea», invitando la Commissione per gli affari costituzionali ad avviare la procedura dare il via a un processo di revisione dei Trattati fondanti, in un contesto in cui l’ultima revisione risale al 2007 con la firma del Trattato di Lisbona.

La richiesta, tuttavia, non porta in automatico all’avvio della procedura di revisione. Innanzitutto, le 49 proposte di cambiamento dovranno essere valutate dai Paesi dell’UE e soltanto se una maggioranza semplice di essi – almeno 14 – sarà favorevole, potrà essere attivata la procedura per avviare negoziati sulle possibili modifiche del Trattato. 

Ai sensi dell’art. 48 TUE, convocata la Convenzione, composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione, questa esaminerà i progetti di modifica e adotterà per consenso una raccomandazione alla presenza dei rappresentanti dei governi degli Stati. Le modifiche proposte dalla Convenzione entreranno in vigore soltanto dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali. 

Eppure, non è così semplice. Lo stesso giorno di chiusura dei lavori della Conferenza, ben 13 Stati membri (Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovenia e Svezia) hanno sottoscritto un documento informale, in cui si legge che «non sosteniamo tentativi sconsiderati e prematuri di avviare un processo di modifica del Trattato» di Lisbona. 

Se, ad oggi, 13 Stati membri non sono favorevoli ad avviare la procedura di revisione con la convocazione della Convenzione, non si può ritenere scontato che si potrà arrivare effettivamente alla modifica dei Trattati, in particolare se si considera che sarà necessaria la ratifica di tutti i 27 Stati membri. Diluire il contenuto delle eventuali modifiche proposte, in un’ottica compromissoria, pregiudicherebbe il loro stesso valore.

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