ARRESTO DEL CARDINALE ZEN A HONG KONG: RAGIONI POLITICHE O RELIGIOSE?

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A pochi giorni dalla vittoria alle elezioni del nuovo leader di Hong Kong, lo sceriffo John Lee, noto per il suo orientamento pro-Pechino, la Cina passa all’attacco arrestando personalità importanti come il cardinale Zen. Ci troviamo di fronte a ragioni politiche o religiose?  

Lo scorso 11 maggio, ad Hong Kong si è assistito all’arresto di diverse personalità della società civile e dell’opposizione, tra cui il cardinale Joseph Zen, l’ex parlamentare dell’opposizione Margaret Ng e la cantante pop Denise Ho. Le accuse a loro rivolte sono di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina dal 2020. Quest’ultima, infatti, include la collusione con le forze straniere come uno dei reati punibili con l’arresto, rischiando perfino l’ergastolo. Questa legge ha segnato un cambio drastico nell’autonomia che Hong Kong ancora deteneva nei confronti di Pechino. I più colpiti sono ovviamente gli attivisti pro-democrazia che da anni manifestano senza sosta per far valere i propri diritti. Tuttavia, lo scopo principale di questa legge era proprio quello di sedare tali proteste sia per prevenire un indebolimento di Pechino, che per evitare un danno all’immagine del Dragone. Nonostante le attuali priorità cinesi, principalmente la gestione della pandemia da Covid-19 e dei recenti nuovi lockdown draconiani, Pechino non ha perso un secondo per proteggere la “sua” Hong Kong al primo segnale di allarme. Ed è così che Joseph Zen, cardinale novantenne, volto dell’autonomia di Hong Kong e della Chiesa Cattolica, è stato arrestato, insieme alle altre personalità note, rilasciate poi il giorno successivo su cauzione.

Sia il cardinale Zen che l’ex parlamentare e la popstar sono tra gli amministratori di 612 Humanitarian Relief Fund, un fondo umanitario, istituito il 15 giugno 2019, al fine di fornire sostegno finanziario e umanitario (principalmente assistenza legale, medica, psicologica e finanziaria di emergenza) alle persone ferite, arrestate, attaccate o minacciate di violenza durante le proteste anti-governative del 2019. La settimana prima dell’arresto del cardinale, anche un’altra figura importante, l’accademico Hui Po Keung, è stato arrestato con le stesse accuse.

L’arresto del cardinale ha destato stupore principalmente per due motivi, uno di tipo politico e l’altro di tipo religioso. Nel primo caso, molti analisti hanno sottolineato come il tempismo della decisione di Pechino, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo leader John Lee, non possa essere considerato una mera coincidenza. Inoltre, Pechino ha fatto subito sapere che funzionari cinesi, esperti legali e legislatori hanno confutato le conclusioni raggiunte da Stati Uniti, Canada e Unione Europea in relazione alle ultime attività dell’Ordine a Hong Kong, chiarendo ancora una volta come gli affari interni cinesi vadano gestiti dalla Cina stessa senza alcuna intromissione da parte degli attori esterni. La Cina ha inoltre più volte sottolineato l’importanza della legge e di come non ci sia alcun individuo o organizzazione che possa essere considerato al di sopra di essa.

Da un punto di vista religioso, invece, non possono essere sottovalutate le implicazioni che tali azioni hanno avuto sui rapporti già instabili tra Pechino e la Santa Sede. Innanzitutto, è fondamentale ricordare come la Chiesa Cattolica in Cina sia spaccata in due: da un lato, infatti, vi è la Chiesa ufficiale, mentre dall’altro, la cosiddetta Chiesa “sotterranea”. Pechino approva la Chiesa ufficiale, la quale ha il compito di selezionare cardinali e vescovi senza riferire alla Santa Sede. La Chiesa “sotterranea”, invece, seguita da tutti i cristiani che non vogliono separarsi dall’unica Chiesa, è composta da vescovi e cardinali scelti direttamente dal Papa. Tuttavia, questa separazione ha cessato di esistere a partire dal 2018 con Papa Francesco. Nel settembre del 2018, infatti, è stato siglato un accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi, secondo il quale, tali decisioni saranno prese in concordanza al fine di evitare ulteriori divisioni all’interno della Chiesa. Nel 2020, tale accordo è stato ulteriormente rinnovato nella speranza di poter trovare un accordo con il governo cinese.

In questo contesto, ciò che conta sottolineare è il ruolo di Zen, come il principale e più forte critico in Cina di tale accordo. Tra le varie accuse lanciate, Zen ha criticato l’ipocrisia della Santa Sede e del Segretario di Stato del Vaticano, nonché le critiche relative ai rapporti diplomatici degradati tra la Santa Sede e Taiwan.

Non a caso, durante una visita del cardinale a Roma, Papa Francesco ha evitato di incontrarlo per evitare che ciò avrebbe potuto poi causare degli scontri con Pechino. Il viaggio a Roma di Zen era proprio finalizzato ad un possibile confronto con Papa Francesco nella speranza che quest’ultimo potesse tener conto dell’importanza dei diritti umani e dell’autonomia di Hong Kong, e potesse evitare di svendersi alla Cina

Che si tratti o meno di ragioni religiose, ciò che è certo è che l’arresto del Cardinale Zen ha destato forti preoccupazioni nel Vaticano, soprattutto in vista dell’incontro previsto per il prossimo ottobre, durante il quale la delegazione cinese e quella del Vaticano dovranno decidere se rinnovare o meno l’accordo sopracitato.

Difficile fare pronostici, tuttavia si possono immaginare le ripercussioni che le decisioni del governo di Pechino circa Hong Kong possono avere, sia a livello politico che a livello religioso. Se da un lato, infatti, la nuova era di Hong Kong, basata sulle parole d’ordine “sicurezza” e “stabilità”, potrebbe far aumentare le rivolte e le proteste pro-democrazia (con le eventuali conseguenze violente e la risonanza mediatica a livello internazionale), dall’altro, eventuali problemi di tipo diplomatico con la Santa Sede, potrebbero minare la protezione dei fedeli e dei prelati che non si riconoscono nei principi del PCC.

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